La partita

Scritto e diretto da Francesco Carnesecchi, al suo esordio nei lungometraggi, La partita, proseguimento dell’ omonimo cortometraggio realizzato dal giovane cineasta qualche anno addietro, è un’opera encomiabile sia riguardo l’aspetto meramente tecnico, sia relativamente al contenuto che traspare gradualmente lungo il dipanarsi dell’iter narrativo, assumendo infine una pregnante consistenza metaforica, senza dimenticare le valide prove attoriali dell’intero cast.
La storia ha inizio una domenica qualsiasi, alla periferia della Capitale, all’interno di un campo di calcio in terra battuta, fra polvere, sudore ed imprecazioni varie, miste ad incitamenti nel caso dell’allenatore Bulla (Francesco Pannofino), il quale si rivolge ai giovani componenti della Sporting Roma, squadra non professionistica, che, a quanto è dato sapere, non ha mai vinto nulla nel corso della sua storia.
Così come nel massimo campionato, si sta giocando l’ultima partita della stagione e tutti confidano nell’abilità del capitano Antonio (Gabriele Fiore), il quale però non sembra propriamente in forma.

Francesco Pannofino

Al di fuori del campo vi sono poi altre persone che vedono nel cimento in corso tutt’altro che una leale sfida agonistica fra ragazzi desiderosi di esprimere il loro talento, sognando magari un diverso ingaggio; lo stesso presidente, Italo (Alberto Di Stasio), ha scommesso sulla sconfitta del suo team, taglieggiato da alcuni malavitosi abituali fornitori di cocaina dell’amato figliolo, il quale non è certo uno stinco di santo, per non parlare del padre (Fabrizio Sabatucci) di Antonio, disoccupato, anche lui scommettitore sulla disfatta, tanto da insistere col ragazzo perché s’impegni a giocare male…
Una regia agile e felicemente inventiva nell’alternare riprese aeree (via drone) e “sporche”, a filo di campo, con la macchina a spalla, rende del tutto palpabile, quindi realistica, la tensione agonistica che corre lungo il rettangolo di gioco, cui fa eco quella avvertibile nelle panchine a bordo campo, sugli spalti ed oltre la recinzione.

Gabriele Fiore

A tale ultimo riguardo, attraverso anche un valido montaggio (Giovanni Pompetti), che solo a volte si desidererebbe più fluido, si viene poi a delineare un efficace parallelismo tra la tenzone in corso e la ritualità quotidiana che prosegue  al di fuori del rettangolo di gioco, come i preparativi di una prima comunione, egualmente ad un efficace incastro fra diversi piani temporali. Viene infatti messa in scena una serie di avvenimenti avvenuti il giorno prima, esplicativi di determinati comportamenti  dei protagonisti, offrendo  spazio anche alle loro caratterizzazioni psicologiche, attraverso una modalità narrativa  che abbraccia progressivamente diversi generi, dalla commedia drammatica, con punte di satira sociale, al noir, avvalendosi anche del sostegno della fotografia (Stefano Ferrari) e di una colonna sonora funzionale al girato e mai invasiva.

Alberto Di Stasio

Qua e là è avvertibile qualche sfilacciatura a livello di scrittura, in particolare nei passaggi da oggi a ieri e viceversa, anche se probabilmente si è  voluto avvalorare un senso di “non detto”, lasciando agli spettatori uno spiraglio intuitivo. Il tutto porta, in un crescendo che alterna dramma (i rovelli di Antonio, i delinquenti in azione contro il malmesso presidente) ed ironia (il pranzo celebrativo della suddetta prima comunione, dove rancori e dissapori porteranno ad una rissa a colpi di pomodori ripieni), ad un finale che rende a pieno la portata metaforica di cui si è accennato ad inizio articolo. La partita è sì quella che si gioca rincorrendo una sfera di gomma e cuoio, ma è anche quella che si disputa ogni giorno, scendendo in campo e ponendovi al centro il pallone delle nostre decisioni, la volontà di aderire  o meno ad un codice comportamentale ancora improntato ad una compiuta moralità , vedi il personaggio di Bulla, ottimamente reso da Pannofino, che senza sotterfugi di sorta s’impegna a cercare  un lavoro pensando alla neonata in arrivo.

Fabrizio Sabatucci

Il tutto  nell’assunta consapevolezza che ogni scelta adottata andrà a coinvolgere quanti ci sono vicino, come la richiesta del padre di Antonio, passibile di apportare mutamenti nella vita di quest’ultimo o le bramosie espansionistiche del figlio di Italo, lontane dalla purezza esistenziale paterna, che ancora vede lo sport in quanto tale, nella sua essenzialità agonistica e quale apportatore di sani valori, prendendo le distanze dal business dei ricchi introiti, con un ritorno economico volto a produrre soltanto altra ricchezza, in nome di una fallace egemonia e di una sicurezza  basata essenzialmente sul denaro e tutto ciò che questo può comprare, dignità compresa, in nome di un progresso meramente materiale, non evolutivo. Una vittoria, un pareggio, una sconfitta, poco importa rispetto al giocare bene, con determinazione e coraggio, senza farsi incantare dalle melodie esternate dalle sirene o  dai tanti pifferai magici, altrimenti la nostra esistenza si ridurrà a nient’altro che ad una serie di palloni finiti fuori campo, lasciati a consumarsi fra erbacce, rifiuti ed intemperie.


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