L’erba del vicino è sempre più verde (The Grass is Greener, 1960)

Inghilterra, anni ’60. In aperta campagna si erge la dimora del conte e della contessa Rhyall, Victor (Cary Grant) e Hilary (Deborah Kerr), sposati da un decennio e con due figli, un maschio ed una femmina, rispettivamente di 6 e 9 anni, ora in partenza con la governante per stare qualche giorno da zia Rose. Lontani ormai gli antichi agi, Victor e Hilary per garantirsi un minimo di sussistenza non solo hanno reso visitabile la magione, un vero e proprio castello vista la sua complessa struttura, adoperandosi per organizzare delle visite guidate, ma si sono anche dati da fare per vendere quanto la terra tutt’intorno può produrre, in particolare la contessa è orgogliosa della sua rinomata produzione di funghi. Victor sembra mantenere il tradizionale aplomb britannico, misto ad un pizzico di velata albagia e non intende rinunciare, per esempio, alla tradizionale presenza di un maggiordomo fidato, Trevor Sellers (Moray Watson), pur non avendo questi molto da fare, tanto da dedicarsi alla stesura di un romanzo, come la tela di Penelope più volte iniziato e mai portato a termine, mentre Hilary sembra assecondare gli eventi, probabilmente anche stanca di un marito che non le riserva le attenzioni di un tempo. E così quando, noncurante del cartello “private” che campeggia sulla porta, farà ingresso nel salotto buono il milionario americano Charles Delacro (Robert Mitchum) e i loro sguardi s’incroceranno, fra qualche battibecco scherzoso ed amene conversazioni sarà attrazione a prima vista, reciproca, tanto da scambiarsi un bacio promettente future scintille, anche se la bella milady fa di tutto per minimizzare l’accaduto e rientrare nei ranghi della rispettabilità borghese. Nel frattempo ha fatto il suo ingresso Victor, il quale si dimostrerà alquanto affabile ed ospitale con il ricco turista, pur avendo già intuito qualche turbamento nella consorte, sospetti poi confermati quando la donna anticiperà il consueto appuntamento dal parrucchiere a Londra, così da incontrare Charles, che alloggia al Savoy.

Deborah Kerr e Cary Grant (Mediacritica)

Informato di quel che succede fra i due dall’ex spasimante Hattie Durant (Jean Simmons), un divorzio alle spalle ed una propensione a prendere la vita con “spirito”, Victor elaborerà una sottile strategia, per difendere non tanto l’onore quanto la propria casa e la propria felicità… Commedia squisitamente inglese diretta da Stanley Donen e scritta da Margaret Vyner e Hugh Williams adattando il loro lavoro teatrale dall’identico titolo, The Grass is Greener non riscontrò alla sua uscita un caloroso successo di pubblico né fu del tutto apprezzata dalla critica, in particolare nei paesi anglosassoni, mentre ad avviso di chi scrive merita una rivalutazione, pur non lesinando critiche ad un’impostazione complessiva che risente della sua derivazione teatrale, con una certa preponderanza dei dialoghi, per quanto ottimamente scritti, arguti e con allusioni sessuali neanche poi tanto velate, almeno considerando l’epoca di produzione. In primo luogo va riconosciuta a Donen la consueta attenzione riservata alla tecnica compositiva, in sinergica combinazione con l’elegante e suggestiva naturalezza della messa in scena, nell’ambito della quale giocano poi un ruolo determinante la scenografia (Paul Sheriff, con la consulenza del decoratore d’interni britannico Felix Harbord), con la location naturale di Osterley Park quale casa Rhyall, i costumi (Hardy Amies e Christian Dior, quest’ultimi indossati da Jean Simmons) ed una fotografia (Christopher Challis) luminosa e “pastosa” nella nitida combinazione dei colori. Piuttosto fluido l’andamento narrativo, curiosamente simile, come in altre commedie del regista, ad una felice partitura musicale, ricordando al riguardo come la sua spesso geniale poliedricità si sia espressa in particolar modo nel genere musical, offrendo opere pregne di una mirabile e vivida carica espressiva, creando una definitiva sinergia fra canzoni, numeri di ballo e narrazione (On The Town, 1949, suo film d’esordio; Singin’in the Rain, codiretto insieme a Gene Kelly, 1952; Seven Brides for Seven Brothers, 1954, fra gli altri).

