Mediterraneo (1991)

ddGabriele Salvatores (Napoli, 30/07/1950) è l’esempio più maturo di quel nuovo cinema italiano che tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 cerca di imporre un proprio stile ed un nuovo modo di esprimersi, attingendo dalla commedia all’italiana, smarcandosi dai suoi provincialismi.

Diplomatosi all’Accademia d’Arte drammatica del Piccolo Teatro di Milano, nel ’72 è tra i fondatori del Teatro dell’Elfo, dirigendo numerosi spettacoli, come Sogno di una notte d’estate, musical tratto da Shakespeare, che nell’ ’83 trasporrà in film, suo esordio cinematografico; dopo Kamikazen ultima notte a Milano, ’87, conosce il successo con Marrakech Express, ’89, primo film di una ideale trilogia, insieme a Turnè, ’90, e Mediterraneo, ’91, dedicata alla sua generazione, ormai consapevole che l’utopia di un mondo migliore dovrà scontrarsi con la realtà del terzo millennio.

Sceneggiato da Vincenzo Monteleone, premio Oscar come miglior film straniero, Mediterraneo narra le vicende di un drappello di militari italiani che nel ’41 sbarca su una piccola isola dell’Egeo per stabilirvi un presidio. A comando del tenente Montini (Claudio Bigagli), fra gli altri, il sergente Lorusso (Diego Abatantuono), l’attendente Farina (Giuseppe Cederna), i soldati Colasanti (Ugo Conti) e Noventa (Claudio Bisio), l’alpino Strazzabosco (Gigio Alberti); l’isola appare deserta, la radio va in avaria e la nave con la quale sono giunti viene distrutta. All’improvviso appaiono donne, vecchi e bambini: il Pope del villaggio spiega come dopo le deportazioni dei Tedeschi si fossero rifugiati per paura di una rappresaglia; accolti con gioia dalla comunità, con la quale si integrano perfettamente (“italiani, greci:una faccia, una razza”), inizia una nuova vita, c’è chi riscopre le proprie attitudini, chi conosce l’amore, chi dimentica le frenesie militari. Un giorno giunge sul’isola un aviatore italiano, sono trascorsi tre anni, vi è stato l’armistizio del ’43, ci sono nuove possibilità, è tempo di lasciare l’ Arcadia felice, di prendersi la responsabilità di cambiare tante cose, anche se c’è chi resterà e chi dopo anni vi farà ritorno, stanco e disilluso.

Puntando su ironia e nostalgia, con un cast affiatato, Salvatores fa propria la filosofia di H. Laborit (“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”) e dedica il film “a tutti quelli che stanno scappando”; con una certa scioltezza di ripresa, il contesto storico viene usato in chiave di metafora per affrontare i temi a lui cari del viaggio, inteso come viaggio interiore, alla scoperta dei propri limiti e delle proprie capacità, riscoprendo valori importanti come l’amicizia, e della fuga, non dall’impegno, bensì verso un nuovo mondo possibile, lontani da cinismo, opportunismo, volgarità.L’isola, luogo chiuso, comunità autosufficiente, rappresenta un momento di pausa, di riflessione, per decidere cambiamenti interiori, dare un nuovo senso alla propria vita, o di portata universale, darlo anche a quella degli altri, costretti spesso a scegliere tra compromesso o nostalgica rassegnazione.


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