
Pubblico di seguito, riadattati in forma di articolo, i testi redatti dallo scrivente per la trasmissione Sunset Boulevard andata in onda lo scorso martedì, 15 agosto (replica sabato, ore 10), su Radio Gamma, con una scaletta incentrata sulle proiezioni previste nel corso di questa settimana all’interno della manifestazione cinematografica-musicale FilMuzik Arts Festival, la cui V Edizione, per la direzione artistica del regista Alberto Gatto, ha avuto inizio giovedì 20 luglio e proseguirà fino al 3 settembre nel giardino di Palazzo Amaduri a Gioiosa Ionica (RC).
Dallo scorso martedì, 18 luglio, infatti, la trasmissione radiofonica ospita la disamina dei film in proiezione al Festival, compresi quelli che sono stati selezionati nell’ambito delle opere pervenute, mentre al di fuori della consueta programmazione del martedì sarà trasmesso uno speciale, dedicato alle interviste con alcuni protagonisti della kermesse, come quella annessa all’articolo, che mi vede chiacchierare con Katia Colica, Americo Melchionda, Maria Milasi, Andrea Puglisi, rispettivamente autrice della drammaturgia ed interpreti dello spettacolo teatrale PPP Amore e lotta, andato in scena lo scorso 9 agosto nel giardino di Palazzo Amaduri per la regia di Matteo Tarasco.
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19/8, dalle ore 22 proiezione dei cortometraggi selezionati: Invisible Wall, scritto e diretto da Aoi Matsumoto, affronta la tematica dell’eguaglianza di genere, visualizzando per il tramite di stilemi registici tanto semplici e lineari quanto diretti e incisivi, in sinergia con la sceneggiatura, il percorso formativo di una giovane donna relativo alla scoperta e all’accettazione della propria omosessualità, dagli anni del liceo all’ingresso nel mondo del lavoro.
Si rende quindi evidente la difficoltosa accettazione sociale di una diversità consistente essenzialmente nella libera scelta di un appagamento esistenziale espresso nell’ambito di un altrettanto libera condizione sentimentale, un pregiudizio contro cui lottare in nome di una concreta autodeterminazione, individuale e collettiva.
The Begin Influencer, regista e sceneggiatore Ezio Bossio, narra di un futuro distopico dove il governo, in seguito ad un tragico evento, è dovuto intervenire per regolare l’uso dei social, imponendo uno specifico algoritmo. Sorgono così difficoltà per quanti, sgomitando all’interno del web, puntano ad una subitanea, ma effimera, consacrazione “pronto uso”, come un’attrice teatrale che sembra aver smarrito la direzione, confondendo mondo reale e mondo virtuale.
Anche se, a mio avviso, è avvertibile un certo didascalismo, l’autore riesce ad offrire rilevanza a tematiche sempre attuali quali il culto dell’immagine attraverso l’esposizione mediatica, a discapito dell’affermazione di un talento che trovi le sue basi nella dedizione e nei sacrifici.

Volevamo la luna. I tre anni (e mezzo) di Lovere Jazz, documentario scritto e diretto da Alberto Mondinelli e Silvia Berretta, riporta alla memoria, tramite un suggestivo avvicendarsi di materiali d’archivio ed interviste, quel clima di spontanea innovazione e creatività proprio di un festival di musica jazz che si svolse a Lovere, paese in provincia di Bergamo, per tre anni consecutivi, dal 1977 al 1979, su ideazione ed organizzazione di Antonio Censi e Giorgio Sorlini, fino a quando tutta una serie di controversie politiche locali non vi pose fine.
Al suo interno si esibirono artisti italiani come Giorgio Gaslini e Gianluigi Trovesi o stranieri, Michel Portal, Evan Lester Bowie, tra gli altri, ma anche musicisti alle prime armi, aprendo le strade alla sperimentazione ed accogliendo inoltre le istanze giovanili proprie della fine degli anni ’70, con la musica a mediare tra le tante contraddizioni e le diversità espresse nell’ambito ideologico ed esistenziale.
Jazz Quintet. Cortometraggio d’animazione scritto e diretto da Santoro Procopio, rende omaggio al trombettista e compositore Miles Davis ponendo in scena, per il tramite di una suggestiva semplicità, una ritmica commistione tra suono ed immagini, offrendo all’andamento narrativo la scorrevolezza propria di una suadente partitura musicale.
Del padre e del figlio/The Mather Song. Scritto e diretto da Mauro Lamanna, vede la narrazione ammantarsi in eguale misura di toni realistici ed onirici, incentrata sulle vicende di un adolescente introverso e problematico, orfano di madre, che reagisce con altrettanta violenza alle continue angherie esternate dai compagni di scuola.
Il tutto fino a quando, sostenuto dal padre, pur nell’ambito di un rapporto conflittuale, e nel ricordo delle parole materne (“occhio per occhio si diventa ciechi”), raggiungerà una particolare condizione esistenziale soffusa di una concreta spiritualità, che lo farà innalzare al di sopra della gretta quotidianità.
The Deserter. Videoclip diretto da Antonio Vezzari sulle note dell’omonima canzone eseguita da Turè Muschio su musica di Tony Canto e testo di Kaballà, che trae ispirazione da Diario di un disertore di Bruno Misefari.
