Resistance – La voce del silenzio

(Cinematografo)

Nel dare una definizione di “memoria”, in particolare riferendomi a determinati eventi storici dalla tragica portata quale la Shoah, ho sempre evocato l’etimologia latina del verbo “ricordare”, che indica, come era appunto credenza antica, il cuore quale organo propenso a preservare le rimembranze. “Fare memoria”, “ricordare”, ogni giorno che ci troviamo a vivere, quello sterminio divenuto  tra i casi più estremi di genocidio fra i tanti perpetrati dalla mente umana, nell’idea di annientare un intero popolo, sino all’ultima persona,  senza eccezione alcuna (comprendendo nel novero anche altri “esseri inferiori”, quali Rom, omosessuali, disabili, Testimoni di Geova, dissidenti politici) non sarà allora un mero esercizio cerebrale, bensì una concreta ed umana condivisione rivolta alle vittime dei tanti, troppi, crimini perpetrati contro l’umanità, passati e, purtroppo, tuttora presenti ed incombenti verso un futuro dove l’uomo, l’essere umano, appare smarrito fra i meandri labirintici di un individualismo materiale ed ideologico.
Necessaria premessa per sottolineare lo spirito col quale mi sono sempre approcciato ai vari libri scritti e ai tanti film girati sulla descritta tematica, restando coinvolto al riguardo in particolare da quelle opere capaci di suscitare empatia e sincero trasporto emozionale, magari combinando le vicende private agli eventi storici, come è il caso del film  Resistance – La voce del silenzio, scritto e diretto da Jonathan Jakubowicz, incentrato sul rilevante ruolo avuto dal celebre mimo Marcel Marceau nell’ambito della Resistenza francese, contribuendo a salvare nel corso del II conflitto 123 bambini ebrei, i cui genitori furono tra le vittime del regime nazista, dalla cattura ad opera delle SS, riuscendo a condurli dalla Francia occupata in Svizzera.

Jesse Eisenberg

Jakubowicz evita fortunatamente di assecondare gli stilemi propri del film biografico in odor di santino nel narrare l’attività dell’artista, quando ancora era Marcel Mangel (Jesse Eisenberg), aspirante mimo che si esibiva nei locali di Strasburgo imitando il tramp di Charlie Chaplin, osteggiato dal padre macellaio kosher, il quale voleva che il figlio seguisse la sua attività, per poi entrare nelle file della Resistenza insieme, fra gli altri, al fratello Alain (Félix Moati), al cugino Georges (Geza Rohrig)  e alla donna segretamente amata, Emma (Clémence Poésy), prendendo a cuore la sorte dei piccoli ebrei, regalando loro quel sorriso spensierato proprio della loro età, insegnandogli come sopravvivere tramite la sua arte, rendendo però “il visibile invisibile”, contrariamente quindi a quanto avveniva sul palcoscenico. Non riesce però, almeno riporto la mia primaria sensazione, ad andare al di là di una regia essenzialmente descrittiva ed intesa a visualizzare senza la mediazione di alcuna elaborazione personale quanto già portato in scena da altri nell’assecondare affresco storico e ragionata tensione narrativa, oltre ad una spettacolarità comunque funzionale, con una sceneggiatura incline ad una caratterizzazione di maniera tanto delle situazioni quanto dei vari personaggi, vedi lo spietato ufficiale nazista Klaus Barbie (Matthias Schweighöfer) che si darà all’inseguimento del gruppo resistente, ma anche il Marceau (cognome scelto dallo stesso mimo, prodigandosi nel falsificare i passaporti quale inedita esternazione del suo estro artistico) reso con buona immedesimazione da Eisenberg, non riesce a rendere del tutto vivido e pregnante l’estremo grido di una libertà da difendere e preservare ad ogni costo, traendo forza vitale dal credo nella propria arte e nelle modalità elaborate per esternarla.

Nonostante i suoi limiti, Resistance – La voce del silenzio resta comunque un film complessivamente godibile, buon montaggio, discreto impiego del tema musicale, accurata ricostruzione di un periodo storico che va dal 1938 al 1945, valide interpretazioni attoriali, rimarcandone l’indubbio merito di portare alla luce un episodio storico non del tutto noto ai più ed offrendo comunque qualche sequenza indubbiamente emozionante, vedi l’incontro tra “Il boia di Lione” (così era tristemente noto il feroce Barbie) e Marceau sul treno che sta conducendo i bambini ebrei verso la salvezza, con il secondo intento a tessere una spessa tela  recitativa, rendendo qui tangibile la confluenza tra arte e vita, ostentando freddezza ed impassibilità, o la fuga lungo il confine tra le montagne francesi e quelle elvetiche, anche se la migliore resta quella finale, che va a concludere il discorso introduttivo del generale George S, Patton (Ed Harris) alle truppe  riguardo il  ruolo avuto da Marceau nel corso della guerra, cui seguirà la sua prima esibizione: attraverso l’arte mimica illustra silenziosamente quanto finora abbiamo visto attraverso la ricostruzione filmica, la barbarie dell’uomo che si accanisce contro se stesso; qui finalmente si ha un flusso, suggestivo e concreto, colmo di afflato poetico, proprio dell’intervento salvifico dell’arte nella triste ordinarietà esistenziale conseguente agli orrori di un conflitto senza un perché, a meno di non voler considerare una valida ragione quel vacuo assolutismo ideologico che ritiene la diversità non un valore da condividere, bensì una scriminante. Un’opera quindi che merita comunque una visione, consigliabile in particolare nelle strutture scolastiche, sempre coltivando la speranza che quanto la Storia insegna, citando Gramsci, trovi i suoi scolari.


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