Omicidio al Cairo

15 gennaio 2011, Il Cairo.
Noredin Mustafa (Fares Fares), maggiore della polizia, è un uomo ruvido e scostante, porta con sé il ricordo della moglie morta in un incidente d’auto e si occupa dell’anziano padre, unica voce morale all’interno di un’esistenza da “normalmente corrotto”, come tutti i colleghi, a partire dal generale Kamal (Yasal Aly Maher), suo zio.
Il giro di perlustrazione lungo i disastrati quartieri cittadini, tra le varie attività commerciali, spesso ai margini delle zone centrali cariche di insegne luccicanti o vistosi cartelloni pubblicitari, non ha nulla da invidiare a quello di un taglieggiatore intento a riscuotere la “rata” per garantire adeguato sistema protezionistico, ben lontano dall’immagine di una ronda volta a riportare ordine e legalità. Il giorno successivo Noredin è chiamato al Nilo Hilton Hotel: la famosa cantante Lalena è stata trovata morta, la gola tagliata, all’interno di una camera intestata probabilmente a qualche pezzo grosso, visto il cospicuo presente elargito dal concierge al maggiore, esortazione a non rivolgergli ulteriori domande al riguardo. “Crimine passionale” risulta l’ipotesi avallata con fare distratto dagli agenti intervenuti sul posto, potrebbe esservi la testimonianza di una cameriera, la sudanese Salwa (Mari Malek), che ha visto uscire un uomo dalla stanza subito dopo un litigio, a lei sconosciuto ma poi individuato come Hatem Shafiqu (Ahmed Seleem), facoltoso imprenditore nonché membro del parlamento, del resto ritratto in compagnia di Lalena in alcune fotografie di cui ha preso possesso Noredin, una volta individuata la ricevuta del fotografo nella borsa della donna.

Fares Fares

Il caso si fa sempre più intricato, compare un’amica della cantante, Gina (Hania Amar), dal fare ambiguo, le indagini sembrano prossime alla chiusura (“suicidio”), Noredin, nel frattempo nominato colonnello, sembra aver riacquistato un minimo di dignità, forse tardiva, ma intanto, è il 25 gennaio, la gente si riversa in strada per protestare contro il governo di Mubarak… Vincitore al Sundance Film Festival (2017) del Gran Premio della Giuria come miglior film straniero (la produzione fa capo a Svezia, Danimarca e Germania), Omicidio al Cairo (The Nile Hilton Incident), scritto e diretto dal regista danese, di origine egiziana, Tarik Saleh, sotto la perfetta veste, visiva e contenutistica, propria di un noir suggestivo ed avvincente, permea gradualmente la narrazione di una decisa caratterizzazione realistica, che lo rende anche un’opera d’impegno civile: l’episodio di cronaca nera, ispirato ad una storia vera (l’omicidio della cantante libanese Suzanne Tamin nel 2008 a Dubai, ad opera di un uomo d’affari e parlamentare egiziano), appare come opportuno pretesto per fare luce attraverso la spessa cortina fumogena costituita da una agghiacciante spirale d’inganni, corruzione, malaffare generalizzato, presente nel corpo di polizia egiziano, in combutta tanto con delinquenti comuni quanto con uomini di potere, all’interno di una ben precisa contestualizzazione storica, dieci giorni del gennaio 2011, dal 15 al 25, fino dunque all’implodere, proprio nella giornata in ci si celebrano le forze di polizia,  delle proteste di piazza al Cairo, una volta che i miasmi del putridume governativo erano ormai divenuti insopportabili.

Mari Malek

Avvalendosi come scenario della città di Casablanca, cinematograficamente divenuta Il Cairo causa i divieti imposti alla produzione dall’ Egyptian State Security, Saleh, supportato anche da un’ottima fotografia (Pierre Aïm), dai toni lisergici e brumosi, oltre che da un felice commento sonoro (Krister Linder), sinistro, avvolgente, mette abilmente in scena, suffragando una certa ponderatezza, un dolente girone infernale dove il Male appare essersi impossessato di ogni essere umano, striscia ovunque, insinuandosi latente anche fra le persone più umili, le quali vedono nel denaro, ciò che esso potrebbe rappresentare,  una personale redenzione dalla condizione di reietti (l’emblematico personaggio della sudanese Salwa, “ultima fra gli ultimi”) quando non una situazione esistenziale lambente lusso ed agiatezza (lo squallido giro orchestrato da Lalena e Gina), mentre coloro che ne hanno sempre gestito enormi quantità appaiono come vincenti nella loro protervia economica profusa nel poter comprare tutto e tutti al giusto prezzo, “investendo” anche in cariche governative, idonee a garantire materiale immunità.
La macchina da presa  segue passo dopo passo il poliziotto Noredin, personaggio dalle ascendenze chandleriane (la scoperta della verità come appiglio di salvezza dal baratro, l’amore apparentemente redentore che si rivelerà ulteriore portatore d’inganni), rendendolo moderno Virgilio a farci da guida, restituendoci la sua visione, fra l’urbanità fatiscente, brulicante di un’umanità in precarietà esistenziale, cui si contrappongono lussuose residenze circondate dai verdeggianti campi da golf. Ottima l’interpretazione di Fares nel rendere l’abulico disfattismo del personaggio, assecondante il dominante status quo, un uomo in lotta con se stesso e con il potere che rappresenta, del quale si fa scudo in modo schizofrenico per fronteggiare la propria fragilità.

Hania Amar

Il suo cammino è  appena rischiarato da una tenue luce che va progressivamente ad aumentare d’intensità per poi spegnersi bruscamente una volta constatato come appaia ormai serotina, e forse inutile, la pur conclamata ribellione verso un sistema esautorato di ogni principio propriamente umano. E’ quanto reso da un finale teso, realistico, raggelante, quando  Saleh fa incontrare la finzione cinematografica con la ricostruzione storica, palesando come il Bene sia impossibilitato ad d’esprimersi all’interno di un esasperato clima di violenza, destinato quindi ad essere sopraffatto dal caos subentrato alla ragione. Omicidio al Cairo è un film da vedere, potente da un punto di vista visivo e contenutistico, che si inserisce a pieno titolo tanto nella tradizionale scia del genere noir, quanto in quella del cinema d’impegno civile e politico (limitandoci al nostro paese, abbiamo avuto validi esempi con, fra gli altri, Francesco Rosi ed Elio Petri), con il primo a costituire valida opportunità, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo, ad offrire una lucida, spietata per certi versi, anamnesi volta ad individuare origini e natura del cancro che ha colpito società ed istituzioni egiziane, sottolineandone in particolar modo le sue estese metastasi; il rispetto della legge e dell’ordine imposto dal potere costituito a proprio uso e consumo, che fa della contraddizione resa dall’ impossibilità a giudicare se stesso opportuno alimento per continuare ad esistere ed affermare la propria supremazia, rendendo la speranza di un mondo d’eguali fra eguali  un breve respiro: l’uomo ha ormai annientato se stesso e la propria ragione d’esistere, quest’ultima barattata con l’affermazione della potenza del nulla.

 

 

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