Un ricordo di Umberto Lenzi

Umberto Lenzi (Libero quotidiano)

C’era una volta, fra gli anni ’60 e ’70, neanche tanto tempo fa, un’inventiva e fiorente produzione di genere propria del cinema italiano, semplice ed “artigianale”, frutto di geniali e felici intuizioni, quest’ultime spesso capaci di attingere dalla realtà del periodo, con una connotazione forse ingenua ma ammantata da una creatività cui si univa un afflato “sanamente” popolare. All’interno di questa cinematografia, fra i tanti registi che si sono distinti nell’assecondare i gusti del grande pubblico unendo poliedricità, istinto spettacolare, cura nella messa in scena, va senz’altro annoverato Umberto Lenzi (Massa Marittima, 1931), scomparso ieri, mercoledì 19 ottobre, a Roma. Appassionato del mondo della Settima Arte fin da bambino, Lenzi abbandonò presto gli studi di Giurisprudenza per iscriversi al Centro Sperimentale di Cinematografia, dove si diplomò nel 1956, continuando la sua precedente attività di critico cinematografico per giornali locali e periodici, oltre a lavorare come aiuto regista, fino ad esordire dietro la macchina da presa cinque anni più tardi con Le avventure di Mary Read, classica pellicola di cappa e spada, non considerando un film girato nel 1958 (Mia Italida stin Ellada) che non trovò distribuzione.

Dopo Duello nella Sila e Il trionfo di Robin Hood (entrambi del 1962) senza dimenticare, fra gli altri, titoli ormai cult (l’improbabile, folle per certi versi, Zorro contro Maciste, 1963), Lenzi trasferì sul grande schermo la sua passione per le avventure salgariane (Sandokan, la tigre di Mompracen; I pirati della Malesia, 1964), per poi cavalcare gradualmente l’onda di vari successi cinematografici quali i film di spionaggio con protagonista James Bond-007 (A 008, Operazione Sterminio, 1965), che venivano presi come punti di riferimento anche per titoli non propriamente rientranti nel genere (Kriminal, 1966, derivato dall’omonimo fumetto di Max Bunker), o quelli bellici (La legione dei dannati, 1969). Ma i generi in cui Lenzi ha dato il meglio di sé sono senz’altro due, il giallo e il cosiddetto poliziottesco. Riguardo il primo, sulla scia di Mario Bava prima e Dario Argento poi, ma con rimandi anche alla cinematografia americana, diede vita al thriller dei quartieri alti, come lo stesso autore lo definiva, una suggestiva ed anche morbosa mescolanza di riferimenti psicologici ed erotici all’interno di intricate storie, sullo sfondo, appunto, degli “ambienti bene”: la trilogia, ideale, che vede fra i protagonisti Carrol Baker (Orgasmo, 1969; Così dolce … così perversa, 1969; Paranoia, 1970), Il coltello di ghiaccio (1972, ispirato a The Spiral Staircase, La scala a chiocciola, 1946, Robert Siodmak), Gatti rossi in un bicchiere di vetro (1975), sono da considerarsi fra i risultati migliori.

Passando al filone del poliziottesco, tanto vituperato all’epoca, Lenzi, pur tra forzature spettacolari e facili espedienti retorici volti alla popolarità,  riuscì ad evidenziare la desolazione morale di un periodo attraversato da un clima di radicale ed indisciplinato cambiamento socio economico e culturale e trovò quale interprete ideale Tomás Milián: si possono ricordare fra i titoli Milano odia: la polizia non può sparare, 1974; Il giustiziere sfida la città (1975); Roma a mano armata, 1976, in coppia con un’altra icona di questo genere cinematografico, Maurizio Merli (come nel successivo Il cinico, l’infame, il violento); Il trucido e lo sbirro, 1976, dove Lenzi e lo sceneggiatore Dardano Sacchetti fecero esordire il personaggio di Er Monnezza, alias Sergio Marazzi, delinquente di mezza tacca bono de core (tutto è relativo) e dal linguaggio alquanto colorito (l’attore venne doppiato da Ferruccio Amendola), idoneo a conferire una leggera connotazione ironica, da commedia, in un contesto esasperatamente violento. Er Monnezza farà poi la sua comparsa ne La banda del gobbo, 1977, ancora Lenzi, e successivamente in altre pellicole, stesse fattezze ma nominativo o soprannome mutati (La banda del trucido, Stelvio Massi; Il lupo e l’agnello, 1980, Francesco Massaro; Uno contro l’altro, praticamente amici, 1981, Bruno Corbucci). Agli inizi degli anni ’80, ormai esauritosi il filone dei poliziotteschi, che d’altra parte erano succeduti, almeno considerando il successo di pubblico, agli spaghetti western, Lenzi, memore del suo Il paese del sesso selvaggio (1972) e delle influenze che aveva avuto riguardo realizzazioni similari di altri registi, si concentrò sia sull’horror propriamente detto (Incubo sulla città contaminata, 1980) sia su i suoi estremi cannibalistici (Mangiati vivi!, 1980; il discutibile Cannibal Ferox, 1981).

Per tutti gli anni ’80 e fino agli inizi dei ‘90 Lenzi si mantenne attivo, alternando film comici non propriamente riusciti (Cicciabomba, 1982, con Donatella Rettore; Pierino la peste alla riscossa, stesso anno, interpretato da Giorgio Ariani) ad altri horror (La casa 3-Ghosthouse, 1988, che firma come Humphrey Humbert o i film tv La casa del sortilegio e La casa delle anime erranti, 1989), per poi girare il suo ultimo lavoro nel 1992, Hornsby e Rodriguez-Sfida criminale.
Resistette quindi, fino a quando decise di ritirarsi dalle scene, ad un modo di fare cinema ormai industrializzato, influenzato dal sempre più massiccio intervento delle tv in qualità di produttori e conseguente declinazione dei film verso generi più “accomodanti”, senza dimenticare il drastico abbandono della sala cinematografica quale condivisibile “luogo celebrativo”.
Forse il miglior elogio di Lenzi, e di altri autori che hanno fornito linfa vitale al nostro cinema grazie alla loro inventiva e al loro coraggio, lo ha elargito nel corso di questi ultimi anni Quentin Tarantino, che ha sempre sottolineato l’importanza nella sua formazione dell’influenza esercitata dai film di genere italiani, opere spesso originali, pur ispirate da produzioni più famose, sempre diversificate nello stile ed idonee ad essere apprezzate anche al di là dei nostri confini, una chiave di volta per un auspicabile, in parte già in corso, rinnovamento della nostra produzione (penso a Lo chiamavano Jeeg Robot, 2016, Gabriele Mainetti, ma anche a Il racconto dei racconti, 2015, Matteo Garrone,  alla saga di Smetto quando voglio, Sydney Sibilia, o al recente Ammore e malavita dei Manetti Bros). Ma questa, amici lettori, è un’altra storia, come si suole dire, avrò modo di scriverne a breve.

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