Untitled – Viaggio senza fine (2017)

Nel dicembre del 2013 il cineasta austriaco Michael Glawogger, documentarista sensibile e visionario (la notorietà è arrivata  dopo la presentazione di Workingman’s Death alla 62ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2005, trovando poi ulteriore affermazione con Whores’ Glory, Premio Speciale della Giuria Orizzonti, sempre a Venezia, nel 2011), decise di realizzare un ambizioso progetto, organizzare un viaggio, dalla presumibile durata di un anno, attraversando i Balcani, l’Italia e l’Africa occidentale, così da riprendere quanto si sarebbe materializzato dinnanzi l’obiettivo della macchina da presa, senza quindi un tema predefinito che non fosse il proposito precipuo di “filmare tutto ciò che ti sfreccia accanto mentre sei fermo su un vagone merci”.
Detto, fatto: Glawogger si mise in cammino insieme al cameraman Attila Boa e all’operatore del suono  Manuel Siebert, ma dopo 4 mesi e 15 giorni di riprese il nostro trovava la morte in Liberia causa febbre malarica.
Non tutto, però, andava perduto, Monika Willi infatti, sua montatrice di fiducia (così come di Michael Haneke), decise di dare un seguito a quel lavoro, sempre assecondando curiosità ed intuizione e lasciando aperte le porte all’eventualità che il verificarsi di qualsiasi accadimento, magari del tutto inaspettato, potesse concedere all’interno dell’immagine elegiaco spazio a stupore ed incanto.

Il risultato è un documentario, Untitled- Viaggio senza fine, presentato lo scorso anno nella sezione Panorama della 67ma Berlinale, dal forte impatto emozionale, il cui iter narrativo va a delinearsi in virtù di un giustapporsi di campi e controcampi, volti a visualizzare vari avvenimenti in diverse zone geografiche, senza seguire un ordine cronologico e quindi una soluzione di continuità, bensì assecondando il movimento puro e semplice, nel rispetto dell’intuizione originaria di Glawogger. La casualità delle riprese, esaltata da un montaggio in apparenza scomposto, ma in realtà piuttosto attento e raffinato nel sostenerne l’incedere, riesce ad offrire un mirabile impatto visivo, facendo leva sulla verginità espositiva, senza particolari filtri o “aggiustamenti”, anche se a volte non tutto appare propriamente spontaneo. Persone ed animali accomunati da indigenza e sfruttamento, bambini costretti al lavoro, lotte per la distribuzione dell’acqua, paesaggi dalla primitiva bellezza, edifici con le pareti sforacchiate dai proiettili, squassati dal terremoto o, al contrario, particolarmente lussuosi, una partita di calcio “pura”, che vede impegnati giocatori mutilati, privi di una gamba: le immagini scorrono in rapida successione, ricevendo ulteriore sottolineatura dalla lettura dei pensieri dell’ autore (in originale sono resi dalla voce di Fiona Shaw, nella versione italiana da quella di Nada Malanima) e dall’incisivo incalzare del solenne commento sonoro di Wolfgang Mitterer, idoneo  a conferire suggestiva consistenza al girato.

Protagonista assoluta risulta la primigenia immanenza che è propria della Natura nel conglobare al suo interno ogni essere vivente, la quale sembra procedere di pari passo con la rilevanza estrema di un particolare ideale di libertà, ovvero, secondo il pensiero di Glawogger, lasciarsi andare ed attendere il verificarsi di qualsivoglia evento, evitando ogni pianificazione anticipatoria. Circoscrivendo il tutto all’interno dell’essenziale ritualità del quotidiano, risalta in ogni singola inquadratura ciò che il mondo è ancora in grado di offrire, tanto in termini di bellezza pura e  semplice quanto di rimandi ancestrali e primordiali, conseguenti a determinati atteggiamenti o modi di vita dell’umanità nel suo complesso.
Nella sopra descritta comunanza fra ogni essere vivente (emblematica al riguardo la ripresa che vede bambini, adulti ed alcune capre alle prese con la spartizione dei rifiuti all’interno di una discarica in pieno deserto),  delimitando con fare affabulante  una visione circolare (il documentario si apre e si chiude con l’immagine di uno stormo d’uccelli, avvolto in una luce violacea), sembrerebbe che, sempre sulla base delle riflessioni dell’autore, in equilibrio sul filo della poesia e distanti da un giudizio morale, l’universo, ripreso nitidamente nella sua stridente mescolanza di bellezza e miseria, violenza ed innocenza, costrizioni e aneliti d’indipendenza, sia in attesa di una nuova Arca di Noè, che lo conduca verso una ritrovata dignità esistenziale, idonea a superare definitivamente il contrasto fra la mera sopravvivenza di alcuni e l’esistenza più composta e compiuta di altri. “In nessun posto esiste il nulla, nemmeno qui. Ma qui il nulla era molto vicino”.

 

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