1945

Venerdì 12 agosto 1945, mattina, in un villaggio ungherese. Il vicario István Szentes (Péter Rudolf) sta radendosi, ascoltando il notiziario radiofonico: le truppe sovietiche sono ormai oltre il confine della Manciuria e gli Stati Uniti hanno lanciato la seconda bomba atomica in territorio giapponese, colpendo il porto di Nagasaki.
Per Szentes è una giornata importante, oggi si celebra il matrimonio fra suo figlio Árpád (Bence Tasnádi), proprietario di un emporio, e la contadina Kisrózsi (Dóra Sztarenki), unione malvista dalla madre del ragazzo, Anna (Eszter Nagy-Kálózy), avendo intuito come la promessa sposa guardi più al vantaggio economico che ai sentimenti: non ha certo tutti i torti, considerato che la fanciulla è ancora attratta da una vecchia fiamma, l’aitante Jancsi (Tamás Szabó Kimmel). Alle ore 11, dal treno appena arrivato alla locale stazione scendono due uomini, padre e figlio, ebrei ortodossi, i quali recano con loro un paio di casse, contenenti profumi e cosmetici; provvedono a farle caricare su un carro, che seguiranno a piedi fino alla meta stabilita, attraversando tutto il paese.

Péter Rudolf

Per gli abitanti, presi dai preparativi per le nozze imminenti, questa improvvisa presenza è fonte di grande agitazione: dal vicario al parroco, passando per contadini, commercianti o artigiani, si teme infatti che i due siano giunti in rappresentanza della comunità un tempo qui residente e poi oggetto di deportazione, per reclamare quanto un tempo era di loro proprietà ed ora detenuto, in seguito ad assegnazione, da altri, ovvero coloro che non si sono fatti scrupolo di denunciare gli ebrei ai nazisti o, imbelli, hanno taciuto … Diretto dal regista ungherese Ferenc Török, anche sceneggiatore insieme al connazionale Gábor T. Szántó, autore della novella Hazatérés (Homecoming in lingua inglese, 2004), da cui è tratto il soggetto, 1945 è un film dal suggestivo impatto visivo (esaltato dalla vivida fotografia in bianco e nero, opera di Elemér Ragályi) e dalla empatica resa contenutistica. L’iter narrativo si focalizza sull’incedere delle immagini più che sui dialoghi, piuttosto scarni: le inquadrature appaiono particolarmente studiate, offrendo un denso gusto pittorico, con la macchina da presa attenta a circoscrivere minuziosamente ogni dettaglio della messa in scena, così da delineare il pensiero dei personaggi in relazione agli ambienti in cui si trovano ad agire, rendendo rilevanti anche gli oggetti.

Viene rispettata la struttura propria della tragedia greca nell’avallo delle unità di tempo, spazio e luogo e lo stesso può scriversi relativamente ai tòpoi di un western atipico quale High Noon (Mezzogiorno di fuoco, Fred Zinnermann, 1952), a partire dalla suspense ottimamente orchestrata dosando un’oculata ponderatezza nel visualizzare il cammino dei due ebrei, in parallelo con le reazioni dei cittadini al loro passaggio. Il tutto sottolineato da un incalzante motivo sonoro (Tibor Szemzo), la cui intensità aumenta col procedere dell’azione. Il villaggio ungherese appare dunque consono a palesarsi quale rappresentativo microcosmo di un mondo in procinto di un’ulteriore trasformazione dopo l’accadimento di drammatici eventi, ma ancora legato ad atavici retaggi, attanagliato da un senso di colpa che vede responsabilità individuale e responsabilità collettiva darsi la mano nel disegnare una pagina di Storia che ha visto l’uomo, l’essere umano, accanirsi contro se stesso, nella presunzione, violentemente esibita, di sentirsi più eguale dei propri simili.
Una volta che 1945 procede verso l’inatteso e straziante finale, deflagrante nella sua portata simbolica, le responsabilità dei singoli componenti della comunità verranno miseramente fuori, evidenziando diverse tipologie umane attraverso la resa visiva di varie contraddizioni e stati d’animo.

Péter Rudolf e Bence Tasnádi

Alcuni si troveranno a lottare con la propria coscienza più intima e profonda, giungendo infine anche a tragici gesti, altri riterranno invece di essere nel giusto, attaccandosi materialmente a quanto ritengono sia loro di diritto, noncuranti di chi a prima appartenesse e le modalità con le quali gli è stato tolto, così come qualcuno riuscirà a ritrovare una dignità esistenziale.
Grande merito del film, al di là della cura formale e della sagacia espressa nella sceneggiatura, cui vanno ad unirsi le buone interpretazioni attoriali, è di riuscire a narrare  la Shoah in maniera indiretta, senza indulgere nel consueto stile cronachistico degli eventi o nel descrivere la mostruosità aberrante dei campi di concentramento (è sufficiente a scatenarne il ricordo un paio di scarpe o qualsiasi altro oggetto appartenuto alle vittime, come si nota in una commovente sequenza), scandagliando comunque l’animo delle persone coinvolte, direttamente o meno, facendone risaltare l’indole prevaricatrice e di sopraffazione verso qualsivoglia diversità, “giocando” infine con i generi cinematografici nel conferire  alla pellicola autoriale sostanza.

Eszter Nagy-Kálózy e Dóra Sztarenki

Emblematica la sequenza finale, una  volta che il treno con i due ebrei a bordo è partito dalla stazione, e dalla locomotiva sbuffante si staglia una densa nube di fumo nero… Uscì continuo il fumo di migliaia di donne spinte fuori all’alba dai canili contro il muro del tiro a segno o soffocate urlando misericordia all’acqua con la bocca di scheletro sotto le docce a gas. Le troverai tu, soldato, nella tua storia in forme di fiumi, d’animali, o sei tu pure cenere d’Auschwitz, medaglia di silenzio? (Auschwitz, Salvatore Quasimodo, 1954).
Un film da vedere, così da meditare sulla nostra condizione umana e continuare a ricordare, evidenziando come il verbo nella sua etimologia indichi quale organo propenso a tale funzione il cuore, ritenuto anticamente sede della memoria: un’umana condivisione rivolta alle vittime dei tanti, troppi, crimini perpetrati contro l’umanità, passati e presenti, idonea a valicare i confini del mero esercizio cerebrale.

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1945, in uscita nelle sale dal 3 maggio, è stato presentato nella sezione Panorama della 67a edizione del Festival di Berlino e ha vinto numerosi premi nei festival di tutto il mondo. Tra questi, il Premio Avner Shalev Yad Vashem come Miglior rappresentazione artistica dell’Olocausto al Jerusalem Film Festival 2017, il Premio per il Miglior soggetto al Miami Jewish Film Festival, il Premio per il Miglior regista al Berlin Jewish Film Festival, il Premio dei Critici e quello del Pubblico al San Francisco Jewish Film Festival, il Primo Premio della Critica Cinematografica Ungherese nel 2018. La distribuzione del film in Italia ha ricevuto il patrocinio del Consolato Generale di Ungheria in Milano.

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