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Trascorsa una settimana, o poco più, dalla visione, tempo necessario a rimettere ordine tra le “celluline grigie”, citando il detective Poirot di Agatha Christie, eccomi pronto a scrivere del film Parthenope, sceneggiato e diretto da Paolo Sorrentino, presentato, in Concorso, al 77mo Festival di Cannes. Necessaria premessa, non sarà una recensione “classica”, bensì una sorta di zibaldone inteso ad esporre le varie sensazioni provate nel corso della proiezione ed una volta uscito dalla sala. Impressioni che possono riassumersi in un profondo vortice emozionale, generato in primo luogo dal succedersi di immagini dalla nitida bellezza, intese a conferire, insieme ai dialoghi, intrisi di letterarietà ed una certa ironia, un senso per molti versi inedito alla consueta idea di “napoletanità”,  ora avallando ora trasmutando i consueti cliché rappresentativi.

Il tutto all’interno di un flusso di coscienza dalla consistenza onirica, lo scorrere del tempo attraverso i ricordi e alla luce di un nuovo modo di vedere le cose, proprio di chi si è allontanato dalla città natia in giovane età ed ora intende “fare i conti” con quanto appreso finché vi è rimasto e quello che può constatare adesso che vi ha fatto ritorno. A parere di chi scrive, sembra che Sorrentino abbia voluto dare un seguito al precedente È stata la mano di Dio, rinvenendo quale punto di partenza quel “Non ti disunire!” urlato al protagonista Fabietto (Filippo Scotti) dal ruvido e poco accomodante cineasta Antonio Capuano (Ciro Capano), ovvero, ove intendesse dare seguito all’intenzione di andare via da Napoli, non dovrà mai perdere il contatto con quanto vissuto fino a quel momento, quell’ aura tutta partenopea mirabilmente sospesa fra disincanto e fatalismo, tradizioni ataviche e sofferta innovazione.

Celeste Dalla Porta (Movieplayer)

Il capoluogo campano, la vitalità contraddittoria che gli è propria, non viene quindi ora resa per il tramite dello sguardo di un adolescente sensibile ed introverso, bensì emblematicamente rappresentata dal personaggio di Parthenope (Celeste Dalla Porta), nata nelle acque di Posillipo nel 1950, secondogenita della famiglia Di Sangro. Ne seguiamo quindi i suoi apporti esistenziali fino al 2023, quando, professoressa universitaria in pensione (Stefania Sandrelli), ritornerà in Campania, dopo aver insegnato per anni a Trento. L’esordiente Dalla Porta, al di là della fulgida bellezza, offre nella sua interpretazione un particolare sguardo, dal retrogusto primigenio, sulla realtà che la circonda e su quanto andrà a conoscere nel corso degli anni, anche raffrontandosi con varie persone, incontri che apporteranno inedite esperienze, anche dolorose, ma non ne snatureranno mai la propria nitida essenza, apprendendo gradualmente cosa voglia dire “vedere”, mantenendosi distante “tanto  dall’amare troppo che troppo poco”, riprendendo le parole di due personaggi contrapposti tra loro per modalità d’approccio alla vita.

Trattasi, rispettivamente, del professore di Antropologia Devoto Marotta, interpretato, alternando con naturalezza disillusione e cinismo pratico, da Silvio Orlando, e del laido cardinale Tesorone (uno straordinario Peppe Lanzetta). È il primo a farsi carico di una concreta spiritualità, di cui è invece orfano il secondo, rivolto come è ad assecondare “il bene effimero della bellezza”, tanto nei propri quanto negli altrui riguardi. La città potrebbe essere un’attrice di primo piano, ma vi è chi vorrebbe rifarle l’immagine, deturpandola irrimediabilmente (Flora Malva, interpretata da Isabella Ferrari), o circuirla con l’illusorietà della ricchezza quale sicumera pronto uso (il miliardario misterioso), quando non sono i suoi stessi abitanti a limitarne le potenzialità alimentando il mito di  Basta ca ce sta ‘o sole/Ca c’è rimasto ‘o mare (l’invettiva della diva Greta Cool, Luisa Ranieri).

