Cattivissimo me 3

Ormai definitivamente dalla parte dei buoni, agente segreto al servizio dell’AVL (Anti Villain League, Lega Anticattivi), così come la neo sposa Lucy, Gru si è però lasciato sfuggire l’ultimo terribile supercattivo, Balthazar Bratt, ex bambino prodigio e star televisiva degli anni ’80, dai quali ha trasfuso tutto ciò che rappresenta la coreografia ultra pop dei suoi colpi spettacolari, dal look esteriore, con tanto di spalline in guisa di arma impropria e scarpe pump idonee a facilitare l’esecuzione di un perfetto moonwalk, all’impiego di un malefico arsenale costituito da chewing gum, keytar e Cubi di Rubik. Il nuovo capo dell’ AVL, Valerie Da Vinci, in seguito al fallimento della missione, pur con il recupero della refurtiva (un enorme diamante rosa), non ci pensa due volte a mettere alla porta Gru, che si trova così disoccupato.
I fedeli Minions pensano che il suddetto licenziamento possa essere la buona occasione per tornare agli antichi fasti (o presunti tali), progettando inedite e nefande imprese, ma non sarà così: Gru intende essere un buon papà per le figlie adottive Margo, Edith  ed Agnes, così come Lucy, che ne ha seguito le sorti, si accinge a divenire per loro una brava madre, anche se nella difficoltà del momento (la piccola Agnes non esita a vendere i suoi giocattoli, fra i quali l’unicorno di pezza a lei caro per supportare la famiglia), la crisi d’identità non tarderà ad arrivare, in particolare una volta giunta notizia dell’esistenza di un fratello gemello, confermata dall’anziana ma sempre arzilla genitrice.
Si tratta di tale Dru, bionda chioma fluente e fare aristocratico, vive in una lussuosa dimora in quel di Freedonia e prosegue la redditizia attività paterna, allevamento di suini, almeno in apparenza …

Gru

Giunta al terzo capitolo, dopo un folgorante esordio nel 2010 ed un felice sequel tre anni più tardi, la saga di Cattivissimo me continua ad intrattenere piacevolmente grandi e piccini con la consueta girandola di trovate che riecheggiano tanto le comiche del cinema muto quanto, soprattutto, la cara vecchia serie Looney Tunes della Warner Bros. nell’iperbole cinetica e surreale di molte situazioni, senza dimenticare i vari rimandi cinefili (i film di James Bond/007 o certe commedie made in Disney, la citazione dello stato di Freedonia, da Duck Soup, 1933, Leo Mc Carey, protagonisti i fratelli Marx), inseriti all’interno di una sagace miscellanea di ulteriori elementi pop (fumetti, teatro, televisione, arte moderna), trovando un punto d’incontro fra pragmatismo commerciale made in Usa (produzione Illumination Entertainment, per conto della Universal) e creatività europea (lo Studio Mac Guff, in Francia).
I disegni, al solito, appaiono felicemente sospesi fra il grottesco e il caricaturale (gli esseri umani in primo luogo) ma allo stesso tempo attenti ad esaltare realisticamente ogni più piccolo dettaglio (la fattura degli abiti, la resa dei paesaggi). Sempre Pierre Coffin in regia, ora con Kyle Balda in luogo di Chris Renaud, coadiuvati da Eric Guillon, confermata la coppia Cinco Paul e Ken Daurio ad occuparsi della sceneggiatura, Cattivissimo me 3 inizia a segnare qua e là il passo, offrendo il destro a ripetitività e a qualche momento di stanca, dovuto anche alla decisione di relegare in secondo piano l’anarchico fluire delle gesta dei Minions, che riescono comunque in più di un’occasione a rubare piacevolmente la scena (splendida in particolare la sequenza, irridente ed irriverente al punto giusto, che li vede improvvisati protagonisti di un talent show televisivo).

