La notte brava del soldato Jonathan (The Beguiled, 1971)

America, da qualche parte nel Sud, mentre infuria la Guerra di Secessione.
Una  ragazzina, Amy (Pamelyn Ferdin), è intenta a raccogliere funghi nel bosco quando s’imbatte in un soldato yankee (Clint Eastwood) gravemente ferito ad una gamba e con profonde bruciature alle mani.
Il pensiero di Amy va subito al padre morto dissanguato in un prato, chissà magari colpito proprio dal “pancia blu” ora malconcio ai suoi piedi, ma la carità cristiana prende il sopravvento e quindi decide di condurlo con sé nel collegio femminile dove risiede insieme ad altre cinque fanciulle, presieduto dalla risoluta miss Martha Farnsworth (Geraldine Page) e che vede come istitutrice la dolce Edwina Dabney (Elizabeth Hartman), mentre la schiava Hallie (Mae Mercer) è d’aiuto nelle faccende domestiche. Sul dovere di consegnare alle truppe sudiste il caporale John McBurney, questo il nome dell’uomo ferito, segnalandone la presenza con uno straccio blu legato all’inferriata del cancello, prevale il senso d’ospitalità unito al dovere di assistenza da  rivolgere ai bisognosi; una volta guarito lo si lascerà nelle mani dei Confederati.

Pamelyn Ferdin e Clint Eastwood

La presenza di John all’interno della struttura ammorbidirà i rigidi parametri comportamentali che vanno a scandire le ore e i giorni, fra lezioni, preghiere e lavori nell’orto, anche perché con fare ambiguo e camaleontico il nostro cercherà d’ingraziarsi le diverse figure femminili che si prodigano nei suoi riguardi, Edwina in particolare, non disdegnando comunque una studiata accondiscendenza verso Miss Martha ed un tentativo d’empatizzare con Hallie, l’unica che sembra refrattaria alle sue lusinghe, senza dimenticare le esplicite attenzioni della diciassettenne  Carol (Jo Ann Harris)…
Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas P. Cullinan (1966, in origine intitolato A Painted Devil) ad opera degli sceneggiatori Irene Kamp e Albert Maltz (sotto gli pseudonimi, rispettivamente, di Grimes Grice e John B. Sherry), per la regia di Don Siegel, The Beguiled (sul titolo italiano scenda pure l’oblio) si sostanzia nella messa in scena come una favola gotica dalla forte consistenza metaforica, resa vivida e palpitante da uno stile registico che non lesina calibrati virtuosismi, mai fini a se stessi, anzi idonei ad avvalorare ulteriormente un andamento narrativo che, complice il montaggio secco e nervoso (Carl Pingitore) volto ad assecondare flashback, dissolvenze e passaggi onirici, unito alla fotografia densa e “pastosa” (Bruce Surtees) e all’insinuante motivo sonoro di Lalo Schifrin, avvolge tutto e tutti in un profondo incubo che va a sovrapporsi, anche come sua conseguenza, a quello della Guerra di Secessione.

Quest’ultima viene rappresentata con piglio realistico attraverso un’intercalare di immagini in bianco e nero (virate al color seppia) mentre scorrono i titoli di testa, sottolineato da un contrappunto sonoro che mescola vari rumori di guerra, i quali vanno gradualmente a spegnersi sulle note di una ballata che accompagna il passaggio al colore e ci introduce all’interno della narrazione.
Fin da subito si delinea un rapporto uomo/donna che andrà a trovare quale proscenio la contraddizione fra quanto messo in pratica e ciò che realmente si pensa, azioni vere e loro fantasiosa narrazione, desiderio represso e la sua esternazione in varie forme, dalle più torbide (Miss Martha) e tormentate (Edwina) alle innocenti infatuazioni (Amy) cui si contrappongono conturbanti tentazioni (Carol). Da un vertiginoso movimento della macchina da presa, corrispondente allo sguardo del caporale ferito, siamo trasportati all’interno del convitto femminile, prendendo così contatto con la psicologia comportamentale delle signore, messa a confronto con quella più elementare, per quanto sottilmente subdola del gradualmente gradito ospite: se ognuna di loro si agghinderà con l’abito della festa (circostanza sottolineata con fare caustico da Hallie, riferendosi alle galline che hanno ripreso a fare le uova), John non si tirerà indietro nel mettere in atto la nota strategia da “gallo della checca che tutte vede e tutte becca” (L’elisir d’amore, Gaetano Donizetti).