Napoli è propensa poi a congiungersi alla criminalità, quale malsano istinto di sopravvivenza (il giro lungo i quartieri poveri), così come al sacro, appoggiando ritualità superstiziose e dando vita al noto miracolo (la liquefazione del sangue di san Gennaro) per il tramite della carnalità terrena di un amplesso, ma propenderà poi per estraniarsi dal contesto, una volta che, riprendendo quanto già scritto, avrà imparato a vedere, perché, citando Proust, “L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è ”. Si allontanerà quindi dalla  terra natia per poi farvi ritorno, rimpiangendo una gioventù durata troppo poco, che ha anche mietuto le sue vittime sul campo, a partire da coloro che si sono trovati nell’impossibilità di amarla (il fratello Raimondo, interpretato da Daniele Rienzo, lo scrittore John Cheever, un intenso Gary Oldman).

Stefania Sandrelli e Celeste Dalla Porta (Movieplayer)

Parthenope è però ormai incline ad una inedita percezione identitaria, accettando ogni stridore di quella città che sopravvive a se stessa e  ai suoi stessi limiti, quelle disarmonie che ne vanno comunque a rappresentare la sorprendente vitalità, fino ad ammantarla, sempre e comunque, di un fascino misterico. Per quanto distante, personale sensazione, dalla fluidità narrativa propria de La grande bellezza o dalla linearità del citato È stata la mano di Dio, Parthenope offre, anche grazie alla fulgida fotografia di Daria D’Antonio, una vibrante tensione elegiaca alla visualizzazione dello scorrere temporale così al come al binomio solitudine/libertà (La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza, Pier Paolo Pasolini) , rendendo ulteriore testimonianza alla creatività di un autore che se ne infischia di denominazioni o etichette, facendo sì che l’obiettivo della macchina da presa, nel rincorrersi si piani sequenza, carrellate, primi piani di persone, oggetti, luoghi, inquadrature fisse, divenga strumento catartico, così da dar vita, sempre e comunque, ad una teatralizzazione della messa in scena spiazzante ed affascinante al contempo.

Nonostante i richiami agli stilemi propri di altri autori, il cinema di Sorrentino resta sempre libero e personale, muovendosi all’interno di una circoscritta realtà, pur nei descritti toni onirici e surreali. Anche nell’inciampo di qualche cripticità eccessiva, ad esempio le parole di Tesorone udibili subito dopo l’attacco dei titoli di coda (“E comunque Dio non ama il mare…”, forse perché il cielo si riflette in esso, rinvenendovi un “concorrente”  dall’ eguale forza creatrice e distruttrice) o di un didascalismo insistito nell’impiego delle musiche (il brano Era già tutto previsto, Riccardo Cocciante, 1975), Parthenope resta un valido esempio di cinema personalizzato, nel bene e nel male, dal trasporto affabulante e dalla limpidezza dello sguardo inerenti al cineasta campano, le cui opere appaiono destinate a convivere, almeno sino alla definitiva consegna ai posteri (il tempo può essere galantuomo, anche in campo cinematografico), tra estimatori e detrattori a contendersi il campo in eguale misura, come ho già avuto modo di scrivere in altri articoli dedicati ai suoi lavori.

Immagine di copertina: Movieplayer

4 risposte a “Parthenope”

  1. […] In testa, appaiati con 15 candidature, troviamo Berlinguer. La grande ambizione di Andrea Segre e Parthenope di Paolo Sorrentino. A seguire, con 14 candidature a testa, L’arte della gioia di Valeria Golino e […]

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  2. […] Sorrentino, grande assente in sala e nell’ambito della premiazione, considerando come il suo Parthenope, forte di 15 candidature, si sia ritrovato senza nulla in […]

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  3. […] ai  Nastri d’Argento 2025, che vedono in testa, appaiati a quota 10, Fuori di Mario Martone, Parthenope di Paolo Sorrentino e Il tempo che ci vuole di Francesca […]

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  4. […] Fotografia: Daria D’Antonio (Parthenope). Migliore Scenografia:Tonino Zera (Le Déluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta). […]

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