E’ ricca, la sposo e l’ammazzo (A New Leaf, 1971)

(Posteritratti)

New York, inizio anni ’70. Henry Graham (Walter Matthau) è un gaudente scapolo, non giovanissimo, amante del lusso e degli agi, garantiti da una cospicua rendita. Ma il nostro tende a spendere più di quanto potrebbe realmente permettersi, vedi la rombante Ferrari 275 GTB/4 che mal sopporta le basse velocità cittadine imposte dal traffico della Grande Mela, in officina, pardon, “clinica specializzata”, almeno una volta a settimana. Convocato dal suo legale, Henry verrà edotto di come, spendi oggi, spendi domani, il capitale si sia ormai esaurito, mentre i proventi dei titoli azionari sono stati utilizzati per coprire parte dei debiti, per cui dovrà accettare l’inedita condizione di “povero”: rivolge dunque, con un aplomb degno delle sue origini inglesi, l’estremo saluto alla sartoria su misura, all’esclusivo Club che lo annoverava fa i suoi soci migliori, al raffinato ristorante, ai cavalli della sua scuderia, senza dimenticare le preziose opere d’arte che arredano il suo appartamento; il prosieguo esistenziale lo vedrà presto indossare squallidi abiti prêt-à-porter e scendere sempre più giù di classe e considerazione sociale, fino a guidare una ordinaria Chevrolet… D’altronde, come gli suggerisce l’ineffabile maggiordomo Harold (George Rose), anche vendendo tutti i suoi beni e pagati i debiti, la situazione non cambierebbe molto: “in un paese dove ogni uomo vale per quello che ha, chi ha molto poco non conta poi molto. In questo paese non è stimata la dignitosa povertà”. Considerando poi che lo zio, suo tutore (James Coco), ha già deciso che una volta morto ogni avere sarà devoluto a Radio Europa Libera, non resta che, prosegue Harold, un solo modo per acquisire proprietà senza lavorare, sposarsi.

Elaine May e Walther Matthau (Senses of Cinema)

Non dovrebbe essere difficile per un gentiluomo del suo stampo conquistare qualche ricca possidente sola al mondo, in virtù dei suoi modi raffinati, “che riportano in vita tradizioni che erano già morte prima della sua nascita”, quindi non resta che chiedere un prestito di 50mila dollari all’eccentrico parente, da investire nel matrimonio. Il denaro gli sarà concesso, alla condizione di restituirlo entro sei settimane, altrimenti dovrà versare una somma dieci volte superiore a quella prestata. Henry faticherà ad individuare la prescelta, finché non conoscerà tale Henrietta Lowell (Elaine May), professoressa di botanica goffa ed imbranata ma alquanto ricca e con nessun parente in vista, con la quale convolerà a nozze. La vita di coppia riserverà non poche sorprese, anche considerando come Henry sembri disposto ad assecondare quel buon proposito scaturente dalla nota formula matrimoniale “finché morte non vi separi”… Esordio in qualità di regista e sceneggiatrice dell’attrice Elaine May, anche fra gli interpreti del film, dopo i trascorsi teatrali col futuro cineasta Mike Nichols, A New Leaf (il titolo originale, certo più raffinato e metaforico di quello scelto per la distribuzione italiana) è ispirato ad un racconto di Jack Ritchie, in origine edito col titolo The Green Heart. Tagliato e rimontato, secondo quanto sia apprende da vari fonti, dalla Paramount, non rispettando quindi l’impostazione delineata dall’autrice, che aveva previsto una sottotrama in cui Henry, una volta scoperti gli ammanchi nei bilanci delle attività di Henrietta ed individuata una combutta ai suoi danni ad opera del suo avvocato insieme ad un losco figuro, non esitava a farli fuori entrambi, avvelenandoli (il che avrebbe ammantato il finale di un’aura certo più ambigua), l’opera mantiene comunque una caratterizzazione piuttosto arguta a livello di scrittura ancor prima che di regia, in cui risaltano gli splendidi dialoghi, resi ancora più sapidi dalle ottime interpretazioni attoriali.