Geradine Page, Eastwood

Per conquistare i loro favori il nostro ne asseconderà i desideri mostrandosi di volta in volta quale corrispondente a ciascun reciproco presunto ideale, dal timorato di Dio costretto dalle circostanze ad uccidere, lavoratore instancabile che non disdegna, ove invogliato, al “bene effimero della bellezza” (Bocca di rosa, Fabrizio De Andrè), al principe azzurro che impalmerà la sua bella conducendola nel regno incantato, passando per le pose da moderno liberal nell’invocare l’eguaglianza di ogni essere umano. Si metterà però in trappola da solo nel dare adito con le suddette modalità al proprio ego di maschio ultrasicuro di sé, non considerando minimamente le conseguenze possibili dall’aver trascurato la sensibilità femminile più intima e profonda, ingannandole nel riservare loro una considerazione falsamente esclusiva, congegnata in realtà per conseguire un unico risultato nei confronti di tutte. L’articolato e denso lavoro di scrittura trova in Siegel un cantore ideale: il cineasta si adopera infatti in modalità di ripresa a dir poco viscerali nella loro veemenza visiva  resa da ralenti, veloci zoom, intensi primi piani, particolari angolature (come l’apparizione del “grande lupo cattivo” agli occhi di Amy), esternazioni di pensieri e caliginose visioni.

Mae Mercer ed Eastwood

Riguardo quest’ultime, dal sentore lisergico, la più disturbante, oltre quelle relative ad un precedente amore, incestuoso, di miss Martha, risulta la raffigurazione di un sogno della stessa istitutrice su un possibile congiungimento con John: dal particolare di un quadro che ritrae La Pietà si giunge, fra intervalli saffici, alla visione di un rapporto a tre dove il corpo dell’uomo sembra ridursi, ironicamente, a mero e funzionale oggetto sacrificale. Ecco che il convitto femminile, microcosmo isolato appena sfiorato dalle brutture del mondo cui contrappone il rispetto di una rigida etichetta e l’esternazione dell’amore cristiano verso il prossimo quale altro da sé, si trasforma in una vera e propria casa degli orrori, per certi versi ancora più truci e dirompenti di quelli che trovano esternazione sul campo di battaglia. L’insistenza verso vari simbolismi (vedi il corvo legato alla ringhiera con l’ala spezzata), la resa realisticamente tormentata di tutti i protagonisti (Page ed Hartman in primo luogo, senza dimenticare le movenze sinuose di Jo Ann Harris ed un Eastwood sempre granitico ma incline a molte sfumature, rese in particolare coi gesti e lo sguardo, fino al rabbioso incedere finale), troverà il suo apice nella sequenza dell’amputazione.

Elizabeth Hartman, Eastwood

Qui l’illuminazione a lume di candela, il giro della macchina da presa sui volti delle donne e sul corpo di John, i riflessi nello specchio, lasciano intuire, anche attraverso i rumori, quanto sta accadendo, passo dopo passo, offrendo in puro stile horror un senso di scioccante raccapriccio, pur senza indulgere sui particolari. The Beguiled si conclude, circolarmente, con la ripresa della ballata ascoltata in apertura (Dove-She Is A Pretty Bird, cantata da Eastwood): tutto è compiuto, a suggello dell’impossibilità di una conciliazione o di un punto di incontro che possa contemperare le esigenze di ognuno, nel rispetto dei sentimenti di una persona in quanto tale, tra immedesimazione e compatimento. Un’opera per certi versi disturbante, i cui stilemi distintivi, volti ad approfondire e far risaltare visivamente gli elementi contenutistici, si possono forse apprezzare più oggi che all’epoca, consentendo poi, ricordando insieme a Morandini Un garibaldino al convento (Vittorio De Sica, 1942) quale possibile spunto iniziale, un confronto con la recente trasposizione del romanzo ad opera di Sofia Coppola, regista e sceneggiatrice, cui dedicherò un articolo a breve.

Jo Ann Harris, Eastwood

Per il momento mi limiterò a scrivere, riportando le mie prime impressioni, che la messa in scena offre una rappresentazione elegante, minimalista, asciutta, idonea a valorizzare, grazie anche alla suggestiva fotografia opacizzante,  costumi e scenografie naturali, oltre che porre risalto all’idea di un’autodeterminazione femminile conquistata a caro prezzo, mantenendo comunque intatte le rispettive personalità ed inclinazioni. Il  caporale, interpretato da un Colin Farrell credo volutamente  amebico, più che ago della bilancia diviene ora una semplice pedina funzionale alla bisogna, per un risultato finale formalmente ineccepibile ma un po’ troppo algido e distante, certo lontano dalla sanguigna rappresentazione resa da Siegel, più attenta allo sviluppo della psicologia dei personaggi. Due opere profondamente diverse, volte ad assecondare le inclinazioni dei rispettivi autori, ma certamente da vedere entrambe, quali esempio di buon cinema, capace di unire autorialità ed intrattenimento.

Una risposta a “La notte brava del soldato Jonathan (The Beguiled, 1971)

  1. Pingback: L’inganno | Sunset Boulevard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.