Il ritratto negato (Afterimage / Powidoki, 2016)

Ultimo film del regista cinematografico polacco Andrzej Wajda, che ci ha lasciato tre anni orsono, Il ritratto negato, sceneggiato da Andrzej Mularczyk, pur opera in certo qual senso minore se confrontata a capolavori conclamati della sua filmografia (la mente corre all’ideale trilogia composta da Pokolenie, film d’esordio, 1955, Kanał, 1957, Popiół i diament, 1958), rappresenta comunque ulteriore e vibrante testimonianza di un cinema permeato da un coerente impegno civile e politico, dove, nell’ambito di una messa in scena formalmente ineccepibile, cronaca, dramma e denuncia hanno sempre trovato ampio spazio. Wajda infatti, opponendosi tramite la sua arte al “realismo socialista”, la dottrina ufficiale imposta dal Partito comunista agli artisti, così come altri cineasti formatisi alla Scuola di Cinema di Lodz (Kieslowski e Skolimovski, per esempio), ha reso la propria attività un tutt’uno con la militanza sociale, realizzando un vero e proprio fronte comune volto a sollecitare il ricordo e la memoria di determinati eventi storici perché tutta una serie di orrori, dall’antisemitismo all’assolutismo, non venissero più ripetuti e subiti, tanto dal popolo polacco quanto nell’ambito dell’umanità tutta, ricorrendo anche al simbolismo nel caso della trasposizione di classici letterali e teatrali che presentavano come tema determinati accadimenti del passato (Danton, 1982, ricavato da un dramma della drammaturga polacca Stanislawa Przybyszewska).

Boguslaw Linda

Difficile non rinvenire ne Il ritratto negato, oltre agli stilemi descritti, elementi autobiografici nel narrare gli ultimi anni di vita del pittore polacco Wladyslaw Strzemiński (interpretato con superba aderenza da Boguslaw Linda), dal 1948, anno in cui si impone al governo il Partito Operaio Unificato Polacco, al 1952, quando il celebre artista, apportatore, fra l’altro, della teoria unista (in estrema sintesi, la tendenza a stabilire una unità organica di trama, colore e composizione), privo di un braccio ed una gamba (un “ricordo” della partecipazione alla I Guerra Mondiale), troverà la morte fra gli stenti e l’avanzare perentorio della tubercolosi. Opponendosi fin da subito ai diktat del regime, secondo i quali anche gli artieri dovevano conformarsi al realismo, “soddisfacendo le esigenze del popolo all’entusiasmo” piuttosto che sollevare dubbi (emblematica la sequenza in cui l’innalzamento di un vessillo con l’immagine di Stalin va a coprire la finestra dell’appartamento di  Strzemiński, ammantando di rosso le pareti e la tela sulla quale stava dipingendo), il nostro non solo  perderà il posto d’insegnante alla Scuola Nazionale di Belle Arti di Lodz, anche se gli affezionati allievi continueranno a seguirlo andandolo a trovare nella sua abitazione e riportando per iscritto le teorie sulla valenza dell’Arte “nell’imporre i suoi diritti sulla realtà”, ma ben presto si ritroverà nell’impossibilità di svolgere alcun tipo di lavoro, venendo infatti privato della tessera del sindacato di categoria.

Bronislawa Zamachowska e Boguslaw Linda

Visivamente sobrio ed essenziale, forte di vivide immagini e di pregnanti dialoghi, con un più che valido apporto reso dalla scabra fotografia di Pawel Edelman, contrastante, sempre simbolicamente, con le tonalità proprie dei dipinti di Strzemiński visibili nella Sala Neoplastica prima che questa venga distrutta o mentre scorrono i titoli di coda, attraversato da un motivo sonoro “importante” ma mai invasivo (Andrzej Panufnik),  Il ritratto negato asseconda ritmi ponderati atti alla riflessione, ritraendo, ancora una volta in odor di metafora universale, mantenendosi distante da artifici retorici, una situazione storica reale messa a confronto con la storia personale di un essere umano come tanti che, traendo forza vitale dal credo nella propria arte e nelle modalità elaborate per esternarla, a costo di enormi sacrifici coinvolgenti anche gli affetti familiari (la figlia Nika, ottimamente resa da Bronislawa Zamachowska, attraverso la quale possiamo anche intuire i rapporti del padre con la madre, la scultrice Katarzyna Kobro, che non appare in scena, dall’amore alla separazione), senza lasciarsi “redimere” da alcuna imposizione, subdolamente o palesemente coercitiva; l’affermazione prorompente della propria vitalità umana ed artistica può elevarsi quale estremo grido di una libertà da difendere e preservare ad ogni costo, rendendo l’apparente sconfitta una schiacciante vittoria da tramandare quale opportuno e concreto monito per il futuro: “Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove”. (Umberto Eco, lettera al nipote)

Già pubblicato su Diari di Cineclub n.75- Settembre 2019

 

 


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