The Bra – Il reggipetto

(IMDb)

Baku, Azerbaigian, tempi nostri.
Il cosiddetto quartiere Shangai è letteralmente attraversato dai binari ferroviari, in guisa di un fiume che divide due sponde: le abitazioni sono una di fronte all’altra, tanto che dai rispettivi muri si è soliti tendere la corda su cui stendere il bucato ad asciugare mentre i dintorni fra le rotaie sembrano costituire un’alternativa alla classica piazza quale centro aggregativo d’incontro: i bambini vi giocano a pallone, gli anziani  organizzano delle partite a dama, sorseggiando il tè; ad avvisarli dell’imminente transizione del treno provvede un solerte ragazzino (Ismail Quluzade), probabilmente orfano, che dimora nei paraggi, usufruendo quale alloggio di una vecchia cuccia. La tratta è interessata abitualmente dal passaggio di un convoglio merci guidato dal macchinista Nurlan (Predrag “Miki” Manojlovic), il quale, pur con tutta la prudenza di questo mondo, non può fare a meno di travolgere  i panni stesi o comunque svariati oggetti che il nostro ritroverà sul muso della motrice una volta rientrato in deposito, adoperandosi nell’individuare i legittimi proprietari, così da provvedere alla restituzione. Nurlan vive da solo, una modesta casupola sui monti, ha avanzato una proposta di matrimonio, ma la prescelta è troppo giovane per lui, ormai  prossimo alla pensione; l’occasione per conoscere un’umanità alquanto varia si prospetterà quando nel consueto inventario degli oggetti rinverrà un reggiseno ed avrà il suo bel da fare per scovare a chi possa appartenere…

Predrag “Miki” Manojlovic

Diretto dal regista tedesco Veit Helmer, anche sceneggiatore insieme a  Leonie Geisinger, The Bra-Il reggipetto si palesa alla visione come un film piacevolmente insolito nell’ambito dell’attuale panorama cinematografico, in quanto il suo iter narrativo si sviluppa nella totale assenza di dialoghi, puntando quindi all’attenta composizione delle immagini, le quali si avvalgono di una luminosa fotografia (Felix Leiberg), con la macchina da presa attenta a circoscrivere minuziosamente ogni dettaglio della messa in scena, così da delineare il pensiero dei personaggi in relazione agli ambienti in cui si trovano ad agire, rendendo rilevanti anche gli oggetti rispetto ai soggetti, ma, soprattutto, offrendo spazio ad ogni rumore di fondo. La colonna sonora (Cyril Morin), inoltre, funge da vero e proprio contrappunto nell’accompagnare lo svelamento emozionale dei personaggi, che a sua volta si avvale dell’apporto fondamentale della mimica, esternata però in maniera discreta, incline più all’intuizione sottesa che all’ammiccamento esplicito, come appare evidente in particolar modo nella resa recitativa offerta da Manojlovic, cui basta un semplice sguardo, un gesto, una piega della bocca volta al sorriso o alla disapprovazione ad esternare una limpida espressività. The Bra sfugge inoltre ad un preciso inquadramento riguardo il genere, in quanto per l’ironia e la surrealtà, inframmezzate da toni elegiaci, di molte situazioni potrebbe definirsi come una commedia, ma è evidente anche una certa drammaticità considerando che, riporto la mia precipua sensazione, nel corso della narrazione va a stagliarsi nettamente il sentore malinconico di una solitudine che si vorrebbe superare ricercando socialità e condivisione di un contatto propriamente umano.

Ismail Quluzade

Il peregrinare del candido macchinista andrà infatti a scoperchiare, nel corso delle sue incursioni all’interno della quotidianità dei suoi simili,  un vero e proprio vaso di Pandora relativamente a sentimenti inespressi ed emozionalità a lungo sopite, offrendo il destro  a tutte una serie di situazioni a cavallo tra il grottesco e l’assurdo.
La citata assenza di dialoghi e la conseguente preponderanza del brusio di fondo, quindi della vita in sé, percepita nel suo incedere giornaliero, non intende costituire un mero esercizio di stile inteso a richiamare il cinema “del tempo che fu”, bensì sostiene un opportuno risalto a quanto ruota intorno ai protagonisti  e  ne determina il comportamento nell’ambito dei vari accadimenti che andranno a succedersi, riprendendo e rielaborando quanto scritto nel corso dell’articolo. Particolarmente riuscito, per nulla scontato, il finale, quando due esistenze troveranno reciproco significato nel dono dell’amore incondizionato e nell’accettazione delle rispettive individualità.
The Bra forse avrebbe meritato un montaggio più serrato per ovviare alla ponderata ripetitività della situazione di partenza, ma la fascinazione visiva, con il quartiere Shangai, oggi distrutto, a rendersi anch’esso personaggio, il suadente incastro tra realismo e visionarietà, senza dimenticare la composta alternanza d’ironia e drammaticità, lo rendono un film la cui visione può serbare piacevoli sorprese, a partire dal riscoprire l’essenzialità primigenia di un cinema che sa far leva, tra semplicità e schiettezza d’intenti, sulla forza espressiva propria degli “affetti speciali” nel rendere un empatico e concreto trasporto emotivo agli spettatori.

Manojlovic e Quluzade


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