(Giornale di Brescia)

May infatti, con fare divertito, allestisce un cocktail, “agitato, non mescolato”, i cui ingredienti sono costituiti dai diversi stilemi propri della commedia americana così come si sono evoluti nel corso degli anni, cui aggiunge un tocco di umorismo nero “all’inglese”, sparigliando infine le carte sul tavolo delle tematiche di genere, quelle relative ai ruoli sociali di uomo e donna e dei rapporti fra di loro, andando a mettere in scena una rappresentazione che nel suo iter narrativo intende scardinare le “classiche” convenzioni imposte dal vivere sociale del tempo, sciogliendo le pastoie dei luoghi comuni e delle ataviche abitudini, come già notato da molti. Henrietta, infatti, è una donna complessivamente appagata, al di là della sicurezza economica, soddisfatta del proprio lavoro, che affida la perpetuazione del suo nome alla scoperta di un’inedita varietà di felce, con un carattere tendenzialmente contemplativo, comportante un ingenuo approccio esistenziale, tale da esporla agli immancabili raggiri da parte di gente senza scrupoli. Per lei il matrimonio rappresenta un dono celeste aggiunto a quanto già ha, “ i miei sogni coincidono con le mie speranze”, mentre per Henry raffigura, almeno inizialmente, l’ultima spiaggia per dare una sistemazione pressoché definitiva alla propria vita, scoprendosi poi abile amministratore domestico ed anche, a modo suo, pienamente innamorato della lunare professoressa.

(Filmotomy)

Quest’ultima d’altronde non esiterà a denominare col nome del marito, rinunciando alla fama imperitura, la nuova varietà di felce scoperta durante la luna di miele, rischiando di cadere fra i flutti dall’alto di uno strapiombo nel tentativo di estirparla dal terreno, mentre il consorte si diletta nel leggere un manuale di tossicologia…L’andamento narrativo presenta una prima metà circa dominata dalla superba prova recitativa di Matthau, qui meno burbero brontolone, incline ad assecondare le sfaccettature caratteriali di un dandy avanti con gli anni, misogino ed egocentrico (ad un passo dall’altare esclama “Io non voglio cose in comune, voglio tutto per me!”), evidenziandone l’albagia ostentata nei confronti delle persone o riguardo le situazioni che si trova ad affrontare. La seconda parte, più o meno dall’incontro con la prescelta fino al finale, si concentra invece sull’incontro di due personalità in apparenza totalmente diverse, ma in fin dei conti piuttosto simili, almeno nel porsi al di fuori del contesto sociale “classicamente” considerato, improntando l’esistenza ai propri vezzi e alle proprie idiosincrasie. Tanto per Henry che per Henrietta, cui May offre un’interpretazione memore dei suoi trascorsi comici in teatro, regole e convenzioni sociali non son altro che dei limiti all’affermazione delle reciproche personalità, come evidenziato da una fra le tante gag impagabili di cui è costellato il film, a metà strada fra il cinema muto e il cartone animato, quella relativa al primo incontro fra i due, all’interno di un circolo esclusivo, tutto affettazione e birignao, che culminerà in una sorta di gara a chi versa più tè su un prezioso tappeto, a detta di Henry “ossessione erotica” frutto delle perversioni della proprietaria.

(Slant Magazine)

Indimenticabile anche la sequenza della prima cena insieme, che darà vita ad uno “scontro vinicolo”: mentre lui è estasiato nel centellinare il sorseggio di un vino pregiato, annata eccellente, lei invece esalta la bontà propria di “un’ambrosia rinfrescante” offerta da una particolare mistura di un vino commerciale (Mogen David Extra Heavy Malaga, “ogni annata è buona”) con soda e succo di lime, così come quella della prima notte di nozze, quando Henry sarà distolto dalla lettura del citato manuale di tossicologia per districare Henrietta dalle strette di una particolare sottoveste greca, indossata dall’apertura prevista per il braccio, senza dimenticare il finale, quando la donna, messa in salvo proprio dall’uomo che aveva appena avuto l’occasione di mettere in atto quanto meditato da tempo, dirà col solito candore “Avrai sempre per me queste attenzioni, per tutta la vita?” , ricevendo come laconica risposta “Temo di sì…”. Andando a concludere, pur non essendo possibile confrontare la resa delle due diverse versioni, quella voluta dall’autrice e quanto proposto dalla Paramount, A New Leaf può considerarsi una realizzazione godibile e spassosa, capace di andare oltre determinati schemi nel visualizzare un’inedita forma d’incontro tra un uomo ed una donna, che condurrà ad una crescita reciproca nell’abbandono di un egoistico “io” per abbracciare un convinto “noi”, un passo a due necessario e definitivo nell’assecondare il ritmo sincopato proprio della quotidiana ritualità.

Pubblicato su Diari di Cineclub n. 96-Luglio 2021


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