Si è conclusa ieri sera, lunedì 29 novembre, la trasmissione televisiva Vieni via con me di e con Fabio Fazio e Roberto Saviano, divenuta nel corso di queste settimane un vero e proprio fenomeno sociale, scatenando egualmente pareri entusiasti e critiche anche feroci, ma accolta in ognuna delle sue quattro puntate da un notevole successo di pubblico, raggiungendo ascolti record, in particolare per Rai 3, la rete sulla quale il programma è andato in onda. Altri autori: Pietro Galeotti, Marco Posani, Francesco Piccolo e Michele Serra.

Premetto che mi manterrò volutamente a debita distanza dalle solite polemiche, spesso pretestuose e mai assunte a vere e proprie prese di posizione, fondate e convincenti, sui compensi, “su chi è pagato da chi” o similari: le ritengo, sempre nel rispetto delle opinioni di ognuno, sterili e miopi, palesando la classica incapacità di estendere lo sguardo e di valutare col dovuto distacco, analizzando essenzialmente l’evento in sé. Né mi dilungherò su quale ospite sia stato particolarmente efficace o abbia dato interpretazione più valida.

Ciò che mi interessa e preme sottolineare infatti, è come si sia dimostrato, con una certa efficacia, che nel nostro paese mai assunto a nazione, un’altra televisione è possibile, si può puntare ancora su un tipo di intrattenimento che non sia il solito varietà “tette e culi”o talk show accondiscendenti, magari ospite qualche politico pronto ad autoassolversi e a celebrare il “tutto va ben mia nobile marchesa”, prendendoci allegramente per il sedere con la nostra complicità.

Ciò che è andato in onda è stato una sorta di terza via, a metà strada tra una cerimonia ed una piece teatrale, con grande rilevanza della parola rispetto l’immagine, ed alle sue modalità espressive e d’impatto, come evidenziato dai vari microfoni in fila sulla scena, vera coreografia del programma.

Questa innovazione del linguaggio, che capovolge l’imperativo attualmente dominante, trova i suoi antecedenti, in tempi relativamente recenti (potremmo anche risalire alla Canzonissima di Dario Fo), negli affondi di Beppe Grillo e compiutezza stilistica nel Fantastico di Adriano Celentano dell’ ’87/ ‘88, che scatenò fior di dotte discussioni, quando era piuttosto evidente ciò che il molleggiato, inedito maitre à penser, aveva messo in atto: evidenziare la fragilità della messa in scena tradizionale e rituale, opponendogli un’irritualità fatta di silenzi, pause, monologhi (a volte estenuanti).

Spazio quindi in Vieni via con me alle voci della gente comune, alle loro esperienze di vita e lavorative, spazio all’elencazione di fatti noti o meno noti, di eventi tristi o lieti, ai tanti misteri ancora insoluti, alle stragi tristemente impunite dopo anni, spazio alla grande capacità affabulatoria di Saviano, ai suoi monologhi improntati agli importanti valori della legalità e della laicità, ormai sommersi dal fango della corruzione, del pensiero unico ed imposto, della tangente legalizzata, e volti a far emergere tutta la nostra rassegnazione fattasi ormai connivenza tacita e colpevole.

Certo, possiamo discutere di una lentezza a volte troppo insistita ed officiata, o ancora su certi toni da “Ultima Cena” (sempre laica), con Saviano novello Messia e Fazio nel ruolo del discepolo prediletto, con la cultura ed il libero pensiero che si fanno pane e vino dell’Offertorio, ma non credo che ciò possa inficiare più di tanto il risultato finale, cioè, mi ripeto, che non solo un’altra televisione è possibile, ma che siamo in tanti ad attenderla.

Sfortunata la terra che ha bisogno di eroi (Bertolt Brecht, Vita di Galileo)

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