
Cantastorie affabulante, autore di testi intrisi di poesia e realtà, ma anche di vari riferimenti culturali e di concreto impegno civile, Francesco Guccini ci ha lasciato oggi, giovedì 6 agosto. Per ricordarlo e rimarcarne il multiforme talento, non ho scelto il testo di una sua canzone bensì un capitolo del suo libro Dizionario delle cose perdute (Oscar Mondadori, 2012), dedicato al cinema, tra ricordi e suggestioni ad alto tasso emozionale, senza dimenticare il consueto fare sornione, contornato da una sana ironia nell’evidenziare l’inevitabile scorrere temporale, confrontando la realtà odierna con un passato lontano che diviene, però, in virtù della sua scrittura, palpitante presente.
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Una volta al cinema pioveva. Non pioveva certo nelle sale di prima visione, o, forse, nemmeno in quelle di seconda. Pioveva nelle sale (chiamiamole così) di terza (credo non esistano più), o, alla domenica, nei cinema parrocchiali, frequentati da noi ragazzi, venti lire due film (Bernadette e Torna a casa Lassie?) e vai allegro. Pioveva perché la pellicola, di molto annosa e vetusta, era oltremodo rigata dall’uso e sembrava che ogni scena si svolgesse sotto un incessante acquazzone, ma questo non ci disturbava, anzi forse pensavamo che l’effetto pioggia facesse parte della complessità dell’arte cinematografica, o fosse un evento naturale, come, ogni tanto, il sonoro che andava in un curioso effetto eco-strascinamento voce e trac!, si rompeva la pellicola, con conseguenza di urla e proteste in sala.

Com’è che oggi la pellicola non si rompe più? Forse perché il cinema di una volta non è come il cinema di adesso. Sembra uguale, ma ci sono differenze fondamentali. Lo so, si è passati dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore, dal normale schermo al Cinemascope, che trionfò dal ’53 al ’67 e fu sostituito da tutte le altre diavolerie tecniche come la Panavision o, addirittura, il 3D, ma queste innovazioni sono solo piccole secondarie cose. In fondo, il cinema è solo qualcosa che si muove quando viene proiettato su uno schermo. Pensiamoci bene alle differenze. Per dirne una sola, al cinema, una volta, si poteva fumare.
Ma non si fumava così, una sigaretta e via e buona lì. Si fumava come tutti fumavano allora, molto, e non solo nei film dell’espressionismo tedesco (M-Il mostro di Düsseldorf faceva venire la tosse solo a guardarlo!), si fumava imitando gli attori sullo schermo che fumavano tutti, specialmente nei film americani, prima che gli stessi americani scoprissero che fumare fa male. Le volute di fumo salivano alte annebbiando lo schermo e provocando curiosi fenomeni ottici quando incontravano i fasci di uce del proiettore, fantasiose e fascinose e complesse psichedeliche spirali grigio argento, che si innalzavano al cielo vorticando.
Adesso, forse, il film si vede meglio, l’aria è più tersa, sembra di stare in alta montagna, ma vuoi mettere? Sei al culmine dell’emozione e la mano ti corre spasmodica al pacchetto ma la ragione ti frena: “Fermati, non si può!”, e ti afflosci, non gusti più la scena e pensi a quando uscirai dalla sala e finalmente, all’aperto, potrai accenderti una sigaretta. Non come allora. Ricordo, 1957, il film di Robert Aldrich Prima linea, titolo originale Attack!:l’eroe, Jack Palance, sta per essere schiacciato da un tank tedesco (gli schiaccerà poi solo un braccio), e io, all’amico al mio fianco: “Dammi una sigaretta, per favore”. Risposta sussurrata: “Te la do perché capisco il momento, ma domani, poi, me la ridai!”. Generoso.
Si obietterà: “Ma pensa al sollievo per i non fumatori!”. Be’, allora non esistevano i non fumatori e, se c’erano, erano talmente circondati dal fumo dall’essere mitridizzati e non se ne accorgevano più. Forse, sostitutivo del fumo potevano essere i brustulli, o brustolini, detti anche nella Modena della mia adolescenza romeline, per distinguerli dalle romeline americane che eran poi le arachidi, che però al cinema non si vendevano. Oggi c’è il popcorn, prodotto nell’atrio del multisala da uno strano macchinario, che emana già il dubbio e non piacevole aroma dei misteriosi grassi vegetali con cui viene confezionato e pervade tutto l’ambiente.
