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Palermo, tempi nostri. Arturo (Pierfrancesco Diliberto), 53 anni, è un agente immobiliare di successo, lavora nell’agenzia di proprietà dell’amico Tommaso (Francesco Scianna). I dolci, in particolare quelli siciliani farciti di ricotta, sono la sua grande passione: dedica loro una rubrica sui social e ne sublima la degustazione nella cornice di una “preghiera laica”, un  atto rivestito al contempo di misticismo e sensualità. Un giorno come cliente  si presenta Flora Guarnieri (Giusy Buscemi), figlia di un noto pasticciere e anch’essa dedita all’arte dolciaria. Ha frequentato una scuola a Parigi e intende distaccarsi dall’ombra paterna, perché, sostiene, “La tradizione non consiste nel conservare le ceneri, ma nel mantenere viva la fiamma”. 

Aiutandola nel rinvenire un locale idoneo a dare avvio all’attività, nonché ad individuarne il nome più adatto, Arturo andrà a innamorarsi, ricambiato, di Flora, anche se il classico colpo di fulmine potrebbe trovare un ostacolo. L’amata è infatti cattolica, credente e praticante, mentre lui, sin da ragazzino, è agnostico. Per non rompere l’incanto, il nostro evita di dirle la verità, che però verrà presto fuori, quando dovrà sostituire l’interprete di Gesù durante la tradizionale rappresentazione della Via Crucis. Flora lo lascerà da lì a poco e Arturo troverà un inatteso aiuto da parte del Papa (Carlos Hipólito) in persona, o quasi, visto che gli apparirà dopo l’ingestione di 35 sciù

Quarta regia di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, adattamento del suo omonimo romanzo edito da Feltrinelli nel 2018 con la collaborazione di Michele Astori alla sceneggiatura, …che Dio perdona a tutti si è rivelata alla visione come una commedia più che gradevole, dall’incedere narrativo fluido e garbato. Quest’ultimo è attraversato da note surreali e sanamente romantiche, incorniciato da un’ironia leggera ma incline a lambire un certo sarcasmo.  Si conferma quindi quella che appare ormai essere una costante della cifra stilistica e contenutistica propria dell’autore, ovvero una modalità di ripresa un po’ sottotono, mai invasiva o propriamente inventiva, ma sempre piuttosto incisiva nel concedere risalto alla narrazione in sé, lasciando spazio alle immagini e alle interpretazioni attoriali quali elementi caratterizzanti nel far risaltare l’alternanza tra intrattenimento e riflessione.

Nell’ attenta disamina sociale della realtà, siciliana nello specifico e italiana nel suo insieme, Pif visualizza in scena tanto la propria passione per i dolci quanto il suo essere agnostico. Offre quindi spazio in primo luogo al profondo legame tra cibo e piacere, la congiunzione ad alto tasso di sensualità tra due pulsioni del tutto naturali nella loro scaturigine spontanea, da assecondare senza senso di colpa alcuno. In secondo luogo, servendosi come intermediario di un Papa illuminato, ottimamente reso da Carlos Hipólito e chiaramente ispirato alla figura di Bergoglio quale “uomo tra gli uomini”, rappresentante e non sostituto del rabbi di Nazareth, dà adito a una riflessione sospesa fra ironia e disincanto su cosa possa significare applicare la lettera del Vangelo, nella sua ruvida schiettezza, all’interno della ordinaria quotidianità sociale.

È sufficiente, come sembra andare per la maggiore, proclamarsi fedeli in quanto aderenti, quale “appoggio esterno”, all’insieme di dogmi, dottrine e preghiere esternate in forma di mnemonica nenia? O sarebbe invece più coerente assecondare un interiore, sentito, moto di coscienza nel dare concretezza al messaggio della Buona Novella, adattandolo in corso d’opera ai vari accadimenti, felici o meno, che si susseguono nell’incedere terreno? La verità, sembra suggerire la narrazione, sta nel mezzo, come indicato dal Pontefice: l’amore, verso se stessi e verso il prossimo, guida la preferenza alla misericordia in luogo del sacrificio, quale coincidenza tra volontà divina e necessità umane, perché Dio guarda “al bene di domani e non al peccato di oggi” (Va e non peccare più, dice Yeshua all’adultera, come narrato da Giovanni, Vangelo, 8,11).

Quindi il senso della fede, travalicante l’idea stessa di appartenenza o di esclusività, potrebbe rinvenirsi nell’interiorizzazione di una personale spiritualità e conseguente libertà nell’affidarsi al divino o, meglio, all’immanenza del sacro nell’esistenza quotidiana, pur fra i tanti dubbi o incertezze che ne accompagnano, da sempre, la sua esternazione. Da un punto di vista squisitamente tecnico, più che la regia o la recitazione complessivamente valida dell’intero cast, ho apprezzato la fotografia di Guido Michelotti nel suo conferire una sorta di luminosità dimensionale in primo luogo ai dolci, rendendoli protagonisti a tutti gli effetti e poi ai tre interpreti principali. Si offre quindi corporeità al disincanto fanciullesco di Arturo, come all’illuminazione “redentrice” di Flora, fino a creare una suggestiva sospensione tra l’onirico e il lisergico relativamente alle apparizioni del Sommo Pontefice.

che Dio perdona a tutti denuncia, almeno ad avviso di chi scrive, un andamento meno fluido nella seconda parte, quando vediamo la conversione di Arturo scontrarsi nell’applicazione pratica dei precetti evangelici con la realtà lavorativa e dei rapporti sociali in genere. Lo si avverte in particolare confrontandola col felice prologo che ci illumina sul perché Arturo sia divenuto agnostico, quando ragazzino, nell’assistere alla partita dei Mondiali di Calcio 1982 Italia-Brasile, vide esaudite le sue preghiere riguardo la vittoria della Nazionale. Meditava infatti sul fatto di come alla propria gioia si contrapponesse l’amarezza del coetaneo brasiliano che invece le aveva viste disattese, per cui si era realizzata una profonda ingiustizia nella “distribuzione” della felicità.

Altrettanto riuscite le sequenze ritraenti la fase dell’innamoramento e quelle riguardanti il mascheramento del non essere credente, culminanti queste ultime in una sacra rappresentazione piuttosto dissacrante, che mi ha ricordato quanto messo in atto dall’architetto Melandri (Gastone Moschin) in Amici miei Atto II (Mario Monicelli, 1982), anche lui divenuto cattolico per amore. Andando a concludere, …che Dio perdona a tutti (l’omissione rappresentata dai puntini di sospensione riguarda il futti futti del proverbio originario, forma d’auto assoluzione del buon cristiano) rappresenta un valido esempio di cinema medio, come si sarebbe detto un tempo, e popolare, nel senso più nobile del termine, ovvero di rispetto per gli spettatori.

Una commedia che sa intrattenere con garbo e offrire al contempo più di uno spunto di riflessione nel miscelare con sagacia e buon gusto leggerezza e profondità. Il tutto senza dimenticare un accorato omaggio-ricordo di Papa Francesco nel dare risalto a quel suo “pregate per me” che lo ha accomunato a tutti noi nella fragilità di esseri consapevoli del come se la Terra a volte anela verso il Cielo, non sempre avviene il contrario: nell’attesa dell’incontro decisivo ci si gioca  il senso della nostra esistenza.

Foto di copertina: Pif, Pierfrancesco Diliberto, da Movieplayer, foto di Valentina Glorioso©

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