Cessarè (2008)

gggCessarè è un film -documentario della regista calabrese Rina Amato, che ripercorre importanti avvenimenti della Locride degli anni settanta, con particolare riferimento al paese di Gioiosa, dove quest’estate è stato proiettato in anteprima nazionale, molto importante come memoria storica, uno sprone per noi calabresi ad uscire da un immobilismo impastato di rassegnazione ed accettazione di volontà calate dall’alto.

Dalla visione del film si evince come la povertà dei mezzi tecnici a disposizione non toglie nulla alla validità di un’opera, se alla base vi stanno forti motivazioni : la piccola troupe composta dalla regista e da giovani operatori calabresi(Selene Toscano, Francesco Didona, Alessio Principato)osserva partecipe i luoghi con efficaci inquadrature, come la zona che dà il titolo al film, scelta dalle cosche dell’epoca come una sorta di feudo locale, raccogliendo le testimonianze dirette e sostenendole avvalendosi di una ricca documentazione che va dal semplice documento cartaceo a quello audiovisivo o fotografico; molto bello il montaggio di Maria Valerio.

Nei titoli di testa Cessarè per un attimo perde l’accento e diviene cessare: la regista sottolinea come il suo lavoro possa essere utile per porre termine a facili rimozioni, senza ricorrere a retoriche celebrazioni, ma lasciando fluire liberamente i ricordi e traendo da questi la spinta necessaria a non rassegnarsi; vengono narrate le prime manifestazioni studentesche di protesta contro la mafia e la nascita dei primi collettivi ; tra le tante testimonianze presenti nel film particolarmente toccanti quelle di Natale Bianchi, ex prete sospeso a divinis, che giunto dal Nord a Gioiosa nei primi anni settanta si scontra con una religiosità locale che sconfina con la superstizione e , vangelo alla mano, riesce a scuotere le coscienze, organizza una comunità di base, si batte per moralizzare la chiesa, emancipare la donna, contrastare la ‘ndrangheta; del sindaco del tempo, Francesco Modafferi, che ricorda come Gioiosa fu il primo paese in Italia ad organizzare uno sciopero contro la mafia, nel 1975, e il suo comune il primo a costituirsi parte civile in un processo contro le cosche; vengono ricordati tragici eventi, come il blocco del mercato settimanale organizzato dai clan locali, che in seguito all’uccisione di un loro componente volevano indire una sorta di lutto cittadino e l’intervento dello stesso sindaco e del capitano dei carabinieri Gennaro Niglio a riportare l’ordine; infine parla Ciccio Gatto, il fratello di Rocco, che ne ricorda l’uccisione avvenuta il 12 marzo ’77 , dopo la denuncia di quanti avevano organizzato il citato blocco.

Molto bella la scelta della regista di inquadrare una serie di orologi, passione di Rocco, fermi alle sei e trenta, l’ora dell’omicidio, simboleggiando un blocco temporale da quel tragico evento, come se, pur con la gente a manifestare in piazza, da allora in poi ci si fosse rassegnati ad un tragico fatalismo, con la ‘ndrangheta che cominciava la sua “evoluzione”, abbandonando la rurale origine ed insinuandosi come un cancro nelle istituzioni. Ma il tempo non può fermarsi, bisogna andare avanti ed ecco che Gatto, su invito della regista, mostra come il suo orologio segni l’ora esatta, con le parole de Il mondo di Jimmy Fontana, qui cantata dai Quartaumentata, a concludere il film: “il mondo, non si è fermato mai un momento, la notte insegue sempre il giorno e il giorno verrà…”


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