La storia di Bruno, detto “Furio il disertore”, “nato all’alba di un secolo infame, scampato al terremoto del 1908” e destinato “ad immolarsi per il 15-18”, una ballata pacifista contro ogni guerra e sopraffazione sociale volta a mortificare la propria individualità ed umanità, che nello scorrere delle immagini rinviene ulteriore forza contenutistica.
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18/8 ore 22. Una storia di vita. La musica attraverso cinque generazioni. Diretto e scritto da Danilo Gatto, musicista ed insegnante di Educazione Musicale, Una storia di vita. La musica attraverso cinque generazioni, è un documentario dall’impianto piuttosto tradizionale, inteso ad offrire memoria e testimonianza, per il tramite di una classica intervista, all’attività, appresa dal nonno e poi tramandata al nipote saltando una generazione, di suonatore di ciaramedda (o pipita), ovvero la zampogna, esercitata da Giuseppe Ranieri.
Le caratteristiche note dello strumento, stridule ma melodiose, andavano ad accompagnare ritualità pagane e religiose, in occasione delle Festività natalizie o pasquali o delle feste locali.
Un’occupazione che finiva con l’assumere le caratteristiche di una missione, intesa a mantenere e perpetrare una tradizione dalla consistenza propria di una ritualità atavica ed ancestrale, frapponendosi al duro lavoro nei campi in quel di Sant’Andrea Superiore (CZ), le terre concesse in affitto dal marchese del luogo o altri mestieri messi in atto per sostentarsi (“C’era quello o niente”).
Gatto riesce quindi ad offrire, unendo la passione per la musica all’indagine storico-antropologica proprio dello studioso, una realizzazione che assume il valore di documento storico, andando a delineare l’immagine di una regione, la Calabria, ancora “resistente” nel continuare determinate tradizioni, affidando alle nuove generazioni la concretezza di una auspicabile condivisione.
20/8, ore 22. La primavera della mia vita. Debutto cinematografico del duo musicale Colapesce e Dimartino (Lorenzo Urciullo e Antonio Dimartino), in qualità di attori protagonisti, autori delle musiche e sceneggiatori, in tal ultimo caso insieme a Michele Astori e Zavvo Nicolosi, regista del film, anch’esso esordiente, dopo le esperienze nei videoclip.
Una realizzazione che inizialmente può incuriosire e poi anche coinvolgere nel corso della narrazione, in virtù della sua esibita alternanza, “agitata, non mescolata” di toni visionari e surreali, stilemi da musicarello e road movie. Però, a mio avviso, finisce per stancare mano a mano che si avvicina alla conclusione e, soprattutto, non centra il bersaglio di far scaturire un pur minimo d’empatia riguardo le vicende narrate e i personaggi che vi sono coinvolti.
La storia prende il via in quel di Milano, dove l’affermato musicista Lorenzo (Colapesce), di origine siciliana, si trova in una fase di stallo della propria carriera: la manager (Stefania Rocca), gli propone, escludendo Sanremo (troppo anziano per essere una nuova proposta, troppo giovane per essere una vecchia gloria), di riallacciare i rapporti con Antonio (Dimartino), bruscamente interrotti tre anni addietro, dopo aver suonato insieme, conoscendo il successo come il duo I metafisici.
Nella considerazione di un compenso pari a 90mila euro, Lorenzo accetta e si reca a Palermo, dove Antonio gli spiegherà che in realtà non dovranno impegnarsi in un tour musicale, bensì recuperare un loro vecchio progetto, un libro sulle antiche leggende siciliane, finanziati dalla comunità new age di cui lui fa parte, i Semeniti. E così i due si prodigheranno nel girare l’isola in lungo e in largo, a bordo di una rediviva Ford Taunus familiare (non a caso ribattezzata Lazzaro), un viaggio che sarà foriero di tante sorprese…
Il regista Nicolosi si rivela abile nella composizione delle immagini, ma accusa una certa fatica nel conferire un concreto afflato cinematografico alla narrazione, che, riprendendo quanto già scritto, sembra procedere per accumulo, inanellando varie stramberie una dietro l’altra, cercando la complicità, come credo già notato da molti, di quanti abbiano già apprezzato musicalmente i due artisti.
Dai medicinali per ogni occasione di Colapesce alla spiritualità fricchettona di Dimartino, si passa ai servizi di Speedy Pizzo o all’ordine delle suore sommozzatrici, senza dimenticare l’origine sicula di Shakespeare, sostenuta anche da Roberto Vecchioni, in realtà “Vincenzo Scuotilancia”, costretto ad emigrare in Inghilterra causa la Santa Inquisizione.
I due protagonisti inoltre, nel rendere la contrapposizione di una evidente diversità caratteriale, Lorenzo ombroso e caustico nella sua marcata disillusione, Antonio più pacato e contemplativo, non sempre riescono a garantire quella complementarietà nel gioco di spalla che era proprio di Franco e Ciccio, o, per restare in tempi recenti, del duo Ficarra e Picone.
In conclusione, La primavera della mia vita può comunque considerarsi un’opera interessante, in quanto riesce a coniugare, non senza qualche stridore, leggerezza e profondità, esternando la potenzialità sottesa di esprimere qualcosa di nuovo all’interno del nostro cinema.






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