Caro diario (1993)

Da lunedì 12 ottobre, nelle sale aderenti all’iniziativa Il cinema ritrovato al cinema, curata dalla Cineteca di Bologna e volta a riportare in sala classici restaurati, farà ritorno il film Caro diario, 1993, scritto e diretto da Nanni Moretti, vincitore del Prix de la mise en scène al 47mo Festival di Cannes; un punto di svolta nella carriera dell’autore, non solo, o non tanto, per i toni autobiografici, d’altronde sempre presenti nelle sue realizzazioni, ma per il volersi presentare  al pubblico in prima persona, senza celarsi dietro l’alter ego Michele Apicella, al quale aveva finora affidato le invettive rabbiose rivolte alle inconcludenze della generazione d’appartenenza, nascondendo dietro il paravento di vezzi ed idiosincrasie il proprio scollamento da una realtà che non gli andava a genio. Caro diario si suddivide in tre distinti episodi, idealmente collegati nel rendersi congrua metafora di determinati mutamenti in ogni settore sociale, con una presa di posizione al riguardo che da particolare tende a farsi universale: In Vespa. Viene affidata alle pagine del diario la confidenza di una cosa che al nostro “piace fare più di tutte”, girare per le strade di Roma a bordo del suo scooter, in particolare ad agosto, traffico al minimo e la  possibilità di soffermarsi sui particolari dei vari quartieri, dalla Garbatella a Spinaceto passando per Casal Palocco, così da notare come sia mutata, non sempre in meglio, l’edilizia con il passare degli anni, sfiorando spesso e volentieri lo squallore.

Nanni Moretti (Zero.eu)

Eccolo esternare la propria curiosità, immaginare chi vi abita, cercando di condividere i pensieri che gli balenano in mente con le poche persone che vi sono in giro, riflessioni sull’andare d’accordo con i propri simili, ma non considerati nella loro totalità, preferendo sempre e comunque trovarsi in linea con una minoranza, fino all’invettiva verso chi, negli anni ’60, quando la Capitale era ancora vivibile, ha organizzato un “buon ritiro” in un tranquillo quartiere residenziale, fra “film in videocassetta e pizze in scatole di cartone”. Ma vi è anche spazio per inaspettate manifestazioni pop, l’apprezzamento rivolto a Flashdance (Adrian Lyne, 1983) ed il sogno di “saper ballare bene”, anziché limitarsi a “veder ballare”, incontrando poi la protagonista del citato film, Jennifer Beals, in compagnia del marito Alexandre Rockwell. Spazio anche al cinema, almeno a quelle poche sale aperte che non proiettino titoli come Sesso, amore e pastorizia, incappando in un film italiano “generazionale”, con i protagonisti, ex sessantottini, che si autocommiserano includendo tutto e tutti nei loro fallimenti esistenziali e dai quali Nanni intende invece smarcarsi (“Voi gridavate cose orrende e violentissime e voi siete imbruttiti, io gridavo cose giuste ed ora sono uno splendido quarantenne”) e poi in un horror-splatter americano (Henry: Portrait Of Serial Killer, 1986, John McNaughton) osannato da certa critica.

Renato Carpentieri e Moretti

L’episodio si conclude ad Ostia: un lungo e silente piano sequenza, con la sola musica di sottofondo (The Köln Concert di Keith Jarrett, Parte I), ci conduce al luogo dove fu ucciso Pasolini, un prato incolto e un brutto monumento a ricordare uno dei più lucidi, lungimiranti e liberi intellettuali italiani. Isole: la necessità di concentrarsi porta Nanni a Lipari, dove abita l’amico Gerardo (Renato Carpentieri), che da 11 anni non guarda la televisione e studia l’Ulisse di Joyce. Ma l’isola è rumorosa e i due vanno a Salina, dominata dai figli unici, i cui genitori sembrano coltivare i loro capricci a guisa di un mantra o quali succedanei di una perduta ideologia. La ricerca di tranquillità li porterà infine a Stromboli e poi, il tempo di una toccata e fuga nella mondana Panarea, ad Alicudi, ospiti di uno scrittore (Moni Ovadia) che dopo il successo del suo primo libro ha preferito ritirarsi in solitudine; Gerardo nel frattempo ha riscoperto la televisione, arrivando ad intellettualizzare a proprio uso e consumo determinati programmi, oltre ad appassionarsi alle soap opera, ma su quest’isola manca l’elettricità, per cui fugge via disperato, rinnegando a voce alta tutti quei “dogmi” di cui si era professato credente. Medici, il più diretto dei tre episodi,  inizia con il vero filmato di una seduta di chemioterapia cui Nanni si sottopone, per raccontarci, lucida anamnesi, il continuo peregrinare alla ricerca di una diagnosi relativa ad un costante prurito notturno agli arti, con conseguente insonnia ed altre problematiche quali sudorazione e dimagramento: dal sostituto  del “principe dei dermatologi” a quest’ultimo in persona, passando per allergologi e la riflessologia, è tutto un prescrivere farmaci su farmaci, senza arrivare mai ad una soluzione, se non quella di un medico che esterna problematiche psicologiche, “dipende da lei”, tanto da far pensare al paziente “E’ tutta colpa mia. Tutto dipende da me. E se dipende da me, sono sicuro che non ce la farò…”. Si passa poi alla medicina cinese, con l’agopuntura, finché il Dr. Yang, insospettito dalla sopraggiunta tosse, non consiglierà una radiografia al torace,  dalla quale risulterà una massa intorno al polmone, per cui si renderà necessaria una TAC.  

