Joker

Gotham City, 1981. I netturbini sono in sciopero, la spazzatura invade ogni angolo di strada e si rende emblema di uno strisciante disagio sociale, il quale però sembra avviluppare nei suoi miasmi soprattutto quanti versano in condizioni  precarie, lavorative ed esistenziali, vedi gli imminenti tagli che andranno a colpire i servizi sociali. Ne sa qualcosa al riguardo Arthur Fleck (Joaquin Phoenix), sofferente di problemi psichici cui solo i farmaci possono arrecare qualche sollievo, mentre il periodico colloquio con la psichiatra non appare mai del  tutto risolutivo; fortemente depresso, distaccato da una realtà propensa a metterlo all’angolo, il nostro lavora come clown, assunto da un’agenzia, reclamizzando prodotti all’ingresso dei negozi o intrattenendo i bambini ricoverati in ospedale, coltivando il sogno di poter divenire un famoso cabarettista, al pari del suo idolo Murray Franklin (Robert De Niro): non si perde una puntata del suo spettacolo televisivo, al quale assiste insieme all’anziana madre malata (Frances Conroy), con cui vive in uno squallido appartamento, assecondandone una costante fissazione, scrivere al ricco e potente magnate Thomas Wayne (Brett Cullen), candidato a sindaco, presso il quale ha lavorato in passato, perché possa fornire loro concreto aiuto.

Joaquin Phoenix (Superga Cinema)

Arthur subisce numerose vessazioni durante il lavoro, anche dai colleghi, l’unica reazione emozionale ai torti subiti è l’emissione di un’incontrollabile e convulsa risata, tragica ed ironica al contempo; la sua esistenza si trascina mestamente fra apatia e rassegnazione, la gente non comprende quella missione di cui la madre lo ha reso portatore,  recare gioia e risate nel mondo,  qualche barlume di felicità, forse più semplicemente la visualizzazione del desiderio di un reale contatto umano, nell’incrociare lo sguardo della vicina d’appartamento Sophie (Zazie Beetz), finché, improvvisamente, Arthur non avrà l’occasione di ritrovare se stesso …
Poche volte, almeno in tempi relativamente recenti, sono uscito da una sala cinematografica con anima e mente attraversate da tutta una serie di sensazioni, a partire da una certa inquietudine e finendo con un emozionale appagamento: è quanto mi è successo dopo aver visionato Joker, Leone d’Oro quale Miglior Film alla 76ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, film che solo superficialmente potrebbe essere considerato un ulteriore tassello del DC Extended Universe, per inciso non sempre foriero di felici realizzazioni, dal quale invece si distacca tanto nella qualità d’opera a sé stante, quanto nell’offrire un’interpretazione concretamente autoriale riguardo le origini del sinistro giullare, graficamente nato nel 1940, ideazione congiunta di Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson.

Robert de Niro e Phoenix (MondoFox)

Todd Phillips, regista e sceneggiatore (in tale ultimo caso insieme a Scott Silver), pur con stilemi dichiaratamente derivativi, riecheggianti diversi titoli della New Hollywood (Taxi Driver, French Connection, Network, The King of Comedy, fra gli altri), che si possono rinvenire anche nella torbida fotografia (Lawrence Sher), quest’ultima del tutto in simbiosi con le scelte scenografiche (Mark Friedberg) e relative ai costumi (Mark Bridges), riesce a visualizzare, con toni realistici ad alto carico di tensione (sottolineati anche dallo struggente ed inquietante motivo sonoro opera di  Hildur Guðnadóttir, che spesso si rende tutt’uno con Arthur, rimarcandone le gesta), l’idea del Male non solo in guisa di metà oscura che giace latente in ciascuno di noi, ma anche quale parto di una società ormai incapace di porre in essere un’effettiva linea  di demarcazione con il Bene, tendendo piuttosto ad avvicinare i confini tra le due entità, sino a confonderli.
Ovviamente l’intero fulcro narrativo è incentrato sulla figura di Arthur Fleck, cui Phoenix offre una totale resa immedesimativa, sentita, toccante, ed anche empatica, prendendo comunque le dovute distanze dalla sua agghiacciante ascesa agli inferi; sì, ho scritto ascesa e non discesa, in quanto ciò che viene rappresentato è un vero e proprio percorso di formazione volto all’accettazione di sé: l’intima essenza, la vera personalità di Arthur, verrà fuori una volta che porrà fine a tutta una serie di compiacimenti messi in atto per essere accettato ed apprezzato all’interno di un nucleo sociale al cui interno vige un distorto criterio d’eguaglianza, basato sulla negazione di quello che ne è in realtà il valore fondante, la comprensione e la valorizzazione delle caratteristiche, fisiche, psichiche, comportamentali, proprie di ciascun individuo.

