Country for Old Men

“Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti; che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità”. Quanto riportato è un estratto dalla Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, ratificata a Filadelfia il 4 luglio 1776, dove trova risalto, fra l’elenco dei diritti inalienabili, anche la “ricerca della Felicità”, da intendersi, al di là di una solipsistica ed eterea condizione di momentaneo benessere, sia quale possibilità di raggiungere e consolidare i propri obiettivi esistenziali primari, garantita tanto dal “buon governo” quanto dai personali sacrifici, sia come l’adoperarsi perché tale potenzialità possa essere assicurata a tutti, senza sperequazione alcuna. Premessa forse un po’ lunga, ma necessaria ad introdurre l’analisi di Country for Old Men, un bel documentario scritto e diretto da Pietro Jona e Stefano Cravero, entrambi al loro debutto in qualità di registi, dopo i trascorsi, rispettivamente, di fonico – filmmaker freelance e montatore .

Presentato nei giorni scorsi al 29mo Trieste Film Festival (19-28 gennaio), ha qui conseguito la Menzione Speciale nella Sezione Premio Corso Salani, in quanto, come riporta la motivazione, “Con sensibilità e precisione, racconta le tante contraddizioni e sfaccettature degli Stati Uniti di Trump, attraverso una storia di inedita migrazione“. Jona e Cravero, infatti, sono riusciti a visualizzare attraverso circoscritti movimenti della macchina da presa, volti ad un’attenta osservazione della realtà circostante da porre poi a confronto con le osservazioni dirette dei protagonisti, la particolare situazione che si è venuta a creare da dieci anni a questa parte a Cotacachi, cantone dell’Ecuador situato ai piedi della Cordigliera delle Ande: anziani cittadini statunitensi hanno investito i loro risparmi per trasferirsi definitivamente nella suddetta località, acquistando casa ed assumendo lo status, per loro stessa definizione, di economic refugees.
Hanno  dunque di fatto ripudiato quel paese che dapprima, e torniamo alla Dichiarazione di cui sopra, ha permesso loro di arrivare ad una certa condizione di benessere per poi andare a minare quelle sicurezze faticosamente conquistate negli anni, finanziarie ma non solo, complice la crisi economica, comunque figlia, generalizzando, di un sistema distorto nel perseguire il conseguimento di una materialità pronto uso .

Cotacachi

L’abilità degli autori, che si avvalgono inoltre di una fotografia (Jona) idonea ad assecondare la luce naturale (la luminosità esterna contrapposta alla cupezza di molti interni), così come di un agile montaggio (Luca Mandrile,  Cravero), si palesa, in particolar modo, nel descrivere realisticamente la situazione così come è, senza alcun filtro che non sia il suggerimento della sceneggiatura.
Si soffermano, ancora prima che sulla condizione degli abitanti del luogo, sul confronto, per lo più monetario, fra quest’ultimi e i “rifugiati”, i quali vedono il ritorno di quei valori ormai considerati perduti: dalla libertà individuale di Michael, ex culturista/cantante/ produttore televisivo, alla possibilità di Bruce di vedersi impiantata la necessaria protesi all’anca, intervento che in America avrebbe costi proibitivi, per esempio, ma anche la circostanza che, al contrario di quanto avviene negli Stati Uniti, in Ecuador le armi siano proibite, come sottolinea Diane, un passato da psicologa di supporto alla scuola Colombine, teatro di una tragica sparatoria.

Risalta nel corso della narrazione come i gringos abbiano impiantato una sorta di bolla protettiva all’interno di un idealizzato microcosmo, che garantisce sempre e comunque i servizi essenziali nella circoscrizione di una realtà ancora apparentemente pura e “primitiva”.
Di integrazione vera e propria, al di fuori della frequentazione del mercato locale, dei corsi di ginnastica, o della partecipazione a qualche festa, non se ne parla (vedi, come fa notare un taxista, lo scarso uso dell’idioma del posto, giusto il necessario per le compere):robuste recinzioni, in genere elettrificate, proteggono il recuperato benessere da possibili “assalti” esterni, rendendo a questi insoliti rifugiati una condizione sociale indefinita, delimitata alla riconquista di un “sogno americano” ridimensionato alle loro attuali possibilità; un “diritto alla felicità”  circoscritto in un alveo del tutto personale, che non prevede la possibilità di alcuna tracimazione verso una concreta condivisione, bensì l’innalzamento di un’ulteriore diga, egoistico baluardo protettivo del proprio presente, nella consapevolezza che non vi sarà un futuro da spartire.

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