Mezzogiorno di fuoco (High noon, 1952)

locandinapg1Fred Zinnemann (1907-1997) ci ha lasciato opere rigorose, ravvivate da un’acuta sensibilità per i valori umani e civili, con una tendenza realistica, senza perdere di vista le esigenze spettacolari. Emigrato dalla nativa Vienna come fotografo, svolge una breve attività di aiuto operatore a Parigi e a Berlino, per trasferirsi nel 1930 ad Hollywood, dove lavora per qualche anno come aiuto regista; dopo aver diretto in Messico con E.G. Muriel Redes (’36), realizza numerosi documentari per la MGM e nel ’42 dirige il suo primo film hollywodiano, Kid Glove Killer.

Mezzogiorno di fuoco è un western dallo stile visivo e narrativo insolito, che affronta controverse tematiche, sceneggiato da Carl Foreman sulla base del racconto The tin star, di J.W. Cunningham. Hadleyville, 10:30 del mattino: il giudice di pace sta celebrando il matrimonio tra lo sceriffo Will Kane (Gary Cooper), all’ultimo giorno di servizio, e la quacchera Amy (Grace Kelly). Subito dopo il tradizionale bacio, giunge un telegramma: Frank Miller (Ian MacDonald), arrestato da Kane cinque anni prima per omicidio, la cui pena di morte era stata commutata in ergastolo, ha ottenuto la grazia e giungerà in città con il treno di mezzogiorno; tre dei suoi sgherri lo stanno attendendo alla stazione. Kane desiste dal partire, come aveva promesso alla moglie, vuole bloccare Miller per evitare che torni il disordine in città; cerca di arruolare dei volontari, ma tutti, anche il suo vice, per un motivo o per un altro si rifiutano di aiutarlo:scorre inesorabile il tempo, brilla alto il sole nel cielo, giunge l’ora della resa dei conti e l’aiuto di Amy sarà fondamentale per il buon esito della vicenda. Kane, in partenza, senza dire una parola alla folla accorsa, getta il suo distintivo per terra.

Vincitore di quattro premi Oscar (Cooper miglior attore; miglior montaggio; miglior colonna sonora di D. Tiomkin; miglior canzone originale:Do not forsake me, my Darling), il film offre una duplice chiave di lettura, quella politica per cui, realizzato in pieno maccartismo, sarebbe un’allegoria della sua supina accettazione da parte dell’opinione pubblica americana e quella tecnica, vertente sulla originale realizzazione, sull’attenta psicologia dei personaggi e sulla notevole cura formale.

Una fotografia ( F.Crosby) senza alcun filtro per ottenere un naturale effetto abbagliante, acuisce il già notevole pathos dovuto da un lato all’unità temporale (la durata del film coincide con quella dell’azione), dall’altro al montaggio sincronizzato sul piano visivo e sonoro (ad ogni stacco, un incedere musicale:il tema o la canzone), che ha il culmine nel ticchettio contemporaneo di tutti gli orologi all’approssimarsi dell’ora fatale. Metafora sul contrasto tra presa di coscienza e pavidità umana, l’eroe non è più il classico difensore dei deboli, ma un individuo costretto all’isolamento per la sua “purezza”, combattendo per difendere la propria ed altrui vita secondo un personale senso dell’onore e del dovere, che non trova riscontro neanche nelle istituzioni che esso stesso rappresenta, come evidenziato dallo sprezzante, e carico di disillusione, gesto finale.


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