(The Movie Database)

Roma, anni ’70. Ancelot Edward Forster (Ugo Pagliai), professore di Letteratura Inglese all’Università di Ugo Pagliai giunge nella Capitale. Ha scoperto un inedito diario di Lord Byron, scritto dal poeta britannico durante il soggiorno capitolino del 1817, rinvenimento oggetto di un articolo del nostro, la cui prima parte è stata pubblicata da una prestigiosa rivista letteraria.

A destare curiosità ed attenzione è in particolare la frase “21 aprile 1817, notte, ore 11. Esperienza indimenticabile, luogo meraviglioso, piazza con rudere di tempio romano, chiesa rinascimentale, fontana con delfini, messaggero di pietra, musica celestiale, tenebrose presenze”. Il professore ha ricevuto due inviti, uno da parte del pittore Marco Tagliaferri, l’altro dall’ambasciatore d’Inghilterra George Powell (Massimo Girotti), che ha organizzato una conferenza da tenersi tra qualche giorno presso il British Counsil, dove è in corso di svolgimento la “settimana byroniana”.

Recatosi al domicilio di Tagliaferri, Via Margutta 33, Forster sarà ricevuto non dall’artista, assente, ma dalla sua modella, Lucia (Carla Gravina), che gli dà appuntamento in serata, invitandolo ad alloggiare all’Hotel Galba. Qui incontrerà Olivia (Rossella Falk), sua vecchia amica, sposata con tale Lester Sullivan (Carlo Hintermann), ricercatore e acquirente di antichità. Una volta salutato Powell, il professore si recherà all’appuntamento con Lucia, che lo condurrà a Trastevere, alla Taverna dell’angelo, così da incontrarsi con Tagliaferri.

L’attesa si fa lunga e, forse complice qualche bicchiere di vino, Forster perde i sensi, per poi ridestarsi stordito all’interno della sua auto e senza la borsa contenente i microfilm relativi ai documenti comprovanti le sue teorie. Sarà l’inizio di un labirintico percorso tra allucinazione onirica e realtà, oscure trame ordite per entrare in possesso di un antico manufatto noto come “il segno del comando”, che si narra abbia particolari poteri, forgiato dall’orafo negromante Ilario Brandani duecento anni fa…

Probabilmente sarò affetto da una sorta di malattia, ma adoro i vecchi sceneggiati di “mamma Rai”, vuoi perché mi riportano indietro nel tempo, cullandomi nel riaffiorare dei ricordi in bianco in nero, vuoi perché mi affascina quell’impostazione teatrale, nella prevalenza dei dialoghi rispetto all’azione, esaltati dalla bontà recitativa degli interpreti.

Da non dimenticare, poi, l’abilità della regia, anche considerando gli scarsi mezzi a disposizione, nel valorizzare l’atmosfera con accorti movimenti di macchina, tanto in interno che in esterno, dando prevalenza ai piani sequenza e ai primi piani. Tutte caratteristiche quelle descritte che è possibile rinvenire ne Il segno del comando, diretto da Daniele D’Anza su sceneggiatura di Giuseppe D’Agata, Flaminio Bollini, Dante Guardamagna e Lucio Mandarà.

 Stando alle fonti consultate, fu però solo il primo a completare la scrittura, dopo il progressivo abbandono degli altri sceneggiatori, offrendo anche un finale leggermente diverso da quello andato in scena, a quanto pare su richiesta di alcuni interpreti; l’originale lo si può rinvenire nell’omonimo romanzo che D’Agata diede alle stampe nel 1987 per i tipi della Rusconi Libri, riedito nel 1994 nella serie economica della Newton Compton Editori. Con Il segno del comando, sempre e comunque contestualizzando il tutto al periodo in cui venne trasmesso, dal 16 maggio al 13 giugno 1971, cinque puntate in prima serata sull’allora Canale Nazionale (l’odierna Rai 1), siamo di fronte ad una profonda innovazione nell’ambito della proposta televisiva dell’emittente.

Non vi è il consueto adattamento di un’opera letteraria, ma una storia originale, tra il giallo e il fantasy con qualche vaga incursione nell’horror, elemento quest’ultimo suggerito e mai plateale, che strizza l’occhio al racconto gotico d’impronta anglosassone, introducendo gli spettatori verso contenuti quali l’esoterismo o la reincarnazione.

