Milano, giorni nostri: Anna (Alba Rohrwacher), impiegata in una società di assicurazioni, e Domenico (Pierfrancesco Favino), tuttofare in una impresa di catering, un incontro casuale, qualche sorriso, i gesti goffi dovuti all’imbarazzo, nascondono il classico coup de foudre, l’improvvisa attrazione reciproca senza un vero e proprio perché. I numeri di telefono, gli sms di lei, il primo appuntamento, la passione che si fa avanti prepotente e, man mano che le frequentazioni aumentano, le tenerezze, le prime confidenze.

Una storia d’amore come tante, se non fosse che Domenico ed Anna hanno già i loro compagni di vita: lui è sposato con Miriam (Teresa Saponangelo), donna un po’ frustrata che si arrangia lavorando come estetista, due bambini, la famiglia di lei alle spalle che li aiuta a superare i momenti di difficoltà, lei convive con Alessio (Giuseppe Battiston), commesso in una valigeria, appassionato di bricolage ed elettronica, sin troppo pacioccone ma affettuoso e comprensivo, oltre che pronto ad avere un bambino, ed anche qui alle spalle una famiglia, quella di Anna, titolare di una tintoria, che aiuta a sbarcare il lunario.

Tra incontri clandestini in motel ad ore, sotterfugi e bugie, è inevitabile che i due vengano scoperti e pur concedendosi, nonostante tutto, un breve attimo di felicità, il tempo di un weekend in Egitto, i dubbi su un avvenire incerto, dove anche una relazione extraconiugale può divenire un “lusso” che non ci si può permettere, avranno la meglio sulla realizzazione dei loro desideri.

Sullo sfondo di una Milano non certo “da bere”, l’hinterland metropolitano tutto casermoni e gru che si stagliano nel cielo, Silvio Soldini, regista e sceneggiatore (insieme a Doriana Leondeff e Angelo Carbone) di Cosa voglio di più, tratta il tema classico del tradimento e dell’ amour fou con piglio inedito rispetto al solito tono da commedia o melodramma.

Il suo stile appare asciutto, essenziale, algido e descrittivo, anche negli ansimanti amplessi, più che partecipativo delle varie vicende dei protagonisti, cronachistico e documentaristico, con l’uso della camera a mano che si appropria dei corpi e dei volti, memore anche dei trascorsi neorealisti nella tecnica del pedinamento, seguire gli attori in ogni ambito del quotidiano, catturandone ogni gesto, anche il più banale.

Con una regia efficacemente volta al minimalismo, grande importanza assumono gli interpreti, ognuno ben calato nella sua caratterizzazione, con ovvio risalto alla Rohrwacher e a Favino, decisamente ed estremamente intensi e naturali; in sostanza il film appare sospeso tra due ambiti, quello citato, realista e cronachistico, e quello tutto interiore, trattenuto, dello strazio sentimentale di Anna e Domenico.

Più che un limite ciò rappresenta in un certo qual senso il suo punto di forza, ben rappresentando, in definitiva, l’odierna precarietà non solo lavorativa, ma anche sentimentale, dove i problemi del quotidiano vengono affrontati con illusorie certezze (una famiglia, la casa), che man mano crollano come castelli di carta, mancando la possibilità e forse anche il coraggio di una qualsivoglia visione di un futuro più nitido, per cui, tra insoddisfazione e infelicità, non resterà nient’ altro che un consolatorio “cosa voglio di più”.

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