Robert Mitchum e Kerr (Pills of Movies)

Curiosi poi i titoli di testa (ideati da Maurice Binder, che esalterà la sua creatività nei film di James Bond), dove ai vari crediti corrispondono immagini di bambini intenti ad una determinata attività (dallo scrivere a macchina nel caso della sceneggiatura allo sbadiglio quando appare il nome del regista…) Essendo poi, come su scritto, un film molto parlato, necessita ovviamente di attori all’altezza e l’intero cast lo è fuori di dubbio, esaltando nelle loro interpretazioni anche le caratteristiche psicologie dei personaggi: Grant, di origine britannica, trova qui terreno per esaltare la sua indole originaria, offrendo al personaggio di Victor un morbido e maturo charme, mediando fra understatement ed orgoglio del casato da esibire nonostante i dissesti finanziari, il tutto filtrato con ironia sorniona, anche nel delineare una sottile e raffinata strategia di riconquista dell’amata. Da ricordare che Donen aveva scelto inizialmente Grant nel ruolo di Delacro, mentre le parti di Victor ed Hattie avrebbero dovuto essere di Rex Harrison e della moglie Kay Kendall. Quest’ultima però nel corso delle riprese si ammalò gravemente ed il consorte abbandonò il set per starle accanto, così Grant subentrò ad Harrison e per il milionario, dopo i rifiuti di Rock Hudson e Charlton Heston, venne quindi scelto Mitchum, che potrebbe sembrare fuori posto in una commedia. Invece, almeno a mio avviso, adatta con una certa sagacia alle variabili recitative l’inconfondibile modo di porsi in scena, ostentando sempre una disinvolta indolenza esaltata da quel particolare sguardo “liquido” (dovuto, a quanto riportano vari testi, oltre all’abuso di alcool e droghe, ad una ferita di pugilato e all’insonnia ricorrente), che ben si adatta alla “plutocratica sicumera” del ricco petroliere, ammorbidendo la consueta aria d’indifferenza verso quanto gli sta intorno, volgendo più al disincanto che alla ruvidezza esibita.

Grant e Jean Simmons (MyMovies)

Non da meno poi le interpretazioni femminili, Deborah Kerr è a suo agio nei panni della contessa che sa adattarsi al ruolo di governante ed è propensa a lasciarsi andare ad una passione a lungo sopita, anche nella consapevolezza che per il fascinoso turista americano non potrebbe essere altro che una piacevole avventura (esemplare la delicatezza di Donen nel far intuire la consumazione dell’amplesso: due sedie vuote al tavolo del ristorante, a pranzo e a cena, così come le poltrone al teatro, o la porta di una camera che si chiude dopo aver inquadrato una bottiglia di champagne e un paio di bicchieri…), rivendicando determinazione di scelta. Anche Jean Simmons nei panni dell’eccentrica ereditiera americana propensa a qualche bicchierino di troppo, elegantemente fasciata dai vestiti di Dior, offre un’interpretazione divertita e divertente, propensa a prendere in giro un po’ tutti, a partire da se stessa, ostentando un cinismo di facciata. Piacevole poi il commento sonoro offerto dalle canzoni di Douglas Gamley e Noël Coward, sempre funzionale all’interno di un film che mette sì in scena una raffinata contrapposizione tra la “perfida Albione” e l’America dei tycoon, tradizione ostentata e fermezza dei valori contro disinvoltura esistenziale e ricchezza esibita, ma afferma anche la supremazia garantita dalla sicurezza dei solidi affetti familiari sul gretto egoismo proprio di chi pensa di poter comprare ogni cosa col denaro, come Delacro, per il quale, si veda la sequenza finale con lo scatto della macchina da presa verso lo specchio retrovisore della sua auto che si allontana dalla imponente dimora, ritraendo la famiglia ricomposta nella sua interezza con l’arrivo coevo dei bambini, “l’erba sarà sempre più verde al di là dello steccato”. (Pubblicato su Diari di Cineclub N.101- Gennaio 2022)


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