A Declaration of Love

Come una risalita precipitosa dalle acque profonde in cui ci si è trovati improvvisamente immersi, così nella mente di Curtis McCarty riaffiorano, in rapida successione emotiva, dolorose rimembranze della propria esistenza, da una giovinezza vissuta senza particolari privazioni all’interno della classica “buona famiglia media americana”, caratterizzata per lo più da numerosi spostamenti verso diverse basi militari, essendo il padre nell’esercito, fino alla scoperta di un’inclinazione nei riguardi della dipendenza da droga, scevra da moderazione, conoscendo, più di una volta, l’umiliazione dell’arresto “per aver commesso qualcosa di stupido”. E poi ecco arrivare quel brutto giorno del 1982, il fermo con l’accusa di aver stuprato e ucciso l’amica Pamela, fino al processo conclusosi con la dichiarazione di colpevolezza da parte della giuria e conseguente condanna alla pena capitale. Era il 1985 e sarebbero trascorsi 22 anni, 19 dei quali all’interno del braccio della morte, rinchiuso nel penitenziario statale di Oklahoma City, prima che Curtis venisse scagionato e rimesso in libertà, rivelandosi una delle tante vittime cadute sotto i colpi dello scandalo giudiziario legato alla figura della tecnica di laboratorio forense Joyce Gilchrist, solita manipolare sistematicamente le prove pur di ascrivere il reato ad un individuo da classificare quale necessariamente e funzionalmente colpevole, potendo poi fare affidamento sul sostegno del procuratore di stato dell’Oklahoma, Robert Macy, mosso da identico intento, tanto da coltivare un totale disinteresse riguardo la possibilità di porre rimedio alle lacune dell’impianto accusatorio.

Curtis McCarty

Il tempo trascorso all’interno delle mura carcerarie, coltivando l’assunto, veritiero, di servire da capro espiatorio nell’ambito di un sistema giudiziario incapace di autogiudicarsi nel poggiare le basi del proprio potere sull’immagine di una comunque opinabile ineffabilità, intento alla mera applicazione della legge ma non alla ricerca della giustizia, finì col comportare conseguenze devastanti nella psiche di Curtis, un violento disordine emozionale che non rinveniva tanto un compenso affettivo quanto un minimo di sostegno, anche nella forma di un congruo risarcimento, da parte dello stato, fino a farlo divenire presto un homeless, per poi ricadere preda della tossicodipendenza: arrestato e condannato, nel 2018, a 10 anni di reclusione per possesso di anfetamine, venne rilasciato dopo due anni e sottoposto regime di libertà vigilata, facendo però, a partire da questo momento, perdere ogni sua traccia. Scritto e diretto da Marco Speroni, A Declaration of Love si è sostanziato alla visione come un documentario piuttosto diretto ed anche crudo nella sua resa visiva e contenutistica, pur ricorrendo, già all’inizio della narrazione, a pregnanti simbolismi, quali il turbinoso rimescolio delle acque a rappresentare l’agitato venir su, dai meandri dell’inconscio più profondo, di quel turbine emozionalmente disordinato costituito dai convulsi ricordi manifestati in ordine sparso da Curtis, ripreso sempre in primo piano all’interno di una stanza vuota, al pari dello scorrere rapido delle inquadrature, precipuamente notturne, volte a riprendere Oklahoma City, i suoi sobborghi, gli interni di qualche sordido bar, offrendo pregnante visualizzazione all’omologazione rappresentata dalle linde villette tutte eguali, in fila quale inedito plotone d’esecuzione pronto a far fuoco su ogni anelito di espressione volta all’idea di un mondo diverso se non propriamente migliore.

Oklahoma City

Rimarcata dall’incedere quasi orrorifico e comunque straniante del motivo sonoro (Flaminio Cozzaglio), sinergico ad una fotografia (Riccardo Russo) che rimarca la cupezza “naturale” di certi ambienti, si staglia dinnanzi agli occhi di noi spettatori la visione della periferia più squallida e misera, abbandonata a se stessa e prigioniera di un destino che appare ormai segnato, fra rassegnazione e disinteresse, senso di disagio e palese impotenza a gestirlo, luoghi dove Curtis è cresciuto, lasciandosi permeare dall’idea di un’insana speranza assicurata da rimedi pronto uso quale illusione di una realtà alternativa. Alternando particolari maggiormente legati all’intimo vissuto di Curtis a quelli invece inerenti al marcio serpeggiante all’interno del sistema giudiziario americano e comunque sempre influenti nell’ambito esistenziale dei singoli individui come della collettività nel suo insieme, Speroni riesce efficacemente ad offrire il giusto risalto alle falle macroscopiche, dal retrogusto kafkiano, proprie di una democrazia che prevede certo eguali diritti e doveri per tutti ma solo ove si posseggano i requisiti atti a consentire l’integrazione nell’ormai standardizzata “american way of life”, ovvero il rispetto di determinati parametri atti all’inserimento sociale (il matrimonio, la famiglia, la casa, il benessere a portata di mano fra mutui, rate e tassi d’interesse), altrimenti si sarà sempre e comunque un loser, “un nessuno” che si è lasciato sopraffare dalla vita e passibile di essere soggetto a qualsivoglia stortura, discriminazione o abuso.

A Declaration of Love, andando a concludere, è un documentario coinvolgente ed intenso, soprattutto nel riuscire a riportare una determinata situazione nella sua concretezza realistica, tra le descritte storture del sistema e la conclamazione di una società ormai orfana di una compassione che non sia semplicemente di facciata, offrendola al nostro sguardo, senza lanciare proclami o condanne: la “dichiarazione d’amore” di cui al titolo, alla luce di quanto finora scritto e basandomi sulla mia primaria impressione, andrà dunque a palesarsi in un sofferto e tormentato abbraccio rivolto comunque da Curtis alla vita in sé, probabilmente per sempre e nonostante tutto, nella sua scomposta alternanza di gioie e dolori, recuperando il significato precipuo degli affetti e della loro rilevanza, un invito, mutuato da Speroni attraverso l’obiettivo della macchina da presa, a sforzarsi di riconoscere nel prossimo la propria immagine riflessa, perché “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai niente. Sii gentile. Sempre. (frase pronunciata dal regista Carlo Mazzacurati, attribuita da alcune fonti a Platone) .


Una risposta a "A Declaration of Love"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.