Intervista a Walter Pedullà

yeryyyWalter Pedullà (foto, Siderno, RC 1930), professore universitario ( per cinquant’anni di fila alla”Sapienza” di Roma) saggista e critico letterario, ha diretto o dirige case editrici, collane, riviste (attualmente Il Caffè illustrato e L’illuminista) e ha collaborato o collabora da giornalista professionista o da critico militante a varie testate giornalistiche ( Avanti! per oltre trent’anni, dal ’61 al ’93, ora Il Messaggero).

Tra i suoi volumi ( più di venti, dal ’68 al 2010 ), pubblicati dalle più prestigiose case editrici ( Rizzoli, Mondadori, Bompiani, Donzelli, Marsilio ecc.) ricordiamo: La letteratura del benessere ( 1968) , La rivoluzione della letteratura ( 1970), L’estrema funzione ( di cui esce in questi giorni la ristampa per “Le Lettere” di Firenze), Il ritorno dell’uomo di fumo, ’87; Sappia la Sinistra quello che fa la Destra, ’94; Lo schiaffo di Svevo, Le armi del comico,, 2001, Per esempio il Novecento. Dal futurismo ai giorni nostri, 2008, Il vecchio che avanza, 2009, nonché monografie su Savinio, Gadda, Palazzeschi, Debenedetti.

Dopo la Laurea in Lettere a Messina, e dopo essere stato assistente universitario di Giacomo Debenedetti presso l’Università La Sapienza di Roma, gli è succeduto sulla stessa cattedra, insegnando contemporaneamente Letteratura italiana negli atenei di Napoli e Salerno. E’ stato consigliere di amministrazione della Rai dal ’75 al ’92, e Presidente nel ’92 e ’93. E’ stato presidente del Teatro di Roma dal 1995 al 2000. E’ il Predidente del Comitato Nazionale per le celebrazioni del primo manifesto del futurismo. Fa parte e ne ha fatto parte delle giurie dei maggiori premi letterari nazionali, Viareggio, Strega, Campiello, Mondello, Scanno, Pen Club, Flaiano.

Attualmente, oltre che del “Premio Letterario Città di Siderno” è Presidente del Premio Bari, Pisa, Penna, Orient Express di Roma, CONI, Palmi, Alberobello, Padula e altri. Walter Pedullà è Cavaliere di Gran Croce per meriti culturali. Con i suoi libri ha vinto numerosi premi letterari. Dal 1992 dirige la collana di classici italiani Cento libri per mille anni, arrivata al 99° volume. E ha diretto per Rizzoli e Motta La storia generale della letteratura italiana, che è stata ristampata in edizione economia dall’Espresso in sedici volumi. Alla vigilia della cerimonia di premiazione dei vincitori del Premio Letterario Città di Siderno, intitolato ad Armando La Torre, che si svolgerà a Siderno il prossimo 21 ottobre, ho contattato Pedullà per un’intervista, già pubblicata sulle pagine culturali del settimanale presso il quale attualmente lavoro, la Riviera di Siderno (RC).

Critico letterario militante, come Lei stesso si definisce, dal 1959: sono passati sotto i suoi occhi scrittori famosi, le loro opere, varie discussioni, novità, mode e tendenze del ‘900. Da un punto di vista strettamente letterario, cosa è rimasto di valido del XX secolo nell’era del “villaggio globale”, della “grande omologazione”, ormai in atto, “profetizzata” da Pier Paolo Pasolini, e cosa, invece, è destinato a mutare?

“Poiché considero il Novecento un grande secolo dal punto di vista letterario, sarebbe lungo anche l’elenco degli scrittori più importanti di Pasolini dal punto di vista culturale e ancor più sotto il profilo artistico. In Italia è nato il maggiore fenomeno d’avanguardia ( che per il Novecento conta quanto il romanticismo per l’Ottocento), cioè il futurismo. Sono correnti letterarie peculiari del secolo il realismo magico, l’ermetismo, il neorealismo, il neosperimentalismo e le neoavanguardie. Dieci riviste sono altrettante tappe del cammino di cento anni d’eccezione: dalla “Voce” a “Lacerba”, dalla “Ronda “ a “Solaria”, da “900” a “Letteratura”, da “Politecnico” al “Verri”, dal “ Menabò” al “Caffè” di Vicari (del quale sono stato condirettore). Vogliamo fare il gioco al massacro che salva solo dieci narratori di valore mondiale? Ebbene, oltre a Pirandello, Svevo e D’Annunzio, che sono per metà romanzieri dell’Ottocento, ci sono Gadda, Palazzeschi, Bontempelli, Savinio, Campanile, Alvaro, Brancati, Fenoglio, Calvino, D’Arrigo. Come vede, non sono entrati Zavattini, Pavese, Vittorini, Bilenchi, Lampedusa, Malerba, Manganelli, Arbasino, Volponi, Sciascia, Pizzuto, Flaiano e Pasolini. Ci sono altrettanti poeti da salvare e da consegnare al villaggio globale. Gli scrittori che ho nominato hanno fatto di tutto per non essere omologabili, cioè hanno preferito creare prototipi, insomma le invenzioni con cui avanza una letteratura e una cultura”.

Anche alla luce della Sua attività come Presidente di giuria nell’ambito del “Premio Letterario Città di Siderno”, cosa nota di diverso nei nuovi autori, tanto nello stile di scrittura che nel modo di affrontare le tematiche legate all’attualità, al mondo reale, ove vi siano opere vertenti al riguardo?

