Dumbo (1941)

Florida, anni ’40.
Nei quartieri invernali del circo planano giù dal cielo le cicogne, recano nei loro becchi, avvolti in candidi fagottini, i cuccioli da consegnare alle signore in attesa: da mamma orsa a mamma giraffa tutte hanno avuto ciò che aspettavano, tranne l’elefantessa Jumbo, che il mattino dopo s’incammina mesta insieme alle compagne verso il vagone del treno, la locomotiva Casey Jr. (Casimiro), in partenza per la consueta tournée.
Ma anche per lei il messo piumato non si farà attendere, nel corso del viaggio potrà infatti dare il benvenuto ad un grazioso elefantino dagli espressivi occhi azzurri e, lo si scoprirà dopo un sonoro starnuto del piccolo, dotato anche di enormi orecchie, subito oggetto di scherno da parte delle malevole elefantesse.
Ma la mamma sa come impiegare quelle insolite appendici, per esempio le può avvolgere intorno al corpo di Jumbo Jr., a guisa di coperta, per poi cullarlo trattenendolo con la proboscide. Purtroppo il giorno in cui s’inaugura lo spettacolo avviene un episodio increscioso: innervosita per gli scherni rivolti alla creatura da alcuni giovinastri, la signora Jumbo si lancia contro di loro, creando scompiglio e terrore. Per lei si prevede l’isolamento, rinchiusa ed incatenata all’interno un carrozzone, lasciando il piccolo, subitamente soprannominato Dumbo (storpiatura del termine dumb, stupido) dalle solite elefantesse pettegole, tristemente solo.

La cicogna e la Signora Jumbo

Sarà il topolino Timothy (Timoteo) a prendersi cura di lui, ad infondergli fiducia, il necessario coraggio per prendere parte ad un nuovo numero che si prodigherà di suggerire, con un metodo personale, al direttore del circo; non tutto però andrà per il meglio e il sempre più triste elefantino, deriso ed ignorato dai suoi simili, verrà declassato al ruolo di clown. Un bel mattino, dopo una sbornia involontaria, i due si ritroveranno su di un albero, insieme ad uno stormo di gracchianti corvi… Ma come sono finiti lassù? Volando, forse? Vuoi vedere che quelle spropositate orecchie…
Adattamento di una storia scritta da Helen Aberson ed illustrata da Harold Pearl per il prototipo di un  giocattolo denominato Roll-a-Book (in sintesi un libro illustrato le cui pagine scorrono in verticale agendo su di una rotella), Dumbo  è il quarto film d’animazione realizzato dallo Studio Disney, ad opera di un nutrito team di registi (con a capo Ben Sharpsteen) e sceneggiatori (fra i quali Joe Grant e Dick Huemer), che si mantennero fedeli alle disposizioni ricevute, ovvero prediligere uno stile semplice, stilizzato più che ricercato o realistico, così da mantenere le spese, vuoi per il II conflitto in corso, vuoi per i non i felici incassi ottenuti dai precedenti Pinocchio e Fantasia.

Jumbo Jr. “Dumbo”

Il risultato fu un film dalla breve durata, un’ora circa, semplificato nella realizzazione dei fondali, per quanto eseguiti ad acquerello, con gli animali veri e propri protagonisti, emozionante e commovente come pochi nel suo poetico assunto di “bella favola” idoneo ad esternare una vivida allegoria sul valore della diversità quale elemento fondante di una sostanziale eguaglianza.
Il tenero elefantino muto, nel volgere espressivi sguardi al mondo che lo circonda, colmi di purezza nell’approccio ma anche gonfi di tristezza nel constatare una mancata corresponsione, si rende simbolo di tutti coloro che vengono superficialmente giudicati quali inetti, indegni di essere compresi nel novero sociale solo perché non hanno ancora avuto modo di esprimere le proprie reali potenzialità, così da guadagnarsi anch’essi una piccola fetta di felicità.
Ove poi manchi, per cause variabili, il sostegno genitoriale, un amico fidato, qualcuno a sua volta di cui gli altri hanno timore o provano ribrezzo alla sua vista, può certo costituire un valido apporto per sostenere i forti marosi che vanno ad infrangersi sulle sponde della quotidiana ritualità, infondendo una briciola di ottimismo. Ecco allora, immagine indimenticabile, Dumbo seguire il topolino Timoteo, tenendosi ben stretto con la proboscide alla sua coda, due esseri che si completano a vicenda nel portare avanti il loro diritto ad essere “diversi”; egualmente è impossibile non commuoversi nel vedere mamma Jumbo rinchiusa in catene all’interno di un angusto carrozzone, pronta a far uscire la proboscide da una piccola inferriata per cullare l’amato figlioletto, sulle note di Baby Mine, e confortarlo delle tante amarezze subite.

