Il cavaliere della valle solitaria (Shane, 1953)

(Wikipedia)

America, territorio del Wyoming, qualche anno dopo la Guerra Civile. Dalle montagne scende verso la vallata un cavaliere solitario e si ferma alla fattoria della famiglia Starrett, Joe (Van Heflin), Marian (Jean Arthur) e il loro figlioletto Joey (Brandon De Wilde), per dissetarsi. Il suo nome è Shane (Alan Ladd) ed è arrivato giusto in tempo per constatare le angherie dei fratelli Ryker, Rufus (Emile Meyer) e Morgan (John Dierkes), ricchi allevatori di bestiame, affiancati dai loro sgherri, pronti ad esternare le ormai ripetute minacce, prima di passare alle vie di fatto, come già avvenuto per altri coloni, così da costringerli ad abbandonare i terreni, di cui Joe rivendica il legittimo possesso in base agli Homestead Acts, mentre i mandriani li vorrebbero liberi per farci pascolare le loro bestie. Proprio la presenza dello straniero, con la pistola in vista e l’aria di chi sa usarla bene, distoglie i Ryker dal proseguire oltre. Shane, ben accolto dalla famiglia Starrett, il piccolo Joey nutre nei suoi confronti una subitanea ammirazione ed anche Marian non sembra insensibile alla sua presenza, dopo aver accettato l’invito a cena decide di fermarsi ed aiutare Joe nel lavoro alla fattoria. Il susseguirsi di una serie di alterne vicende vedrà Shane dapprima non reagire alle provocazioni degli scagnozzi al soldo dei Ryker, per poi dar vita ad una sonora scazzottata, coadiuvato da Joe, all’interno del saloon adiacente all’emporio cittadino dove tutte le famiglie si erano recate a far spese in prossimità dei festeggiamenti per il 4 luglio, Festa dell’Indipendenza.

Brandon De Wilde, Jean Arthur, Van Heflin e Alan Ladd (FilmTV)

Rufus deciderà infine di assoldare tale Wilson (Jack Palance), un brutale pistolero, il quale non esiterà ad uccidere Torrey (Elisha Cook Jr.), un contadino che nel reagire alle continue angherie aveva osato tenergli testa e sfidarlo: l’ accadimento spingerà le famiglie a prendere la decisione di andare via, anche se le parole di Joe e soprattutto di Shane le convinceranno a rimanere, per difendere proprietà ed ideali, facendo affidamento sulla reciproca lealtà. Proprio Joe verrà convocato da Rufus in città, attirato in una trappola con la scusa di addivenire ad un accordo, ma sarà Shane, dopo un tumultuoso scambio di vedute a suon di pugni, a prenderne il posto… Diretto da George Stevens, su sceneggiatura di A.B. Guthrie Jr., adattamento dell’omonimo romanzo di Jack Schaefer (1949), Shane, come notarono soprattutto i critici francesi del tempo, rappresenta uno dei più fulgidi esempi di quanto il genere western andasse mutando la propria caratterizzazione verso toni intimistici e crepuscolari, in primo luogo tramite una ridefinizione del ruolo dell’eroe, che qui si delinea incrociando la tematica propria del mito della frontiera con quella del ciclo bretone, trovandomi d’accordo con quanto riportato in vari testi: un moderno cavaliere che non esterna alcun interesse mercenario, ma semplicemente propende a far sì che possa instaurarsi all’interno di una comunità un ritrovato ordine sociale, basato su solidi principi e valori, dove il ricorso alla violenza non sia altro che un qualcosa di estremo nell’affermazione delle proprie ragioni e dei propri diritti e comunque mai del tutto giustificabile, restando un marchio indelebile, per chi la compie e per chi la riceve, come spiegherà Shane nel dare l’addio a Joey.

