Freaks (1932)

Diretto da Tod Browning e sceneggiato da Willis Goldbeck e Leon Gordon sulla base del racconto Spurs di Tod Robbins, pubblicato nel 1923 sulla rivista Munsey’s Magazine, Freaks porta su di sé l’aura di film maledetto, rinnegato alla sua uscita dalla stessa società di produzione, la Metro- Goldwyn- Mayer, per essere poi inoltre pesantemente decurtato dai tagli e divenire per lungo tempo proibito in molti paesi. Dopo la disastrosa anteprima avvenuta a San Diego, che, stando alle cronache dell’epoca, causò fra gli spettatori svenimenti vari e fughe precipitose, la pellicola tornò nuovamente in cantiere, così da eliminare alcune scene (la castrazione di Hercules e il suo accompagnare la sequenza conclusiva con un’esibizione canora in falsetto) ed aggiungere un nuovo finale “consolatorio”, dove Frieda confermava ad Hans il suo amore, attualmente non presente in tutte le edizioni. Anche questa versione, uscita circa un mese dopo la suddetta anteprima, ebbe però un’accoglienza negativa da parte del pubblico e della critica. Le cose non andarono meglio all’estero (in Inghilterra rimase all’indice per trent’anni); Dwain Esper, regista e produttore di vari b movies tentò di rieditarlo nel 1948 con diversi titoli (Nature’s Mistake, The Monster Show, Forbidden Love) e pruriginosi claim di lancio, ma la “riabilitazione” definitiva andò a conclamarsi attraverso tutta una serie di tappe, dal 15mo Festival di Cannes, 1962, alla proiezione del 1969 a Parigi, presso lo Studio de l’Etoile, passando per la 29ma Mostra Internazionale d’ Arte Cinematografica di Venezia, 1968.

Olga Baclanova ed Harry Earles (Minniemuse)

La narrazione ha inizio per bocca di un imbonitore, intento ad illustrare al pubblico le numerose attrazioni del suo spettacolo, compresa “la più incredibile mostruosità che sia mai vissuta nel nostro pianeta”, custodita all’interno di un anonimo scatolone. Alcune signore svengono alla vista, mentre l’uomo inizia a raccontare la storia di quello che viene descritto come un essere misterioso e repellente: siamo ora all’interno di un circo, dove si sta esibendo al trapezio la bella Cleopatra (Olga Baclanova), sotto lo sguardo ammirato del nano Hans (Harry Earles), che ne è invaghito. La donna ne accetta la corte e i costosi regali, ma in realtà lo sta prendendo in giro e sarà del tutto interessata a lui una volta appreso dalla fidanzata di Hans, Frieda (Daisy Earles), nana anche lei, della fortuna che ha ereditato. Con la complicità dell’amante, il forzuto Ercole (Henry Victor), la donna architetta un piano diabolico, sposare Hans, avvelenarlo a piccole dosi ed impossessarsi dei suoi soldi. Nel corso della cerimonia nuziale, tutti i freaks acclamano a gran voce Cleo “come una di loro”, un inserimento nella comunità che la donna, sdegnata, rifiuta, esternando tutta una serie di insulti. La reazione dei “rifiuti umani” sarà terribile, in particolare una volta compreso il piano a danno di Hans: avvolti nelle oscurità di una notte da tregenda, dopo un terrificante inseguimento attueranno la loro vendetta; la scena si interrompe per tornare all’inizio, il fenomeno nella scatola altri non è che Cleopatra, ormai definitivamente entrata a far parte del mondo dei freaks.

Harry e Daisy Earles (Big Comic Page)

Freaks non è propriamente un film dell’orrore, considerato come non vi sia alcun elemento che possa ricondurre all’idea del fantastico o del soprannaturale: ciò che suscita paura non è frutto di effetti speciali o ricostruzioni in studio, i protagonisti sono coloro che al tempo venivano definiti “scherzi di natura” (l’equivalente di freaks, il crudo termine inglese), prelevati direttamente dai baracconi nei quali venivano esibiti ed esposti alla curiosità morbosa del pubblico e ai suoi commenti malevoli (nani, donne barbute, uomini-torso). Browning nella prima parte della narrazione li presenta agli spettatori, visualizzandone, senza alcun compiacimento o insistita morbosità, la loro esistenza quotidiana del tutto simile a quella degli artisti “normali”, tra amori che nascono, matrimoni, bambini che vengono alla luce, mai mentre si esibiscono sulla pista del circo. Si insinua così gradualmente l’idea di quanto possa essere labile il confine tra una presunta “normalità” ed una anormalità esteriorizzata, anche e non solo, a livello corporale. Alla fine ti ritrovi a “fare il tifo”, se non propriamente ad immedesimarti, con i “diversi”, i “mostri” , la loro ostentata voglia di vivere e la loro idea di accettazione dell’altro. E’ un film ancora oggi unico, insuperato e credo anche insuperabile nel ribaltare la concezione tradizionale basata sul facile assioma deformità esteriore è uguale a deformità interiore, forse solo David Lynch o Tim Burton hanno, almeno alle origini, abbracciato una filosofia simile, per una portata complessiva certamente ancora “disturbante”, pur senza avere l’ impatto distruttivo proprio dell’epoca.

(Horror Movies)

Una volta che la storia si dipana nella sua interezza è la “mostruosità” a delineare tratti di commovente e dolente umanità, mentre quest’ultima tende a farsi infima, gretta, portandoci ancora oggi a chiederci quale sia la vera deformità, quella generata dalla negazione della propria essenza vitale, esternata con la sopraffazione e mancata accettazione del “diverso”, o quella di chi, accettata la sua diversità, lotta per preservarla dagli attacchi di una presunta e decantata “normalità”, che, nella sua attuale portata identificatrice di un’artefatta realtà, non è altro che “una brutta parola”, come sottolineava la nonna resa con realistico disincanto e sorniona ironia  da Ilaria Occhini in Mine vaganti (Ferzan Özpetek, 2010). Il vero elemento disturbante allora non sarà altro che l’apparenza, abituati come siamo ad accettare la finzione, il virtuale simulacro col quale ci nascondiamo in primo luogo a noi stessi, come verità conclamata.

(Pubblicato su Diari di Cineclub N. 89, Dicembre 2020)


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