Dumbo scorre veloce, sembra proprio che le pagine di un libro illustrato si aprano e si susseguano sotto i nostri occhi, consentendo alla fantasia di fare il suo ingresso nel reale e contaminarlo felicemente, offrendo incursioni immaginifiche fra l’onirico ed il lisergico, vedi l’impareggiabile sequenza della parata degli elefanti rosa, coincidente con la visione, in soggettiva, di Dumbo e Timoteo dopo l’involontaria ciucca; da non sottovalutare poi l’apporto conferito alla narrazione dallo stormo dei corvi canterini, tacciati all’epoca e negli anni a venire di venature razziste, in quanto resa antropomorfica di persone di colore, ma che in realtà, una volta divenuti consapevoli della comune condizione d’esclusione sociale, saranno gli artefici della trasformazione del brutto anatroccolo in cigno, sorta di riscatto per conto terzi, lo stesso che Dumbo potrà realizzare nei confronti della madre, sempre lavorante in un circo ma che nel finale potrà godere delle comodità garantite da un vagone riservato…
La versione italiana, curata da Roberto De Leonardis, vede il mitico Quartetto Cetra sostituire l’originario Hall Johnson Choir (affiancato dai King’s Men), rispettando le melodie originali della colonna sonora opera di Frank Churchill ed Oliver Wallace (premiata con l’Oscar, mentre un altro riconoscimento fu la Palma d’Oro alla II Edizione del Festival di Cannes come Miglior Film d’Animazione, nel 1947).

Nel mese di marzo è stata distribuita al cinema la tanto attesa versione live action, sempre ad opera della Disney, per la regia di Tim Burton su sceneggiatura di Ehren Kruger, la cui visione non mi ha particolarmente entusiasmato.
Protagonisti gli esseri umani rispetto agli animali, assecondando in soggettiva ora la visione dell’elefantino (reso in CGI) ora quella del direttore del circo Max Medici (un ottimo Danny De Vito), il film appare diviso in due parti: la prima offre più di un richiamo all’originale, ma con un assiduo ricorso alla razionalità e alla plausibilità, eliminando la sorpresa del volo ed annullando quindi l’impianto favolistico proprio del cartoon, mentre la seconda, che vede l’elefantino acquistato da un ghignante impresario (Michael Keaton) insieme al’intero circo per esibirsi in un tetro parco dei divertimenti denominato Dreamland (anche la fotografia muta tonalità, dal pastello a toni più cupi, spenti) è volta a dimostrare che “a volte il sogno può divenire un baratro fatale” (Lo sceicco bianco, Federico Fellini, 1952), se viene a contatto con il puro e semplice merchandising. Tutto si fa freddo, calcolato, meccanico, fino a giungere all’apoteosi del politicamente corretto in un finale formalmente animalista ma fondamentalmente ruffiano, pubblico lavacro di coscienza a nascondere conformistica ipocrisia; nessuno slancio propriamente immaginifico (gli elefanti rosa ora nascono da bolle di sapone), niente afflati poetici ma solo tanta ordinarietà in nome di una facile resa visiva, tralasciando di dare adito ai palpiti del cuore.

Già pubblicato su  Diari di Cineclub n. 72- Maggio 2019


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