(La Repubblica)

Conclusa anche quest’ultima, il radiologo constaterà un sarcoma al polmone, a suo dire incurabile, ma sarà presto smentito: due giorni dopo Nanni sarà operato ed il chirurgo esclamerà: “Mi gioco una palla che questo è un linfoma di Hodgkin, due no, ma una sì…”. All’interno di un andamento narrativo che sembra seguire tanti gli stilemi del “pedinamento” neorealista, quanto quelli della Nouvelle Vague nell’assecondare la casualità, l’accadimento materializzatosi dinnanzi all’obiettivo ed offerto all’elaborazione degli spettatori, nel circoscrivere ogni elemento dell’ambiente circostante, le strade poco trafficate di Roma, i suoi quartieri, i paesaggi isolani, gli asettici studi medici, Moretti intende sottolineare la propria “diversità” all’interno di una società in continua trasformazione, ma incartata su se stessa nel non sapere fare i conti col proprio passato, nell’incapacità di porre in essere un concreto dialogo, che possa invitare all’ascolto e alla comprensione. In un mondo dominato dal caos dei valori, dove le armi dell’ideologia, pur elevate a livello fideistico, non bastano più per poter vivere decentemente, assume importanza essere se stessi, consci appunto della propria diversità e di dove questa ti può portare, alla solitudine o ad essere parte consapevole di una minoranza di persone, mantenendo un’integrità di pensiero ed una correttezza morale di fondo, pur con gli inevitabili adattamenti e compromessi che il vivere sociale spesso richiede e facendo i conti con la propria evoluzione nel corso degli anni.

(Corriere TV)

Per costruire qualcosa di valido nella vita, ad iniziare dai rapporti umani  sino a giungere ad  una inedita percezione del mondo e del ruolo che si è chiamati a svolgere su tale proscenio, occorre aprire le porte del castello dorato, immergersi nel reale e prendere le distanze da quel fondamentalismo ideologico che,  nel fuggire da tutto e da tutti, disperdendosi nei meandri di una presunta superiorità, non può portare ad altro che alla placida accettazione dell’integrazione uniformante senza colpo ferire. Moretti con fare sarcastico e distaccato, ma allo stesso tempo dolente, mette definitivamente in discussione se stesso attraverso una visualizzazione della propria persona in tre momenti distinti, riunendola in un’unica dimensione, artistica e privata: il mutamento avrà quindi luogo attraverso la cognizione, partecipe e partecipata, di una sofferenza, o di un disagio, dal sentore comune, in evoluzione verso un’altrettanta simbiotica fiducia nei confronti dell’avvenire, per quanto ammantata di una consapevole malinconia, nell’accettazione, mai passiva, del proprio modo d’essere. Non resta altro, all’essere umano alle prese con i costanti mutamenti, positivi e negativi, del mondo odierno, che affidarsi, laicamente, alla propria interiorità, nella consapevolezza che vi possano essere tante verità quanti siano i bisogni espressi nel cercare di conferire un pur minimo significato alle proprie ambasce, cui è inevitabile incorrere nell’altalenante procedere del cammino terreno.

Moretti continua a parlare di sé, certo, passando dallo straziante ricordo delle “merendine di quand’ero bambino che non torneranno più” (Palombella Rossa, 1989) alla consacrazione dello status di “splendido quarantenne”, ma è incline a mettersi in discussione mantenendo ferme le suddette caratteristiche di “diversità” ed “autarchia” nella personale visione del mondo, con uno sguardo sempre lucidamente critico ma anche sardonico, per quanto il furore iconoclasta qui sembri mitigato da una certa ironia di fondo, a volte rivolta anche verso se stesso, nell’accettare la vita in tutte le sue implicazioni, come evidenziato nel bellissimo finale, quando Nanni, sguardo rivolto alla macchina da presa, quindi a noi spettatori, manda  giù un bicchiere d’acqua:  “non si sa perché, ma al mattino, a digiuno, fa comunque bene”.

Noi, nella misura in cui possiamo dire “io”, siamo la nostra memoria. La memoria è l’anima. Se uno perde totalmente la memoria diventa un vegetale e non ha più l’anima. (Umberto Eco)


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