
Come già scritto in precedenti articoli, nel corso di quest’estate, grazie alla programmazione di un’arena estiva, sto recuperando la visione di alcuni titoli usciti sul finire del 2025 o nel corso dell’attuale stagione. Opere che spesso si sono rivelate delle piacevoli sorprese, dissolvendo titubanza e diffidenza. Qualche sera fa ho quindi visto l’ultima realizzazione di Gabriele Muccino, Le cose non dette, film di cui è regista e sceneggiatore, in quest’ultimo caso insieme a Delia Ephron, autrice del bel romanzo Siracusa (in Italia edito da Fazi Editore), del quale la pellicola costituisce un adattamento piuttosto fedele, pur con qualche modifica. Muta infatti la cittadinanza dei protagonisti, da newyorchesi a romani, e la meta della loro vacanza — Roma e Siracusa nel libro, Tangeri nella narrazione filmica.
Muccino mette in scena un dramma a forti tinte, fluttuando tra thriller e noir. La consueta regia “nervosa” vede i movimenti di macchina, spesso a mano, plasmarsi sulle reazioni caratteriali dei personaggi, a loro volta ad alto carico di fibrillazione, tra concitazione ed esasperazione. La connotazione del narrato si fa quindi, per certi versi, “operistica”, accentuata poi da una colonna sonora (Paolo Buonvino) che alterna timbriche originali ad arie di Verdi e Donizetti. Ecco allora avanzare in scena la visualizzazione palpitante, ora della predominanza dell’istinto, ora della passione sfrenata, ma anche di un’interiorizzazione del proprio modo d’essere.
Dal punto di vista narrativo, il film è costruito tramite un riuscito intarsio di flashback, il cui collante è costituito dal succedersi di più voci narranti, costituite dalle dichiarazioni dei protagonisti rivolte ai carabinieri riguardo al verificarsi di un cruciale accadimento che li ha visti coinvolti. La vicenda ha inizio nella Capitale, dove Carlo (Stefano Accorsi) ed Elisa (Miriam Leone), sposati da vent’anni e senza figli, conducono una vita piuttosto di routine. Carlo è professore universitario di filosofia morale, scrittore con un libro all’attivo e ora in fase di stanca; Elisa è una brillante giornalista, alla ricerca dell’ispirazione perduta.
L’uno ha teatralizzato l’ideale di un’eterna giovinezza, tra narcisismo e scarso senso di responsabilità, nella cornice del fitness estremo e della relazione con una studentessa del suo corso, la ventenne Blu (Beatrice Savignani), che lavora come cameriera in un ristorante per pagarsi gli studi; l’altra evidenzia nello sguardo il trattenimento di un dolore silente, la consapevolezza di un rapporto giunto a un probabile punto di non ritorno, coltivando comunque l’illusione che tutto possa tornare come prima. Forse un viaggio potrebbe ridare slancio tanto alla loro unione quanto alla propria attività: organizzano quindi una vacanza in Marocco, a Tangeri.
Insieme a loro ci saranno un caro amico di Carlo, Paolo (Claudio Santamaria), ristoratore, la moglie Anna (Carolina Crescentini) e la figlia tredicenne Vittoria (Margherita Pantaleo). Se lui appare piuttosto apatico, concentrato sul lavoro e disinteressato alle dinamiche familiari, perso nei ricordi di “rose non colte”, l’amore verso Elisa trasmutato in amicizia, lei è ansiosa e oltremodo possessiva nei riguardi della figlia, che intende salvaguardare da qualsivoglia avvenimento che ne possa mutare l’idealizzata fanciullezza. Vittoria, invece, ha già preso le distanze dai genitori e vive in un mondo dove i punti cardinali se li è costruiti da sé, vedi l’interesse verso Carlo, nei cui confronti nutre un sentimento, per quanto acerbo, non propriamente amicale. La vacanza sarà presto sconvolta dall’arrivo di Blu, che andrà a scoperchiare il vaso di Pandora delle “cose non dette”.
La primaria sensazione scaturita nel corso della visione, e subito dopo, è che Le cose non dette sia innanzitutto un film di regia ancor prima che di sceneggiatura. La direzione impressa da Muccino, infatti, almeno a mio avviso, esalta quegli stilemi a lui cari e descritti a inizio articolo, in totale sinergia con la recitazione “affannosa”, e sembra prevalere su un lavoro di scrittura certo valido ma efficace soprattutto nella prima parte, quando si pone in scena una sorta di prologo costituito dalla rappresentazione dei caratteri e dei loro limiti, mentre appare più blando mano a mano che ci si avvicina alla conclusione.
Ecco allora che Tangeri, ulteriore protagonista nel portare le vestigia di un altrove simulacro di un illusorio cambiamento, diviene proscenio del disfacimento di ogni apparenza, fino a rivelare la vacuità di una generazione, quella dei cinquantenni o giù di lì, incapace di badare a se stessa e, soprattutto, inidonea a indicare una possibile rotta alle nuove classi, pur nell’ambito di un itinerario variabile in base alle proprie inclinazioni e agli inevitabili mutamenti in corso d’opera. Il personaggio di Vittoria, ottimamente reso da Margherita Pantaleo nella sua ruvida naturalezza anche nelle sequenze più difficili (l’autoerotismo sotto la doccia, il bacio a Carlo), ben rappresenta quanti sono costretti a crescere anzitempo, adottando decisioni istintive, non mediate da un necessario confronto con gli adulti e guidate dalle pulsioni proprie di un organismo in crescita.
È lei, insieme a Blu, età differenti ma uguale propensione a un’emancipazione definitiva, a costituire la prova del nove idonea a far crollare il castello di carte costituito dall’ipocrisia e dal perbenismo di facciata proprio del “buon vivere borghese”. Un fil rouge tra le due figure si può poi individuare nel personaggio di Elisa, il cui sguardo si ammanta di soggettività nel rimarcare tutti gli avvenimenti che andranno a verificarsi, per affrancarsi infine dall’abulia e dall’accettazione meccanica e silente, così da condurre in definitiva la propria esistenza nell’alveo di quanto si verifica giornalmente: «e poi si vedrà».
In conclusione, Le cose non dette, almeno ad avviso del vostro amichevole cinefilo di quartiere, è un film che riesce a intrattenere con sincero trasporto emotivo, percorrendo certo la strada del dramma espresso a ogni livello sensoriale, offrendo spazio alla manifestazione di quelle pulsioni trattenute che, nel venire alla luce, rivelano tutta la nostra fragilità di esseri umani, sempre in precario equilibrio su quella fune tesa che è la vita.
Immagine di copertina: Stefano Accorsi e Miriam Leone (Movieplayer)





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