L’inganno

Virginia, America, 1864.
In una fitta boscaglia poco distante dal collegio femminile che la ospita, una ragazzina, Amy (Oona Lawrence) è intenta a raccogliere funghi.
La Guerra di Secessione è al suo apice, si odono i rimbombi delle cannonate provenire da qualche campo di battaglia nelle vicinanze.
All’improvviso nota un soldato ferito (Colin Farrell), “un giacca blu”, i suoi modi sembrano affabili, si presenta come caporale John McBurney, per cui, anche in nome della carità cristiana da esternare al prossimo, decide di condurlo con sé al collegio, presieduto dalla proprietaria, Miss Martha Farnsworth (Nicole Kidman). Molte delle ragazze hanno fatto ritorno a casa, gli schiavi sono fuggiti, oltre ad Amy e Miss Martha nella struttura sono presenti l’istitutrice Edwina Morrow (Kirsten Dunst), l’adolescente Alicia (Elle Fanning) e le più piccole Jane (Angourie Rice), Emily (Emma Howard) e Marie (Addison Riecke). L’irreprensibile Miss Martha in un primo momento decide di segnalare la presenza del  soldato ai confederati legando uno straccio blu all’inferriata del cancello, come di prammatica, poi smorza un po’ i toni, andando  incontro alle istanze delle fanciulle, che le ricordano il dovere di assistenza da  rivolgere ai bisognosi, senza dimenticare il senso d’ospitalità proprio del Sud.
Si provveda dunque a rimetterlo in sesto e poi si adempiranno i doveri civili.

Nicole Kidman

La presenza di John all’interno della struttura, dove le ore scorrono scandite dal rispetto di tutta una serie di regole, dallo studio alla cura della magione e dell’orto, senza dimenticare il rispetto delle bienséances e le preghiere serali, creerà non pochi sconvolgimenti al riguardo, anche perché al nostro non sembrerà vero di poter essere al centro dell’attenzione, con tutte quelle donne che, con modalità diverse a seconda dell’età, si danno da fare esternandogli mille premure.
In particolare Edwina, nonostante una certa ritrosia, non lesina di palesare un certo trasporto, ma anche Miss Martha, pur nella sua ostentata freddezza, sembrerebbe essere tutt’altro che refrattaria alle lusinghe sentimentali e poi vi è Alicia, con i suoi primi turbamenti così inclini all’esternazione…
Reinterpretazione ad opera di Sofia Coppola, regista e sceneggiatrice, dell’omonimo romanzo di Thomas P. Cullinan (1966, in origine intitolato A Painted Devil), più che remake del precedente adattamento datato 1971 ad opera di Irene Kamp e Albert Maltz per la regia di Don Siegel, The Beguiled, che ha conseguito al 70mo Festival di Cannes il Premio per la Miglior Regia, prende spunto dall’impostazione propria dell’opera letteraria, dove i capitoli si succedono attraverso la narrazione della storia da parte delle varie donne protagoniste.

Kirsten Dunst e Colin Farrell

Il racconto filmico va così a plasmarsi attraverso l’ottica dell’autrice, incentrandosi in primo luogo nel visualizzare l’interazione di un gruppo femminile, i cui componenti hanno diversa età e differente estrazione sociale, senza dimenticare disparate esperienze di vita,  accomunato dalla tragica esperienza della guerra in corso, cui fanno fronte comune, fra rinunce e rispetto di un rigido protocollo comportamentale all’interno di un mondo a parte, sorta di Eden a proprio uso e consumo. In seconda analisi si rende  il  caporale, interpretato da un Colin Farrell credo volutamente  amebico, una semplice pedina funzionale alla bisogna più che ago della bilancia, così da rappresentare l’elemento perturbatore all’interno dell’ordine costituito, il diavolo tentatore che offre la mela nelle forme di un’esistenza forse diversa da poter elargire ad almeno una delle donne che gli ruotano intorno, ma che a sua volta non saprà resistere alla tentazione di dare adito all’ ego proprio di maschio ultrasicuro di sé, non considerando minimamente le conseguenze possibili dall’aver trascurato la sensibilità femminile più intima e profonda, nel rispetto di personalità ed inclinazioni. La ritrovata complicità delle donne comporterà quindi l’affermazione di un’ autodeterminazione che mostrerà ben presto il suo conto da saldare, rimarcando l’impossibilità di una conciliazione o di un punto di incontro che possa contemperare le esigenze di ognuno, nel rispetto dei sentimenti di una persona in quanto tale, tra immedesimazione e compatimento.

Elle Fanning

Puntando più sul levare che sull’aggiungere, limando di fino le spigolature tipiche del southern gothic ed eliminando di proposito elementi “politici” relativi alla guerra in corso (scompare la schiava Hallie e i Confederati fanno una breve apparizione), i cui strascichi restano comunque tangibili al pari dei suoi rumori, Coppola, attraverso ponderati movimenti di macchina, punta ad accentuare soprattutto un’atmosfera chiusa, opprimente, gradualmente morbosa, che avvolge i personaggi e diviene vera e propria protagonista, permeata da un’aria soffocante, rappresa, tanto all’interno dove l’eleganza degli arredi appare come smorzata o comunque appiattita dal rispetto di ogni virgola delle convenzioni sociali, le quali reprimono, a stento, qualsiasi slancio propriamente affettivo, quanto all’esterno, dove ogni cosa appare avviluppata, simbolicamente, da una fitta vegetazione ormai restia a qualsiasi “addomesticamento” reso da mano umana.
Il tutto viene reso superbamente dalla fotografia opacizzante di Philippe Le Sourd, che sfrutta comunque la luce naturale all’esterno e quella delle candele all’interno, esaltato dalla scenografia (Anne Ross) e dai curati costumi (Stacey Battat), senza dimenticare il lieve contrappunto sonoro in crescendo. reso dai Phoenix mutuando dal Magnificat di Monteverdi.

Una messa in scena quindi formalmente ineccepibile, a fronte di una rappresentazione elegante, minimalista, asciutta, ma un po’ troppo algida e distante, certo lontano dalla sanguigna rappresentazione resa da Siegel, più attenta allo sviluppo della psicologia dei personaggi, i quali qui non sempre vengono resi con realistica convinzione dalle interpretazioni degli attori: se Farrell è lontano dalla furbizia “testoteronica” di Eastwood, la Kidman non è poi così distante dalla glacialità dello sguardo e dalla rigidità corporale esibite in altri ruoli similari, dai quali si distacca per la resa dei dialoghi, fra non detto, sottintesi, battute stentoree e  in virtù di qualche “sospiro ardente” idoneo a far intuire gli echi di un desiderio a lungo privato della sua naturalità, come nella scena in cui si prodiga a detergere il corpo di John; Kirsten Dunst non sempre riesce a rendere con vivido  trasporto lo sconvolgimento, fisico e psichico, proprio di chi attendeva un palpito d’amore in odor di salvezza da tanto tempo e vede repentinamente svanire le proprie aspettative, mentre   Elle Fanning è ben lungi dal rappresentare quel misto di pudicizia e malizia reso a suo tempo da Jo Ann Harris. Forse la sequenza più bella e rappresentativa è quella finale, raffigurante la definitiva presa di distanza dalla tentazione resa dalla prospettiva di un’esistenza diversa, nell’impossibilità manifesta di gestirla nel rispetto delle reciproche individualità.  Un film da vedere, per l’indubbio connubio fra autorialità ed intrattenimento, idoneo a coinvolgere la vista ma non sempre testa e cuore.

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