Avatar: irreale realtà, reale irrealtà

ddSemplice prodigio tecnico, summa ragionata di tutte le mirabilia oggi disponibili nell’ambito degli effetti digitali o complessa messa in atto di un sincretismo culturale che riesce a coinvolgere e ad ammaliare al di là della notevole resa visiva? Questo in sintesi l’interrogativo che da giorni rimbalza sui vari media, una volta lanciato anche sul nostro mercato cinematografico Avatar, il kolossal fantascientifico diretto e sceneggiato da James Cameron.

Da un punto di vista essenzialmente visivo, il film è uno spettacolo affascinante, una vera gioia per gli occhi, il Reality Camera System messo a punto dal regista riesce a dar vita ad un mondo immaginifico e ad una visione stereoscopica a dir poco strabiliante, con una notevole profondità di campo che avvolge anche senza l’ausilio del 3D, così come stupefacente è il lavoro concretizzatosi nello sfruttamento della nuova tecnica perfomance capture, che trasferisce in digitale le espressioni degli attori, rendendo estremamente “vivi” tanto gli indigeni Na’vi che la flora e la fauna del pianeta Pandora, aventi quest’ultime un ruolo ben preciso nel corso della narrazione come, soprattutto, nel sin troppo lungo e vitaminizzato finale.

Complice la splendida fotografia (opera del calabrese Mauro Fiore), si resta attoniti, stupefatti, pur avvertendo la sensazione di una predeterminata volontà di stupire a tutti i costi. In questo Avatar riprende la funzione primaria del cinema, quella dei suoi albori, cioè incantare, stupire, lasciarti a bocca aperta, ma il cinema non è solo incanto e magia, la sua fascinazione popolare è anche dovuta alla capacità di emozionare, di toccare le corde più profonde dell’animo umano, coinvolgendo nelle vicende dei suoi personaggi in un affabulante gioco di immedesimazione.

Ed in questo Cameron deficita: la trama vede un ex marine paraplegico, Jake Sully (Sam Worthington), inviato sul pianeta Pandora per continuare il programma “Avatar” già iniziato dal fratello, ucciso in una rapina: è prevista la creazione di una sorta di alter ego con le fattezze proprie dei nativi del pianeta, umanoidi alti tre metri e dalla pelle blu, un piano, per quanto nobilitato dalla presenza della Dott.ssa Grace (S.Weaver), volto ad inserire Jake tra i Na’vi, conquistarne la fiducia e far sì che si allontanino dal pianeta, perché lo scopo precipuo è quello di impossessarsi di un prezioso minerale. Inutile dire che Jake si integrerà nella comunità, trovando l’amore ed alleandosi con i nativi nella lotta contro gli invasori, riuscendo a far sì che lascino il pianeta.

Il plot narrativo, descritto nella sua essenzialità, sa di dejà vu, più o meno apertamente si richiama a film quali Soldato blu, Piccolo grande uomo o Balla coi lupi, attualizzando il mito tutto americano della frontiera (tra Na’vi e gli indiani d’America vi è più di un’affinità) e visualizzando vecchi e nuovi fantasmi (gli elicotteri in parata stile Apocalipse now a lanciare gas: Vietnam; l’attacco preventivo con le bombe:Iraq ), costruendo una storia dalla portata comunque universale, simbolo di tanti genocidi, ma vertente su un facile sentimentalismo, trasformando il tema attuale dell’ecologismo in uno spiritualismo new age, riducendosi alla fine in una semplicistica parabola antimilitarista.

Di tutto questo, probabilmente, al grande pubblico non interesserà molto e non posso certo sostituirmi ad esso, visto che il film resta una esperienza visiva affascinante, ai limiti del fantasmagorico, pienamente godibile. Gli spettatori più smaliziati ed i cinefili più incalliti avrebbero desiderato caratteri più delineati, con una maggiore resa introspettiva, che, in perfetta simbiosi con la fascinazione messa in atto (penso a Blade Runner), avrebbero consacrato Avatar allo status di cult movie.


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