Lucy

Dal punto di vista narrativo il film si sviluppa in diversi piani che andranno a congiungersi nel finale, offrendo continuità ed esaltazione a quello che in fondo è sempre stato il tema dominante della saga fin dal primo episodio, ovvero la progressiva affermazione dei valori familiari all’interno di un nucleo “alternativo”, incline a seguire la linea del cuore più che quella del sangue, avvolto egualmente da affetto e comprensione nel privilegiare il dialogo e la capacità di venirsi incontro rispetto ad egoismi e ripicche: dall’adozione delle tre bambine, dalla diversa età e quindi con differenti problematiche da affrontare, per scopi diciamo utilitaristici da parte dell’allora misantropo cattivone, che fluirà in una felice realtà domestica, in via di divenire definitiva a partire dal secondo capitolo, quando farà il suo ingresso la dolce e determinata Lucy, all’arrivo del fratello sconosciuto, riprendendo un motivo caro alla tradizione letteraria e non solo, fascino da raffinato viveur incline a coprire quello che potremmo definire ironicamente  il “complesso della pecora nera”, nell’intenzione di assecondarlo più che di risolverlo.

Margo, Edith ed Agnes

Venendo ai diversi piani narrativi, ecco la storia del reduce degli anni ’80, l’ex monello Balthazar protagonista della serie tv Evil Bratt che una volta divenuto adolescente viene subito dimenticato ed ora medita vendetta verso “mamma Hollywood”, mettendo in pratica quanto appreso nel corso del suo show (“Sono stato un cattivo ragazzo!”); i molteplici tentativi perpetrati da Lucy nel divenire una madre per le tre fanciulle, cercando di mediare fra complicità ed autorevolezza, in particolare nei confronti dell’ormai adolescente Margot; l’incontro/scontro fra Gru e Dru, con una emozionalità difficile da far venir fuori nel ricordo di una fanciullezza non sempre spensierata, specialmente riguardo il primo (già seconda scelta della madre quando nel divorziare marito e moglie scelsero di dividersi la prole) ed infine, quasi un film nel film, le gesta dei Minions ribelli e la ricerca di un vero unicorno da parte della piccola Agnes, coadiuvata da Edith, che va ad ammantarsi  di una certa allegoria di fondo riguardo la necessità di perseguire i propri sogni anche nel grigiore della quotidianità, ritrovando poi sostegno e conforto all’interno del nucleo familiare.

Balthazar Bratt

Per quanto i descritti parallelismi sembrino appesantire leggermente la narrazione, Cattivissimo me 3 scorre piuttosto piacevolmente, inframmezzato da un’ottima colonna sonora (Heitor Pereira e Pharrell Williams sfruttano funzionalmente, fra l’altro, varie hit degli anni ’80),  incentrandosi soprattutto, come su scritto, sulle tematiche affettive più che sull’azione rutilante e frenetica che era propria delle precedenti realizzazioni, tanto che lo scontro finale tra Gru e Balthazar, accattivante e divertente nello svolgersi sulle note di Into the Groove (Madonna, 1984),  si risolve piuttosto sbrigativamente, riannodando le fila nell’ambito delle mura domestiche, con una sorpresa, per quanto intuibile, che si svilupperà ulteriormente lungo i titoli di coda.
Si apre quindi la strada ad un già paventato quarto capitolo (oltre ad un secondo relativo agli ormai ex scagnozzi gialli) che, data ormai quale inevitabile la tendenza ad una serializzazione, si spera non vada a crogiolarsi nell’ordinaria routine della reiterazione inveterata di gag e situazioni, qui già evidente, se pur a tratti, in nome del sicuro introito (mi sovviene Shrek, ma gli esempi potrebbero essere molti), perdendo di vista la riuscita caratterizzazione, anche psicologica, dei personaggi. Così eventualmente operando si solleticherà magari l’emozionalità più superficiale ma andrà perduta quell’aura di genuina spensieratezza idonea a consentire quanto abilmente messo in atto finora, un osmotico scambio del divertimento fra autori e pubblico che invita accogliere l’inverosimile con stupore e disincanto. Una volta era tre il numero perfetto …

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