La giornata di lunedì 23 giugno, nel  prendere visione di alcuni film all’interno della XXXIX Edizione del festival Il Cinema Ritrovato (Bologna, 21-29 giugno)  ha visto la totale soddisfazione della mia anima cinefila e pop. La prima proiezione a cui ho assistito, al Cinema Arlecchino, rientrava nella rassegna dedicata a Katharine Hepburn, curata da Molly Askell, la commedia sentimentale, con qualche tocco screwball, Sylvia Scarlett, del 1935 (Il diavolo è femmina, sciagurato titolo con cui il film  è stato distribuito in Italia), il primo di quattro titoli in cui l’attrice recitò accanto a Cary Grant, qui nei panni della “simpatica canaglia”. Trattasi dell’ adattamento dell’omonimo romanzo di Compton Mackenzie ad opera degli sceneggiatori Gladys Unger, John Collier e Mortimer Offner, per la regia di George Cukor.

La narrazione prende il via in quel di Marsiglia e vede Henry Scarlett (Edmund Gween), rimasto vedovo, lasciare la città insieme a sua figlia Sylvia (K. Hepburn), causa dei debiti di gioco insoluti. Per non destare sospetti, la ragazza deciderà di travestirsi da uomo. Nel viaggio verso Londra avranno modo di conoscere l’avventuriero Jimmy Monkley (C. Grant), col quale andranno a dar vita ad un particolare terzetto di truffatori… La regia di Cukor, autore definito nel corso della sua carriera  “regista di attori” e “regista di donne” per l’abilità profusa nella valorizzazione delle prestazioni attoriali, evidenzia una notevole sensibilità nell’assecondare il lavoro di scrittura, così da mettere in scena, avallando profondità ed ironia, tematiche inerenti a quella che oggi definiamo “fluidità di genere”, esaltando le capacità recitative della Hepburn, che fa del suo personaggio l’ingranaggio sempre necessario a mettere in moto il succedersi e il concatenarsi degli accadimenti.

Sylvia, sia che indossi abiti maschili, sia quelli femminili, fa strage indistinta di cuori, mandando al diavolo convenzioni sociali e falsi pudori, sino a ridefinire i criteri “classici” inerenti al desiderio e alla sua esternazione, prendendo le distanze da ogni catalogazione. La narrazione appare in affanno verso il finale, quando, personale sensazione, tutto sembra procedere per accumulo, ma Sylvia Scarlett resta in buona sostanza un’ottima commedia, che  può vantare a tutt’oggi una rimarchevole aura di modernità. Nel pomeriggio ho avuto il piacere di poter visionare sul grande schermo, al Cinema Europa, un interessante film di genere italiano del 1971, …hanno cambiato faccia, esordio alla regia cinematografica di Corrado Farina, anche sceneggiatore insieme a Giulio Berruti. Premiata al 24mo Locarno Film Festival col Pardo d’Oro all’Opera Prima, la pellicola è una rilettura moderna del mito di Dracula, che mi ha entusiasmato per la suggestiva resa visiva.

La fotografia di Aiace Parolin delinea un’atmosfera inquietante ed opprimente già nella brumosa sequenza iniziale in quel di Torino, che crescerà d’intensità quando un “comune impiegato”, Alberto Valle (Giuliano Esperati), si troverà al cospetto di Giovanni Nosferatu (un immenso Adolfo Celi), il presidente dell’azienda in cui lavora, nella sua villa sulle montagne piemontesi. Tratteggiato da una sinistra ironia nell’evidenziare, tra l’altro, l’uso della pubblicità quale idealizzazione di uno stile di vita inteso a reagire a determinati impulsi nella soddisfazione dei bisogni primari, spesso inquietante (il borbottio del bicilindrico di una comune utilitaria può far più paura di un ululato nella notte…), …hanno cambiato faccia offre compiuta visualizzazione alla frase di Herbert Marcuse che appare in didascalia nel finale e che suona tremendamente attuale: “Il terrore, oggi, si chiama tecnologia“.

La giornata si è conclusa con la visione al Cinema Lumière, Sala Scorsese,del bellissimo film di Coline Serreau Romuald & Juliette, da lei scritto e diretto nel 1988, inserito nella retrospettiva che in quest’edizione le ha dedicato Il Cinema Ritrovato, curata da Emilie Cauqui e Mariann Lewinsky. La vulcanica autrice francese utilizza ancora una volta un personaggio femminile, l’inserviente di colore Juliette (Firmine Richard), cinque figli avuti da cinque uomini diversi cui badare, quale cartina di tornasole nello svelare tutte le inettitudini, affettive ed esistenziali in particolare, di un uomo, il manager Romuald Blindet (Daniel Auteuil), che non vede letteralmente nulla al di là del mero profitto assicurato dall’azienda casearia di cui è amministratore delegato, non accorgendosi del tradimento perpetrato nei suoi riguardi dai colleghi e di quello della consorte.

Nel corso della narrazione, che alterna in felice equilibrio dramma ed ironia, tra ottimi dialoghi, una regia agile ed ariosa, senza dimenticare le felici interpretazioni attoriali, si prospetta l’immagine, cara alla Serreau, di una comunità sociale dove la comunanza identitaria è data dall’essere persone in quanto tali, intente a battagliare quotidianamente per la condivisione di una ritrovata umanità. Il tutto nella consapevolezza di essere accomunati da identica sorte nel percorrere il cammino terreno, così da far fronte ai vari accadimenti combinando la propria individualità con quella altrui, salvaguardando sempre e comunque le singole specificità.

Immagine di copertina: Bologna, Piazza Maggiore, foto di Gisella Falcone ©

(Rielaborazione e approfondimento di quanto scritto su Instagram, martedì 24 giugno)

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