Arthur  d’altronde tende a plasmare la propria immagine sulla base delle aspettative materne, oppure memorizzando quanto messo in scena dai cabarettisti che segue nelle  loro esibizioni, a partire dal quel Murray (Robert De Niro nuovamente in gran spolvero, sornione e cinico al contempo, un Rupert Pupkin finalmente baciato dal successo), che nella ricerca dell’egocentrica affermazione di sé a suon di audience andrà a costituire la miccia necessaria per innescare la definitiva deflagrazione dell’aspirante “collega”; molto bella, sia figurativamente che come resa allegorica, la sequenza che vede Arthur affrontare ogni sera l’irta scalinata che lo condurrà verso casa, una salita verso il Golgota con il peso del legno rappresentato dall’ordinaria e malvagia quotidianità a gravargli sulle spalle, cui si contrappone nella sua specularità quella che lo vede discendere da essa, improvvisando passi di danza sulle note di Rock and Roll Part 2 (Gary Glitter) a far capolino sulla colonna sonora, avviandosi verso quello che sarà il proscenio di un tragico show, ormai consapevole che la sua vita ha dismesso lo scenario della tragedia per impalcare quello della commedia. L’impatto visivo del film è del tutto giocato sulla frontalità, ridotta profondità di campo, frequenti primi piani, spesso insistenti sul corpo macilento del protagonista, seguito passo dopo passo nell’ambito delle sue vicissitudini, rendendo tangibile il senso d’isolamento da quanto lo circonda, persone, oggetti, ambienti.

(Panorama)

Inoltre, una volta che la narrazione prende piede si viene a creare, riporto la mia personale sensazione, una sorta di straniante sospensione allucinatoria: quanto si materializza sullo schermo (la relazione con Sophie ad esempio, ma anche lo stesso finale) appare a volte essere frutto di una malata mescolanza tra realtà ed immaginazione, la cui nebbia può trasformare un semplice sorriso in un bacio appassionato ed un banale scambio di parole in un coinvolgente trasporto emozionale.
Andando a concludere, Joker si sostanzia alla visione come un’opera ottimamente realizzata ed interpretata, la cui narrazione diretta e realistica più che una vera e propria empatia con lo sfortunato aspirante cabarettista, come già, scritto, credo in definitiva vada a creare un collegamento con la sua mentalità, in quanto, come accadeva al Travis Bikie (De Niro) del già citato Taxi Driver, siamo obbligati ad entrare nella sua mente, considerando qualsiasi accadimento, reale o presunto tale, nell’ambito della sua personale visione delle cose: il sonno di una smarrita umanità,  citando e parafrasando il titolo di una famosa opera di Goya, genera mostri e l’amara vittoria finale di quest’ultimi sarà rappresentata dall’approvazione da parte della massa, volta a trasformare il malcontento in rivalsa, di quanto andranno ad esternare violentemente, un sinistro gioco di specchi che rende quale unico confronto possibile quello fra se stessi e la propria alienazione sociale.


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