Il primo uomo

213Premio della Critica Internazionale all’ultima edizione del Toronto Film Festival e, mistero italico, escluso dal novero dei film in concorso alla 68ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Il primo uomo, scritto e diretto da Gianni Amelio, è, a parere di chi scrive, un film particolarmente bello ed intenso: inizialmente può lasciare un po’ sconcertati, considerandone la essenzialità e il rigore formale, pur nella suggestione visiva offerta dalle immagini, ma nel corso della narrazione riesce a coinvolgere ed emozionare, attirando gli spettatori ed invitandoli ad accostarsi alla visione con animo sgombro e puro, allineando il proprio sguardo a quello primigenio di un bambino, “il germoglio dell’uomo che diventerà”, in procinto d’iniziare la sua avventura nel mondo.

Sulla base dell’omonimo romanzo, rimasto incompiuto, di Albert Camus, pubblicato postumo nel 1994 per volontà della figlia Catherine, viene narrato il ritorno in Algeria, sua terra natale, dello scrittore Jacques Cormery (J. Gamblin), dalla Francia, nel 1957, dopo aver visitato la tomba del padre, morto combattendo nella Grande Guerra.Il paese è sconvolto dal conflitto civile contro i Francesi e Jacques, invitato a tenere un discorso all’università, esprime il suo essere favorevole alla rivoluzione per liberarsi dal giogo colonialista, ma non alle modalità terroristiche d’attuazione, fermo fautore di una possibile coesistenza di più etnie nell’ambito dello stesso territorio. Il rivedere luoghi e persone della sua infanzia, l’incontro con la madre (Catherine Sola, da giovane l’interpreta Maya Sansa), lo riporteranno indietro nel tempo, per una conciliazione, nel ricordo fondante di ciò che si è stati e di come si è divenuti quel che si è, tanto con se stesso che con la propria terra.

Ciò che mi ha favorevolmente suggestionato è il rispetto di Amelio per il tema portante dell’opera di Camus, l’autobiografia, riuscendo contemporaneamente, riscrivendone i dialoghi, a creare un efficace parallelismo, intriso di poesia, con il proprio vissuto, l’ infanzia senza padre, rinvenendo validi punti di riferimento nella figura materna e in quella della nonna, donne forti e decise ma in maniera diversa, senza dimenticare il ruolo del maestro, quindi dell’istruzione, determinante per l’emancipazione e la formazione dell’uomo del domani, nel rispetto e nella valorizzazione delle sue inclinazioni naturali, essenzialmente in quanto essere umano, al di là di un credo politico o religioso e di qualsivoglia stigmatizzazione culturale: solo così gli eventi legati al singolo e quelli propri della Storia possono trovare un punto d’incontro e tendere ad una universalizzazione non eterea.

Da un punto di vista squisitamente cinematografico, la storia si dipana sullo schermo con estrema scioltezza, le varie vicende si susseguono per via di un efficace intarsio d’immagini, come già ho avuto modo d’evidenziare ad inizio articolo, dando ulteriore spessore alle più che valide interpretazioni attoriali, essendo sufficienti poche inquadrature e minimi movimenti di macchina a conferire dinamicità là dove occorre, cioè a rappresentare (e suscitare) emozioni e sentimenti, sottolineando ora la relatività dei ricordi (la visione sfuocata delle lapidi nella scena iniziale) ora la loro importanza (l’abbraccio con la madre, l’incontro con il maestro e il compagno di scuola Hamoud), attraverso un’elegiaca morbidezza nei passaggi temporali tra le diverse epoche.

A risaltare è la coincidenza dello sguardo tra il Jacques bambino (Nino Jouglet) e quello adulto, disincanto e purezza ancestrale, estremamente attuale nella visualizzazione dell’uomo che tutti dovremmo essere nel percepire la differenza con i nostri simili come valore fondante di un valido senso d’eguaglianza, espressione di un’altrettanto valida individualità nell’accettarsi tutti uguali in quanto diversi, da rendere concreta nell’ambito di una collettività democraticamente autodeterminatasi nel rispetto delle regole comuni: un sogno da “primo uomo”, appunto, colui che sarà capace di rinascere attingendo dal proprio passato per vivere meglio il presente.


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