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Per fortuna esiste, e resiste, un cinema italiano in grado di conferire vibranti tonalità al racconto di una storia, ponendola innanzitutto in scena con modalità suggestive ed elegiache, puntando sulla linearità e sull’immediatezza. In questo modo si avvalora un’emozionalità fortemente empatica e si esaltano le indubbie capacità interpretative dei protagonisti, che di per sé sono già preziose in virtù della loro naturalezza espressiva, la quale prende le distanze tanto dagli artifici ricattatori in nome del facile sentimentalismo quanto da qualsiasi forma di carineria. In questo ambito “resistente” si inserisce sicuramente Gioia mia, il lungometraggio d’esordio di Margherita Spampinato, che segue i cortometraggi Tommasina e Segreti nonché il lavoro come segretaria di produzione e addetta al casting.

Spampinato, che ha scritto anche la sceneggiatura, narra le vicende dell’undicenne Nico (Marco Fiore), che trascorrerà le vacanze estive in Sicilia, a Trapani, ospite della prozia Gela (Aurora Quattrocchi), dopo che la sua amata babysitter lascerà il lavoro per trasferirsi all’estero in seguito al matrimonio. La regista non si discosta dagli stilemi propri di un classico racconto di formazione, arricchendolo però, anche visivamente, di un’aura del tutto particolare. Grazie anche alla fotografia di Claudio Cofrancesco, che enfatizza il contrasto tra la luminosità esterna e le tonalità più scure degli interni, si viene infatti a visualizzare una sorta di sospensione temporale, idonea a rimarcare la mutazione dello scontro in incontro tra due generazioni, avvolte nel rispettivo bozzolo delle proprie modalità esistenziali.

Nico si ritrova catapultato all’interno di un “piccolo mondo antico”, l’appartamento dell’anziana prozia che vive sola col cane Frank. La donna è una fervida credente, come si può notare dalle pareti addobbate ora con un Cristo in croce, ora con un Cristo benedicente. La sua è una religiosità che lambisce la superstizione e che rappresenta un baluardo contro le quotidiane ambasce: il rosario recitato con le vicine coetanee, la messa giornaliera e i riti annessi si alternano alla lettura dei tarocchi e alle litanie recitate per difendersi dagli spiriti che, pare, “abitino” al piano superiore. Non ci sono elettrodomestici né Wi-Fi e, anche a causa del sequestro dello smartphone, il ragazzino è costretto ad assecondare le regole di Gela: dal riposino pomeridiano in pigiama allo stringere amicizia con gli altri ragazzini che abitano nello stabile, fino a instaurare un particolare rapporto di complicità con Rosa (Martina Ziami), la leader del gruppo.

Sulla scia di probabili ricordi d’infanzia, di quel tempo ormai lontano di cui anche chi scrive ha un commosso ricordo, in cui l’estate era dedicata a determinati “riti” intesi per occupare le ore a disposizione, liberi dagli obblighi scolastici per qualche mese, Spampinato si rivela una regista sensibile e raffinata: pone la macchina da presa ad altezza di bambino e così, con uno sguardo fanciullesco, caratterizza il susseguirsi degli accadimenti, fra lo stupore della scoperta e la spontanea mutazione, di cui non si è mai del tutto consapevoli, verso una nuova fase della propria vita.

Grazie anche alle splendide interpretazioni di Fiore e Quattrocchi, tutto si materializza sullo schermo con vivida naturalezza, assecondando la gradualità propria della conoscenza reciproca: si passa dai dialoghi iniziali, imbarazzati e confusi, tra zia e nipote, a dialoghi via via più intimi e sinceri, fino alla rivelazione dell’essenza della propria personalità, come nel caso del doloroso racconto di Gela del perché della sua solitudine, del ricordo mai svanito di un amore sincero, bloccato nel suo naturale manifestarsi dalle solite maldicenze di chi innalza il vessillo di una precostituita “normalità”, quella gente che, per citare il poeta, “dà buoni consigli se non può dare il cattivo esempio”.

Il finale, con la sua implosione solare e gioiosa della spensieratezza giovanile, enfatizza, attraverso un rapido campo e controcampo, l’intesa raggiunta tra Nico e Gela: un grazie implicito per essersi confortati a vicenda, forse anche inconsapevolmente, nell’elaborare il dolore per “ciò che poteva essere e non è stato” e nell’aprire la propria vita alle relazioni, vincendo le paure e rendendo tangibili i fantasmi che le animavano (l’irruzione di Nico e Rosa nell’appartamento “infestato”). Gioia mia si sostanzia, quindi, come un esempio di ottimo cinema, ammantato di quella sostanza propria degli “affetti speciali”, che riesce a contornare di realismo e liricità la scoperta di “come dentro di noi vi sia una cosa che non ha nome e quella cosa è ciò che noi siamo”, per citare e adattare, a chiusura dell’articolo, quanto espresso da José Saramago in Ensaio sobre a Cegueira, romanzo del 1995, edito in Italia con il titolo Cecità.

Immagine di copertina: Aurora Quattrocchi in una scena del film (Movieplayer)

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Presentato in anteprima in concorso al 78mo Locarno Film Festival nell’agosto 2025, sezione Cineasti del presente, Gioia mia vi ha conseguito il Premio Speciale della Giuria Ciné+ e il Pardo per la Migliore Interpretazione (Aurora Quattrocchi) . Tra gli altri premi ottenuti, il David di Donatello a Margherita Spampinato, Miglior regista esordiente, e ad Aurora Quattrocchi, Migliore attrice protagonista.

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