Jean Arthur e Alan Ladd (IMdb)

Il tutto nel corso della narrazione viene poi sublimato ed opportunamente filtrato dallo sguardo puro e disincantato del ragazzino, che nel rapportarsi alla figura di Shane andrà a compiere un vero e proprio percorso formativo verso l’età adulta, riconducendo il mito alla portata di una quotidianità contrassegnata dalla condivisione e da un senso d’umanità consapevole. Non a caso, nella cornice dell’allora innovativo formato widescreen, nell’esaltazione dei campi lunghi che riprendono lo stagliarsi netto e nitido del complesso montuoso Grand Teton, la visione va a concretarsi per l’appunto ad altezza di bambino, “costretta” in un’ ottica che va dal basso verso l’alto. Esemplare nella sua resa realistica e nel morbido, “pastelloso”, effetto cromatico la fotografia, in Technicolor, opera di Loyal Griggs, premiata con l’Oscar, unica statuetta conseguita dal film su sei candidature (le altre cinque riguardavano George Stevens, Miglior Film e Miglior Regista; Brandon De Wilde, Miglior Attore non Protagonista; Jack Palance. Miglior Attore non Protagonista; A.B. Guthrie Jr., Miglior Sceneggiatura non Originale). Accattivante la colonna sonora (Victor Young), che ricorre alla rielaborazione di tradizionali ballate americane.

Jack Palance (Pinterest)

Eccellente la resa recitativa dell’intero cast, anche nel rimarcare determinate psicologie dei personaggi, a partire da De Wilde, bimbetto simpaticamente petulante che sembrerebbe nella sua visione infantile preferire la leggenda alla realtà, citando The Man Who Shot Liberty Valance (John Ford, 1962); Alan Ladd, subentrato al non disponibile Montgomery Clift, incarna alla perfezione, nell’esternata laconicità di gesti e parole, l’uomo misterioso che dal nulla sembra provenire e al nulla farà ritorno, una sorta di spirito angelico sceso nella vallata a scompigliare l’ordine, arbitrario, delle cose e riportarlo nell’alveo del buon vivere civile, non senza dar vita a qualche scossa d’assestamento, vedi gli sconvolgimenti sentimentali di Marian, Jean Arthur al suo ultimo ruolo cinematografico, perfetta nel rendere l’andamento altalenante fra l’ “angelo del focolare” e la passione trattenuta, ma in particolare l’idealizzazione profusa da Joey, che probabilmente vede in lui il padre che vorrebbe avere o l’adulto che intenderebbe essere un giorno; rimarchevole anche la presenza scenica di Van Heflin, granitico e sanguigno nel non tirarsi indietro alle difficoltà per difendere quanto ottenuto col sudore della fronte e la pervicacia, confidando nella legge per la tutela dei propri diritti ma anche nella forza, se coadiuvata, ove la legalità fosse lontana.

(Film al cinema)

Da citare poi i “cattivoni” Meyer e Palance, rispettivamente la tracotante protervia assicurata dalla posizione dominante, garantita anche dal danaro, nella convinzione dell’essere nel giusto solo per essere stati i primi a conquistare il territorio (a spese dei Nativi) e la ghignante malvagità di chi è ben consapevole di poter dirimere ogni controversia con una veloce estrazione della pistola dalla fondina. Esaltazione della maestria propria di Stevens nel comporre le inquadrature e nella dissolvenza incrociata, la sequenza della sparatoria finale all’interno del saloon fra Shane, i fratelli Ryker e i loro bravi, contrassegnata da una realistica drammaticità ma anche da un alone mitico, d’altra parte una confluenza propria dell’intero arco narrativo, nella ridefinizione del “mito della frontiera”, come scritto nel corso dell’articolo. Al film di Stevens si ispirò la serie televisiva Shane, andata in onda sulla rete americana ABC nel 1966, così come alcuni richiami si possono notare, fra l’altro, in Pale Rider (Clint Eastwood, 1985) e, piuttosto palesi, in Logan (James Mangold, 2017).

Pubblicato su Diari di Cineclub n. 102- Febbraio 2022


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