Una pallottola per Roy (High Sierra, 1941)

America, anni ’40. Roy Earle (Humphrey Bogart), noto rapinatore di banche, grazie all’indulto concessogli dal governatore  può riassaporare il gusto della libertà, dopo otto anni trascorsi nella prigione di Mossmoor, Chicago. Per poter dire di stare bene, riferisce al compare venuto ad accoglierlo all’uscita del penitenziario, occorre che veda “se l’erba è ancora verde e se gli alberi ci sono”; dopo essersi quindi recato in un parco cittadino, il nostro decide di far visita al suo vecchio capo, Big Mac (Donald MacBride), prodigatosi per la sua uscita anzitempo dalle patrie galere e che sicuramente avrà un “lavoro” da offrirgli. In sua vece troverà un ex poliziotto, Jack Kranmer (Barton MacLane), ora passato  dalla parte del crimine, che gli consegna le chiavi di un’auto: dovrà recarsi in una cittadina californiana, dove è in previsione un grosso colpo, svaligiare le cassette di sicurezza del Tropico Hotel, lussuosa dimora per gente danarosa. Giunto a destinazione, un campeggio sul lago, Roy conoscerà gli uomini cui dovrà far affidamento nel portare a segno la rapina, Red Hattery (Arthur Kennedy) e Babe Kozak (Alan Curtis), a prima vista non particolarmente esperti del ramo ed inclini a litigare per chi debba entrare nella grazie di Marie (Ida Lupino), ragazza proveniente dalla città con alle spalle un passato forse non del tutto limpido e la cui presenza è sgradita allo scafato criminale. Quest’ultimo comunque le consentirà di far parte della banda, in cui è incluso come basista un dipendente dell’hotel, Louis Mendoza (Cornel Wilde).
La decisione di Roy non è certo legata al fascino della donna, visto che ha già messo gli occhi sulla giovane Velma (Joan Leslie), afflitta da zoppia congenita, nipote di una coppia di agricoltori incontrata casualmente durante il viaggio da Chicago, cui intenderebbe offrire i soldi necessari ad un intervento chirurgico che potrebbe guarirla. Ma il mondo non è più come quello di otto anni orsono e ben presto l’illusorio sogno di un domani diverso svanirà alla prima luce del mattino …

Humphrey Bogart ed Ida Lupino

Scritto da John Huston e William Riley Burnett, autore dell’omonimo romanzo da cui il film è tratto, High Sierra viene tradizionalmente considerato quale passaggio di testimone dal gangster movie al noir, avvalendosi poi dell’incisiva regia di Raoul Walsh, cineasta forse non sempre ricordato come meriterebbe la sua abilità profusa nel riprendere i generi cinematografici e conferire loro inedita caratterizzazione, anche coniugandone i requisiti basilari in una suggestiva mescolanza, ponendoli quindi al servizio della narrazione. Da non dimenticare, inoltre, l’attenzione rivolta nel rimarcare le caratteristiche psicologiche dei personaggi, suffragando note fatalistiche e melodrammatiche.
Tutte qualità quelle descritte presenti anche nell’opera in esame, ispirata alle gesta criminali di John Dillinger  e che trovano ulteriore esplicazione nella resa recitativa di Bogart nei panni di Roy Earle, qui al suo primo ruolo da protagonista, dopo che la parte fu inizialmente offerta a George Raft, il quale pose il “gran rifiuto”, in compagnia, secondo alcune fonti, di Paul Muni, Edward G. Robinson e James Cagney. Bogie fa sua quell’aura disadatta, malinconica, disillusa, propria di un delinquente “d’altri tempi”, i cui comportamenti sono improntati al rispetto di un personale codice esistenziale. Un antieroe, un loser dal destino segnato, tormentato da turbolenti ricordi che ne agitano il sonno, sospeso in una dimensione “altra” ad uso e misura della ricerca di un ideale di libertà comportante una vera e propria evasione dal vissuto quotidiano, all’interno di una società ormai propensa ad un’inedita trasformazione (con la Grande Depressione alle spalle, il New Deal ancora in corso ed un conflitto mondiale di là da venire) e già tendenzialmente orfana di rapporti propriamente improntati ad un compiuto senso di umanità.

Corrispettivo femminile della figura di Roy è l’altrettanto tormentata Marie interpretata con vivida partecipazione da Ida Lupino, che permea di vibrante sensibilità il toccante personaggio di una donna delusa dalla vita, anch’essa oramai estranea ad un contesto sociale che non intende consentirle di trovare una personale dimensione, idonea quest’ultima a renderle la propria parte di felicità, speranza affidata all’amore quale congrua scialuppa di salvataggio per trarsi in salvo dai marosi, nella condivisione dell’incedere ineluttabile degli eventi. Suo contraltare l’ambigua Velma impersonata da Joan Leslie, che fra le pieghe di una garbata benevolenza cela le fattezze di un’abile profittatrice, certo lontana da quella sana ingenuità “campagnola” propria invece dei suoi parenti e che tanto ricorda a Roy le sue origini, nel prospetto di un avvenire che trovi fondamento in un passato forse idealizzato. Da non sottovalutare anche il ruolo del cagnolino Pard (nella realtà il suo nome era Zero, proprietario lo stesso Bogart), nel rivelare determinati lati sensibili, celati dall’esibita ruvidezza, del carattere proprio di Roy.
Walsh asseconda modalità registiche volte ad una pragmatica essenzialità, intese a conferire il giusto respiro, fra ritmo e tensione narrativa, ai vari accadimenti che si susseguiranno l’un l’altro, avallando introspezione dei caratteri insieme ad un insinuante senso di disattesa speranza. Non tralascia certo l’azione, con sequenze improntate ad una coinvolgente e concreta spettacolarità, che trovano la loro sublimazione nell’inseguimento in auto da Lone Pine fino alle pendici del monte Whitney, dove il fuorilegge troverà finalmente l’agognata libertà, nell’unico modo possibile per quanti hanno ingaggiato una personale lotta con un sistema la cui avulsione si è esternata in odor di reciprocità. Da ricordare in chiusura la fotografia in bianco e nero di Tony Gaudio, che trova esaltazione nel citato finale, e due remake, uno in chiave western ad opera sempre di Walsh, Colorado Territory (Gli amanti della città sepolta, 1949) e l’altro diretto da Stuart Heisler nel 1955 (I Died a Thousand Times, Tutto finì alle sei).

 Pubblicato su  Diari di Cineclub N. 84- Giugno 2020

 

 

 

 

 


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