Negli ultimi anni i fratelli Vanzina, Carlo ed Enrico, hanno seguito alternativamente due strade: film vacanzieri, dall’ umorismo becero e cialtrone, compiacente e compiaciuta messa alla berlina degli italici vizi, e commedie meglio definite e strutturate, sempre sullo stesso tema, memori della lezione paterna (Steno, Stefano Vanzina), con maggiore caratterizzazione degli interpreti, ma senza mai affondare il dito nella piaga, con toni ruffiani e leggeri da buffetto sulla guancia; sullo sfondo, una capacità di osservazione notevole, spesso anticipatoria di vari abusi e costumi, apparentemente romanocentrica, ma estensibile a buona parte del territorio nazionale.
E’ quanto si riscontra ne La vita è una cosa meravigliosa, con Carlo alla regia e sceneggiatore insieme ad Enrico: dopo un avvio straniante ma convincente, volto a dimostrare come anche gli immigrati si siano ben presto assuefatti alla nostra realtà tutta lustrini ed apparenza, la trama verte sulle intercettazioni telefoniche messe in atto dalla Polizia per tenere sotto controllo politici, uomini d’affari o ai vertici amministrativi, coinvolti in traffici sospetti nella Capitale.
Tra i poliziotti incaricati vi è Cesare (Enrico Brignano), che proprio grazie ad un’intercettazione scopre come la sua ragazza sia coinvolta in un giro di escort e quindi destinato ad un altro servizio, un furgone-spia sotto la villa di Antonio (Vincenzo Salemme), presidente di un importante gruppo bancario, con moglie e figlia incapaci di qualsiasi gesto d’affetto.
Antonio riceve ogni giorno nel suo ufficio politici ed imprenditori, che lo pressano con richieste di finanziamento per attuare i loro intrallazzi, come il titolare di una clinica privata, amico dello stimato chirurgo Claudio (Gigi Proietti), sposato con Elena (Nancy Brilli), e con un figlio che pensa più a feste e scommesse che alla laurea in Medicina, sperando sulle raccomandazioni paterne. Altre vicende verranno ad incastrarsi nel nucleo narrativo, come l’amore tra Cesare e la bella Laura (Luisa Ranieri)…
Sospeso tra racconto corale e pochade, il film convince per le valide prove interpretative di tutti i protagonisti in generale, e di Salemme e Proietti in particolare: il primo capace di un notevole uso della mimica e di abili giochi di sguardi, il secondo esprime al meglio le sue doti istrioniche; anche Brignano offre una riuscita interpretazione, dai toni soffusi, un misto di malinconia ed autoironia, come la Ranieri.
Purtroppo la sceneggiatura, tra sketch divertenti ed una scena dal vago sapore felliniano (un gruppo di giovani reduci da una festa, all’alba), non riesce a creare un valido amalgama tra i vari personaggi, in particolare quelli secondari, e, pur descrivendo alla perfezione un ambiente romano che i Vanzina conoscono bene, non è mai veramente incisiva ed efficace, perdendosi nei rivoli di un generico “volemose bene”, non potendo fustigare quella realtà di cui si è comunque figli, in un gioco complice che coinvolge anche gli spettatori.
Finale melenso e “falso”, per quanto apparentemente in tono da favola provocatrice, tra un “buon ritiro” in Africa e la preparazione della passata di pomodoro in campagna; visto che ormai siamo tutti disonesti, incapaci di una rettitudine morale, dalle piccole cose a quelle più grandi, solo la vita in una realtà incontaminata ci salverebbe: non serve una pur simpatica autoassoluzione a smuovere le nostre coscienze, la pacca sulla spalla quando si è sull’orlo del precipizio potrebbe rivelarsi deleteria.





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