La messa in scena appare intesa a porre in essere un simbiotico legame tra ambiente e personaggi, le strade e i vicoli di una Roma adeguatamente fotografata in bianco e nero da Marco Scarpelli, avallandone il fascino misterico in luogo di quello meramente turistico, in particolare nelle sequenze notturne, come quella che vede Forster inseguire Lucia, utilizzata anche nella sigla iniziale, versione strumentale del brano Cento campane a cura di Romolo Grani, autore della musica, mentre il testo era di Fiorenzo Fiorentini. Nella sigla finale invece la canzone era eseguita da Nico Tirone, componente del gruppo Nico e i gabbiani.

Curate le scenografie, di Nicola Rubertelli, con le riprese in interno girate negli studi di Napoli. L’accurato lavoro di scrittura e l’attenta regia, che lavora soprattutto su piani sequenza e primi piani, movimentata a volte dal ricorso allo zoom, mantengono viva l’attenzione in ogni episodio, graduando la suspense rivelando a poco a poco sempre più particolari, abbracciando l’onirico e il fantastico (la sequenza della perdita dei sensi in taverna, le visioni diurne o i sogni di Forster, le apparizioni di Lucia), fino ad arrivare ad una conclusione che potrebbe apparire sospesa o frutto  di qualche compromesso, mentre, almeno a mio avviso, delinea un percorso verso una verità in duplice forma, quella prontamente rivelata dalle spiegazioni del commissario Bonsanti (Andrea Checchi), del tutto razionale e convincente nel porre ognuna al loro posto le caselle dell’intricato puzzle e l’altra avvolta dal mistero nel mescolare i piani temporali di passato e presente, entità prodighe entrambe nel lambire i reciproci confini senza apparente soluzione di continuità.

Ottime le interpretazioni attoriali profuse dall’intero cast*, con un plauso per Ugo Pagliai, a suo agio nel rivestire i panni hitchcockiani dell’ “uomo comune”, che rivela già dallo sguardo tutta l’angoscia propria dell’essere implicato in vicende cui fatica a dare una spiegazione logica, ma dalle quali si trova inevitabilmente attratto.

Rimarchevole il fascino etereo di una splendida e fantasmatica Carla Gravina, così come risalta la compostezza di Massimo Girotti nell’interpretare un doppiogiochista quanto mai abile nel tenere le redini del whodunit in duplice veste, il magico monile “segno del comando” e un dossier segreto risalente alla Seconda Guerra Mondiale, il cui contenuto coinvolge Germania ed Inghilterra.

Certo, sarebbe inutile negare che nel confronto con le odierne fiction il ritmo appaia piuttosto ponderato, cosi come i dialoghi risultano pregni di una certa letterarietà, ma lo sarebbe altrettanto non riconoscere alle vecchie produzioni una satisfattiva sensazione di ben fatto non sempre rinvenibile in quelle odierne, inclini, fatte salve felici eccezioni, ad assecondare una basilare standardizzazione più che un’intuitiva creatività.

Nel 1988 Giulio Questi ne girò un remake, con sceneggiatura di David Grieco e D’Agata, che sposta l’azione da Roma a Parigi e vede quali principali interpreti Robert Powell ed Elena Sofia Ricci, trasmesso nel 1992 su Canale 5 in una versione ridotta (90 minuti in luogo delle due  puntate previste, poi trasmesse nel giugno 2006 dal canale Fantasy), lontano dall’inquieto fascino dell’originale, cui nulla toglie e nulla aggiunge. 

*Principali interpreti: Ugo Pagliai (Lancelot Edward Forster). Carla Gravina (Lucia). Massimo Girotti (George Powell). Rossella Falk (Olivia). Carlo Hintermann (Lester Sullivan). Paola Tedesco (Barbara). Silvia Monelli (Sig.ra Giannelli). Franco Volpi (principe Raimondo Anchisi). Augusto Mastrantoni (Colonnello Marco Tagliaferri). Angiola Baggi (Giuliana). Andrea Checchi (Commissario Bonsanti). Achille Millo (voce narrante, riguardo il riassunto delle puntate precedenti)

(Rielaborazione e adattamento del testo adoperato per la puntata di martedì 10 ottobre della trasmissione radiofonica Sunset Boulevard, in onda su Radio Gamma Gioiosa)

2 risposte a “C’era una volta lo sceneggiato Rai: Il segno del comando (1971)”

  1. Avatar Fulvio Cosentino
    Fulvio Cosentino

    Recensione godibile e circostanziata che mi ha fatto rivivere flashes della mia prima adolescenza romana, tra innocenza e turbamento. Scrittura notevole nella sua onesta … A presto rivederci. F C

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    1. Avatar Antonio Falcone
      Antonio Falcone

      Ciao Fulvio, lieto dell’apprezzamento e di aver suscitato per il tramite dell’articolo determinate sensazioni. Grazie della visita e del commento. Un caro saluto.

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