
Timothy James Curry, meglio noto come Tim Curry (Grappenhall, Cheshire, Regno Unito, 1946), versatile attore britannico dalla solida formazione teatrale, ci ha lasciato lo scorso 25 agosto, riportando alla memoria tutto il talento proprio di chi, in virtù di una seducente presenza scenica e di una mimica ammiccante espressa con rara naturalezza, ha offerto, dal palcoscenico al grande schermo, passando per la televisione, eccelse interpretazioni. Chi scrive è sempre rimasto ammaliato, in particolare, da come, anche sotto il trucco che ne celava le fattezze, riuscisse a esprimere ogni emozionalità inerente al personaggio interpretato, con profonda immedesimazione e senza ricorrere a qualsivoglia artificio o eccesso recitativo.
Vedi, al riguardo, i due estremi rappresentati dal Frank-N-Furter del Rocky Horror Picture Show, che Curry interpretò sia in teatro, nel 1973, sia al cinema, nel 1975, sempre con la regia di Jim Sharman, e da Pennywise, il pagliaccio assassino di It, miniserie televisiva in due parti del 1990 diretta da Tommy Lee Wallace e tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King: la trasgressione sessuale mai fine a se stessa o compiaciuta, all’insegna della libertà fluida e del puro piacere, e l’orrore nascente dalle paure primordiali, che si nasconde sotto l’aspetto stridente di chi dovrebbe portare allegria e non cupo dolore.
Per ricordarne la figura, piuttosto che elencare i vari ruoli che videro Curry eccelso protagonista (come nei panni del maggiordomo Wadsworth in Clue, Jonathan Lynn, 1985) o valido caratterista, preferisco concentrarmi su un solo titolo: il citato The Rocky Horror Picture Show, diretto da Jim Sharman su sceneggiatura di Richard O’Brien — quest’ultimo anche autore delle musiche con Richard Hartley, nonché interprete nei panni dell’ambiguo maggiordomo Riff Raff. Il citato O’Brien è l’ideatore del musical da cui venne tratta la pellicola, messo in scena per la prima volta nel giugno del 1973 (fonte Treccani), a Londra, sul palcoscenico del piccolo teatro Upstairs, sopra il prestigioso Royal Court.
Tra gli spettatori vi era anche il produttore discografico americano Lou Adler, che provvide subito ad acquisire i diritti perché fosse rappresentato negli Stati Uniti, dove debuttò nel marzo del 1974, al Roxy di Los Angeles. Una volta che la 20th Century-Fox firmò per la distribuzione della versione filmica, le riprese si svolsero nel Regno Unito, ai Bray Studios e in esterni a Oakley Court, una casa di campagna nota soprattutto per il suo precedente utilizzo da parte della Hammer Film Productions. Mentre gran parte del cast proveniva dalla produzione teatrale originale londinese, incluso Tim Curry — lo stravagante dottor Frank N. Furter, “il dolce travestito dal pianeta Transexual, galassia di Transylvania” — i due personaggi di Brad e Janet vennero affidati agli attori americani Barry Bostwick e Susan Sarandon.
La versione filmica non incontrò subito i favori del pubblico: solo dopo che Tim Degan, responsabile della Fox, impose un rimontaggio e una redistribuzione come “film per adulti” (in seguito vennero anche tagliate due canzoni nel finale, presenti nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna), la pellicola trovò infine quel successo che dura tutt’oggi, in seguito alla proiezione al Waverly Theater di New York nel primo fine settimana di aprile del 1976.
Trascorsi cinquantuno anni, The Rocky Horror Picture Show mantiene tuttora una forte carica irriverente nel suo grottesco sbeffeggiare le convenzioni sociali e la loro tendenza a classificare e irreggimentare qualsiasi slancio vitale, in particolar modo inerente alla sfera sessuale, riconducendola all’interno di un rigido schematismo, bandito quest’ultimo dal mad doctor in corsetto e calze a rete che, nella ricerca del piacere per il piacere, cercherà di dar vita, nel tempo di una settimana, all’essere sessuale perfetto, il davidico (riferimento alla statua di Michelangelo) Rocky (Peter Hinwood), oltre a mischiare le carte in tavola, per così dire, nell’ambito della sessualità dei due sposini, circoscritta, almeno fino al momento del fatidico incontro, nella cornice di un’istituzionale castità.
Vengono inoltre messi alla berlina, in un impianto volutamente kitsch, anche determinati stilemi hollywoodiani propri del musical classico (vedi il finale, dove appare in scena il logo della RKO), citando poi vari cult dell’horror (Frankenstein, in primo luogo), ma attingendo anche al mondo del romanzo d’appendice e dei fumetti, nonché a quello dell’arte (dipinti quali La Gioconda e statue come il citato David sono presenti nella scenografia, pur adattati al contesto). Nel corso della narrazione emerge prepotentemente quello spirito libertario confluente dai movimenti del ’68 nelle generazioni degli anni ’70, mescolando poi con disinvoltura generi quali il citato horror e la fantascienza.
Tra eccessi e trasgressione vengono comunque imposti dei limiti impliciti, una volta che l’anticonformismo diviene anch’esso di maniera o semplicemente fine a sé stesso, invitando sempre e comunque a lasciar venir fuori la propria essenza vitale più pura e libera (“Non sognatelo, siatelo”). È l’esortazione a dare adito a un rinnovato senso esistenziale, liberato dai miasmi dell’ordinaria quotidianità: “E strisciando sulla superficie del pianeta degli insetti chiamati razza umana, persi nel tempo, persi nello spazio, e nel significato” (dal testo di Super Heroes, canzone di chiusura del film).
Dopotutto, come recita la canzone The Time Warp, basta poco per uscire dagli schemi: It’s just a jump to the left And then a step to the right Put your hands on your hips You bring your knees in tight But it’s the pelvic thrust That really drives you insane Let’s do the Time Warp again Let’s do the Time Warp again…





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