Vedi lo spettatore (specialmente se seguito da frotte di pargoli) entrare in sala reggendo colossali barattoli contenenti il granoturco soffiato e sai che il tutto verrà sgranocchiato durante l’intera proiezione con l’effetto “frangean la biada con rumor di croste” tipico dei cavalli normanni e di certi spettatori contemporanei. Il brustullo era più silenzioso, richiedeva però una grande tecnica, raffinata attraverso anni di esperienza: retto da mano sicura, si poneva il seme di zucca salato sotto i denti davanti e lo si schiacciava leggermente, fino a sentire il tac che indicava l’aperura del seme. Lo si schiacciottava sempre gentilmente fino ad avere il seme stesso in bocca.
Solo allora lo si masticava, suggendo nello stesso tempo un poco di sale del guscio. Il guscio stesso veniva allegramente sputato in terra. Si creavano così montagnette di gusci vuoti che lo spettatore accorto, andando al suo posto, evitava di calpestare alzando di poco il piede. Due o tre pacchetti di brustulli potevano bastare ma, se il film era particolarmente emozionante (che so, Dracula il vampiro), i pacchetti si esaurivano con rapidità e si doveva attendere l’intervallo e l’apparizione del “cinno” con la cassetta e il suo urlo liberatorio: “Caramelle aranciate gelati brustulliii” per fare rifornimento.
Un tempo si entrava al cinema quando ci pareva. “Be’, anche adesso!” diranno i miei più giovani lettori. No, non è proprio così. Un tempo, normalmente, si entrava al cinema a proiezione già iniziata. Diciamo che un amico passava da casa tua verso le nove, poi si scendeva al bar a prendere un caffè e si guardava il giornale o la civetta dei vari cinema, si discuteva sulle varie possibilità, si saliva in auto e si andava verso la meta prescelta. Incredibile a dirsi, anche in centro si parcheggiava a un centinaio di metri, al massimo, dalla sala. Si entrava, di solito, a buona parte del primo tempo iniziato.
Si guardava poi il secondo tempo e si attendeva l’inizio della nuova proiezione, e la frase classica era, quando la scena coincideva con quella del nostro ingresso: “Siamo arrivati qui”. Così ci si alzava e si andava via, oppure si rimaneva a vedere la fine del film. Questo sconcerta gli spettatori più giovani. “Ma come, non vedevate il film dall’inizio? E come facevate a capirci qualcosa?” Ci capivamo, o cercavamo di capire, eravamo allenati. Certo non sempre, non tutto, e certe cose venivano svelate compiutamente solo durante la seconda proiezione, ma era bello così. Ah, ecco perché ha detto questo, ha fatto quello, ti dicevi, e la cosa aggiungeva un nuovo sapore al tutto.
Credo che l’ingresso a orari fissi sia iniziato con l’avvento dei multisala e, con questo, anche l’idea dei posti fissi, come a teatro. È più comodo, lo ammetto, ma toglie quel che di scapigliato che c’era nei cinema di un tempo. Mi spiego: in certe serate, soprattutto d’inverno e di un film di un certo richiamo, entravi e non c’era un posto a sedere. Col cappotto sul braccio, appoggiato al muro, con un occhio guardavi il film ma con l’atro osservavi la platea, pronto a cogliere un minimo di movimento di qualche spettatore che si alzava perché “era arrivato lì”.
Ti precipitavi, allora, cercando di superare in velocità altri disperati che si erano mossi contemporaneamente a te. Il che provocava, a volte, delle divertenti risse. Certo, oggi è più comodo, hai il posto sicuro, l’aria è più salubre, la sala è più pulita (vedi lo spettatore che, finito il film, si alza col bussolotto vuoto del popcorn e lo va a gettare nel bidone dell’immondizia. Siamo diventati più civili?). Manca però quel senso di Selvaggio West che c’era nei cinema di una volta.
(Francesco Guccini, Dizionario delle cose perdute, Osca Mondadori 2012, pag. 137-142, capitolo Il cinema)






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