“Le Sue sono domande di quelle a cui si risponde riempiendo una pagina di giornale, se basta. Per ridurre il discorso all’osso, si registra un ritorno al realismo, che naturalmente è sempre diverso dal precedente: che sia il realismo degli Anni Trenta ( Alvaro, Moravia, Bilenchi, Bernari, La Cava ecc.), o il realismo magico (Bontempelli, Ortese, Masino), il neorealismo degli Anni Quaranta-Cinquanta ( compreso il nostro Strati) e l’iperrealismo degli Anni Settanta ( i “selvaggi “ o franchi narratori calabresi come Guerrazzi, Bonazza, don Luca Aprea ). Ora il modello vincente è quello di Roberto Saviano, narrativa che è anche inchiesta, vita reale che è anche fantastica. D’altronde Borges aveva detto che il realismo è pur sempre una forma di fantastico”.

Mi piacerebbe analizzare con Lei l’attuale situazione culturale in Italia. Si parla anche qui di crisi, in ogni settore, dall’editoria al cinema, passando per il teatro e per il mondo dello spettacolo in genere, oltre che di tagli, anche pesanti, con conseguenze, ovvie, nel mondo del lavoro, con tanti posti persi. La compagine governativa sembra aver fatto suo lo slogan “con la cultura non si mangia”, non pensando, volutamente o meno, che senza di essa un popolo non cresce nemmeno, non riesce ad elevarsi dalla sua condizione, qualunque essa sia.Più che l’antico “fregarsene”, mi passi il termine, sembra un inno alla “beata ignoranza”, ricercata, voluta e pretesa…

“Tutto quello che io aggiungessi finirebbe per essere una conferma di quanto dice la Sua domanda. Tutti gli altri paesi indirizzano risorse verso la ricerca, che non è solo scientifica ma è anche artistica. Non so se veramente l’arte è il nostro petrolio, ma certo si sta facendo di tutto perché non si estragga quella che circolando nel resto del mondo dà all’Italia più lustro che non un governo che toglie i soldi all’Università, ai laboratori, al teatro, al cinema per finanziare iniziative meramente spettacolari e altre fiere della vanità. La cultura di Hollywood dà da mangiare agli americani più dell’automobile. Con la scusa di riformare strutture obsolete si distruggono le vecchie senza crearne di nuove. Non discuto le qualità del premier nel raccontare barzellette, ma tra l’una e l’altra va fatto qualcosa di serio per il paese che gli ha affidato le proprie sorti”.

Veniamo, nello specifico, alla situazione culturale nella nostra terra, la Calabria. Non crede che proprio dalla cultura, con opportuni e mirati investimenti, non solo di facciata, puntando anche sulle nuove leve di ogni settore, possa partire la tanto auspicata rinascita della regione, magari alla luce di una riscoperta e valorizzazione della nostra identità?

“Mi piacerebbe saper fare delle proposte più concrete di un prevedibile auspicio. Sono certo che i giovani calabresi hanno tutte le doti necessarie per riuscire nell’impresa in cui hanno vinto i loro predecessori, sia quelli che sono rimasti in Calabria sia quelli che sono andati a lavorare altrove. Anche adesso l’alternativa è questa ed è tuttora feconda. Le istituzioni pubbliche debbono aiutarli a rimanere sostenendone le iniziative più innovative e realistiche e insieme a intraprendere i viaggi che arricchiscono loro e la regione. La gran questione comunque è sempre la stessa: arrivare da ogni periferia nella capitale dell’Italia, e prima, e poi nella capitale dell’impero mondiale. Vadano e tornino, come fanno i giovani delle altre regioni. Se il lavoro non c’è, vai a cercarlo. La mia generazione l’ha trovato. Non eravamo migliori di loro. Avevamo solo più paura del futuro. Nel passato le speranze sono state spesso deluse, ma bisogna provare ancora, in altro modo, con altri linguaggi, con le nuove generazioni, che culturalmente sono in grado di competere con quelle delle regioni più economicamente avanzate. Non conosco uno specifico culturale calabrese e, se è vero, come Lei diceva, che viviamo in un villaggio globale, ai calabresi tocca produrre cultura che mentre risponde alla situazione che urge localmente, dia risposte che interessano al resto dell’Italia e dell’Europa. Il modello intellettuale è sempre quello incarnato da Corrado Alvaro: uno scrittore che era calabrese e contemporaneamente era europeo. La scoperta dell’identità calabrese può essere messa al servizio del resto del mondo. Il calabrese metta a fuoco l’occhio che guarda verso il concreto e l’occhio che ha la visione dell’universale e l’incendio riscalderà tutti. Per concludere, più che un consiglio, posso dare un precedente che forse è anche un buon esempio: cinquant’anni fa la cultura era la nostra materia prima e con essa, in virtù della materia grigia che ai calabresi non manca mai , abbiamo costruito il nostro destino. Insistano con la cultura e ce la faranno, naturalmente con l’aiuto di chi amministra le risorse della comunità. Questo in generale, nel particolare invece saprete trovare meglio di me come fare. Ho constatato un risveglio della cultura calabrese che promette un avvenire migliore. Così spero, così credo, e così sia”.


3 risposte a "Intervista a Walter Pedullà"

  1. Bene, letta l’intervista mi sono convinto che ripasserò il Realismo.. 🙂
    Ps lo dico a te, perchè non so se Walter Pedullà leggerà il mio commento, secondo me questa generazione ha molta più paura del futuro di qualsiasi altra.. Se si nota bene, tra i giovani d’oggi ce’è un altissimo tasso di alcolismo e questo, tutti, lo chiamano vivere il presente!! Se non è paura del futuro questa, allora qual’è?? 🙂

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    1. Paura del futuro ma anche mancanza di valori, penso. Viene data priorità a tante cose ritenute importanti, come la facile notorietà, il pretendere tutto e subito, senza sforzo alcuno…Tutto a portata di tutti, ma tra pretendere e desiderare, e lottare perchè quanto si desidera si avveri, c’è una bella differenza…

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