L’ idiosincrasia per i sequel è ormai cosa nota a quanti abitualmente sono soliti leggere le mie riflessioni cinematografiche, ma voglio sperare lo sia altrettanto la passione per il cinema allo stato puro, quello ancora capace di stupire, ammaliare, coinvolgere con sapida suggestione e conquistare mente ed anima grazie ad una fragrante, genuina leggerezza: non è cosa da poco, in tempi di blockbuster studiati a tavolino, riuscire a divertire con intelligenza, sfruttando uno stile tutto sommato personale, pur nei molti rimandi filmici in forma di strizzatine d’occhio a far da gioco complice.
In considerazione di ciò, non potevo che restare favorevolmente colpito da Sherlock Holmes:Gioco di Ombre, atto secondo della rilettura del personaggio nato dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle nel 1887 (A Study in Scarlet) ad opera del regista inglese Guy Ritchie: questi, affiancato da nuovi sceneggiatori (Michele e Kieran Mulroney), riesce a dare vita, con il consueto e frenetico stile “agitato non mescolato”, ad una storia più articolata, non in sospensione altalenante tra libertà e rispetto, ma con una certa attenzione allo spirito originario dell’eccentrico investigatore privato, pur puntando in particolare alla naturale simpatia espressa dal suo interprete (Robert Downey Jr.) e non al tratteggio psicologico propriamente detto della figura.
La voce narrante del Dr. Watson (Jude Law) ci introduce nella Londra del 1891, dove Holmes riesce a sventare un attentato, certo legato ad altri avvenuti in Europa, tanto da fargli intuire una diabolica macchinazione ad opera del professore James Moriarty (Jared Harris), volta a far sì che i già fragili equilibri tra le nazioni europee, Francia e Germania in particolare, saltino definitivamente, scatenando una guerra. Deciso a venire a capo del mistero, Holmes avvierà una partita a scacchi con il professore dai vari scenari, sino a quello risolutivo della Svizzera: al suo fianco il fratello Mycroft (Stephen Fry), l’immancabile Watson, interrotto giocoforza il viaggio di nozze, e la zingara Sim (Noomi Rapace)…
Per quanto l’ispirazione al racconto L’ultima avventura (The Final Problem, 1893) di Doyle resti sullo sfondo, intuibile da ogni buon sherlockiano, l’impatto del film, visualmente rutilante e provocatorio nelle scelte registiche (la visualizzazione dei ragionamenti di Holmes anticipatrice della sua entrata in azione o i vari salti temporali, avanti e indietro), pur senza seguire una linea ben precisa che non sia una spasmodica velocità d’azione, appare comunque meglio definito.
Meno volto al fumetto, ma sempre al videogame, lo stile di Ritchie, mai banale o inutilmente virtuosistico, è ben attento a mettere in campo, nella mescolanza di generi, temi classici quali l’amicizia virile espressa dalla “relazione atipica” tra Holmes e Watson o il tema del male insito inconsciamente nella natura umana, entrambi ben resi rispettivamente da Downey, Law e dal luciferino Harris. Presenti, poi, non disprezzabili punte di sottile humour, con il riso spesso suscitato dai travestimenti di Holmes (impagabile quello che ne fa un tutt’uno con l’arredo di uno studio).
Nel sottolineare, infine, la bella ricostruzione storica e una buona resa dei personaggi secondari, in particolare l’aplomb genuinamente e squisitamente britannico di Fry, l’invito è quello di lasciarsi andare e farsi coinvolgere, tenendo ben presente che siamo di fronte ad un prodotto di puro intrattenimento ma di grande qualità.
Non per niente la mente corre, nella costruzione complessiva aggiornata all’estetica odierna, verso i migliori 007 d’annata, sia per indubbia capacità di coinvolgere il grande pubblico con una buona dose di fantasia e gusto inventivo, sia, soprattutto, rimarcando quanto detto ad inizio articolo, per le modalità estremamente personali con le quali l’inverosimile riesce a divenire concreta cifra stilistica.





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