Il mondo del cinema piange la scomparsa di Dino De Laurentiis, uno degli ultimi produttori “vecchio stile”, innamorato del proprio mestiere e capace di visualizzare le spesso felici intuizioni in grandi successi, abbracciando intrattenimento ed autorialità, rischiando anche in prima persona. Atipica espressione del classico American dream, sospeso tra la creatività del genio italico e il pragmatismo imprenditoriale made in Usa, Agostino (il suo vero nome) De Laurentiis si è spento a Los Angeles, dove viveva dagli anni ’70, ma era nato a Torre Annunziata, vicino Napoli, nel 1919.

Sin da giovane aiuta il padre, titolare di un pastificio, nella sua attività e in una trasferta di lavoro a Roma, nota casualmente un annuncio del Centro Sperimentale di Cinematografia, alla ricerca di nuovi talenti. E’ la folgorazione che gli cambia la vita: deciso a percorrere la strada del cinema, inizia la classica gavetta, improvvisandosi trovarobe, comparsa, insomma tutto quello che può servire a metterlo in contatto con il magico mondo della settima arte, per poi produrre il suo primo film nel ’40, L’ultimo combattimento di Piero Ballerini. Un anno dopo fonda la Real Cine e produce L’amore conta, suo primo vero successo, per poi passare a lavorare alla Lux Film.

Una volta finita la guerra De Laurentiis si mette all’opera per ristrutturare vari teatri di posa e contribuisce alla rinascita del cinema italiano, cavalcando, sempre come produttore, dapprima la stagione del neorealismo (Riso amaro, ’48, Giuseppe De Santis, interpretato da Silvana Mangano, sua seconda moglie) e subito dopo quella della commedia all’italiana. A lui si deve la realizzazione del primo film italiano a colori, Totò a colori (‘52 , di Steno) o dei capolavori di Federico Fellini La strada e Le notti di Cabiria, entrambi premiati con l’ Oscar per il miglior film straniero.

Ancora da ricordare, tra 600 titoli all’attivo, La grande guerra, ’59 di Mario Monicelli, Leone d’oro a Venezia, un film importante nella cinematografia italiana, sia dal punto di vista strettamente contenutistico, affrontando il tema della prima guerra mondiale scevro da ogni retorica, non celebrando intrepidi eroi, ma gente comune mandata a morire in condizioni miserevoli, narrando la guerra dal punto di vista della trincea, sia per la coinvolgente spettacolarizzazione che dà vita ad un grande affresco corale, grazie all’uso del cinemascope, il dispiego di grandi masse, l’accurata ricostruzione storica.

Proprio questo pensare in grande dimostra come l’ Italia e certi suoi vincoli produttivi non potevano che stargli stretti (era entrata in vigore la legge Corona, che consentiva i sussidi ai film di produzione al 100% italiana, mentre prima era sufficiente il 50% ), per cui, pur realizzando sulla via Pontina, alla porte di Roma, Dinocittà, una sorta di Hollywood sul Tevere sul modello di Cinecittà ( vari i kolossal girati, ad esempio La Bibbia di Huston) nel ’72 decide di trasferirsi negli USA.

Qui proseguì la sua attività con la De Laurentiis Entertainment Group. Primo film prodotto, Serpico di Sidney Lumet, cui seguono, tra gli altri, I tre giorni del Condor di Pollack, Il giustiziere della notte di Michael Winner, King Kong, Flash Gordon, Ragtime, in un’estrema alternanza di clamorosi successi o flop epici (Dune di Lynch, su tutti). Nel 2001 la consacrazione definitiva, con l’Irving Thalberg Award, in occasione degli Oscar, cui fa seguito nel 2003 il Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

In voga