La fin da la val l’è mia la fin dal mund (The End of the Valley Is Not the End of the World)

Diretto dal cineasta svizzero Peter Frei, anche autore della sceneggiatura insieme a Villi Hermann, La fin da la val l’è mia la fin dal mund è un documentario dalla felice resa visiva e contenutistica, girato in Val Rovana, Ticino, rendendo protagonisti principalmente i paesi di Campo Vallemaggia e Cimalmotto, ora popolati da cinquanta persone in luogo delle mille anime presenti trecento anni fa, come spiega in apertura l’imprenditore Vincenzo Pedrazzini, dopo che la macchina da presa ci ha introdotto, anche attraverso suggestive riprese aeree, all’interno dei villaggi, letteralmente incastonati fra le montagne, il quale sottolinea come perpetrare la tradizione non voglia dire che non si possa guardare al futuro, introducendo elementi “moderni” inclini, sempre parole sue, ad mitigare “l’effetto museo”.
Frei intende restituire a noi spettatori il fremito delle sensazioni riscontrate una volta entrato in contatto con quello che andrà a palesarsi quale un vero e proprio mondo a parte, al cui interno la gente, nell’affrontare attività come l’allevamento, la pastorizia, l’agricoltura o la produzione di formaggi, va incontro quotidianamente a varie difficoltà e sacrifici, assecondando il succedersi temporale delle stagioni, ricordando poi il giorno in cui  venne presa la decisione di stabilirsi in quelle valli, a guisa di pionieri: ad esempio vi fu chi insieme ai propri cari si adattò a vivere in un tepee, in attesa che venisse concesso il permesso di costruzione, nel caparbio proposito di contribuire al ripopolamento delle regioni alpine, salvando i pascoli dall’inselvatichimento estremo, iniziando, per esempio, fra l’altro, l’allevamento di una particolare razza di maiali lanuti, che in estate possono fungere da valido surrogato dell’aratro, mangiando l’erba e rimuovendo il terreno, tanto da consentire il terrazzamento e la coltivazione di alberi da frutto.

Campo Vallemaggia

Frei, autore anche della vivida fotografia, volta ad assecondare le tonalità naturali, nonché curatore del funzionale commento sonoro, circoscrive con “morbidi” movimenti di macchina ambiente, situazioni e personaggi, rivelando una certa sensibilità nel sostenere lo sviluppo dell’andamento narrativo, quest’ultimo piuttosto classico, quindi certamente non inedito, nel tradizionale giustapporsi di immagini, dichiarazioni, riprese del lavoro giornaliero: merito precipuo dell’autore è la materializzazione di uno sguardo realistico, lungi dall’essere giudicante o volto ad evidenziare inedite prospettive su cosa si debba cambiare all’interno di quella che appare come un’aurea immutabilità, idoneo piuttosto a farsi antropologico nel rendere voce a quanti tuttora mettono in campo una vera e propria forma di resistenza, intesa a salvaguardare un vicendevole scambio di attività fra il Creato e l’uomo, necessario per la comune sopravvivenza, le cui modalità di svolgimento si sono tramandate di generazione in generazione. Si rimanda così all’auspicabile manifestazione di un rapporto primigenio che si rivelerà gradualmente quanto mai necessario nei riguardi di un’umanità materialmente progredita ma non concretamente evoluta: la terra, intesa nella sua materialità di appezzamento da coltivare, ma non solo, ha certo bisogno dell’uomo, dell’essere umano, così come quest’ultimo, per quanto non se ne renda propriamente conto, ha bisogno della terra per riscoprire la propria vera essenza, rendendola idonea a plasmarsi definitivamente all’interno di una Natura non più matrigna, incline ad ergersi a  simbolo di una proficua modernità.

 

Già pubblicato su Lumiere e i suoi fratelli-Cultura cinematografica e crossmedialità


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