Signore & signori (1966)

nnDopo i pamphlets ambientati in Sicilia, Divorzio all’italiana (’62) e Sedotta e abbandonata (’64), apologhi morali viranti al grottesco volti a scardinare retrograde mentalità e antichi retaggi, Pietro Germi affronta con Signore & signori il mondo della provincia del Nord-Est italico, sempre con toni da moralista che non concede sconti a nessuno, per una acre farsa che è tra le sue opere più complesse e complete.

Forte di una sceneggiatura di cui è autore, insieme ad Age e Scarpelli e Luciano Vincenzoni, Germi trasforma il film ad episodi in un racconto corale, dove i protagonisti diventano tali solo quando le esigenze del plot narrativo lo richiedono, per poi ritornare a far parte della “coreografia” della cittadina (pur mai nominata, Treviso è facilmente riconoscibile) dove vivono, tra pettegolezzi e sguaiati commenti seduti al bar della piazza principale.

Tre le storie che andranno ad intrecciarsi tra loro: nella prima l’astuto dongiovanni Toni (Alberto Lionello) confida disperato la sua impotenza all’amico medico Giacinto (Gigi Ballista), che si diverte a canzonarlo e a spettegolare della situazione con gli amici: in realtà Toni ha ideato tutto per fargli abbassare la guardia nei confronti della giovane moglie e conquistarne le grazie; nella seconda un modesto cassiere del Banco Cattolico (Gastone Moschin), oppresso ed umiliato da una moglie petulante ed ossessiva, abbandona la famiglia per la bella Milena (Virna Lisi), cassiera in un bar. Ma sul loro sincero amore avrà la meglio la forte legge dell’ipocrisia borghese, e la loro scarsa forza nell’opporvisi, volta ad evitare “scandali”, visto che la moglie è pronta al processo per adulterio, assistita e confortata da un monsignore; nell’ultimo episodio vediamo i vari “signori” del luogo concedersi a turno le floride virtù di una ragazzotta di campagna, venuta in città per far compere, ma la figliola ha meno di 16 anni e il padre li denuncia per corruzione di minorenne. L’offerta di 5 milioni perché ritratti e il “sacrificio” in natura di una delle mogli dei colpevoli, in riparo dell’onore violato, eviterà il processo e le sue conseguenze.

Palma d’oro al Festival di Cannes ’66 (ex aequo con Un uomo, una donna di Lelouch), il film, ben diretto ed interpretato (Moschin su tutti), parla della provincia veneta per parlare dell’ Italia tutta, senza distinzione di classe o toni indulgenti da autoassoluzione, con temi sempre attuali quali l’ipocrisia espressa nell’andare contro la morale comune senza però la volontà di liberarsi dal suo giogo o il solido muro di apparente perbenismo costruito mattone su mattone dal potere borghese-cattolico: l’aspro stile di Germi, graffiante e beffardo, non concede alla risata forza liberatoria, ma la valenza di un sonoro sberleffo dalla forza incontenibile, valido a travalicare epoche e convenzioni, simbolo di una intelligenza e valenza registica ancora in attesa di migliore considerazione.


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