Amori a prima vista: Brotherhood/Californie

(Taxidrivers.it)

Fortunatamente non risulta del tutto impossibile, almeno sulla base della personale esperienza, imbattersi nel ricorrere di una felice circostanza, veri e propri amori a prima vista all’interno dell’attuale produzione cinematografica, nello specifico scaturiti dalla visione di due film, incentrati entrambi su tematiche a me piuttosto care, inerenti a giovani personalità in crescita, alle soglie del turbinio adolescenziale o poco più avanti, circoscritte inoltre nel loro percorso formativo all’interno di determinate situazioni idonee ad influenzarne lo sviluppo, sia in positivo che in negativo, comportando una difficoltosa e dolorosa autodeterminazione nell’acquisire una concreta consapevolezza di sé e delle proprie possibilità. Le pellicole che hanno comportato i descritti slanci emozionali sono Brotherhood, per la regia di Francesco Montagner, anche autore della sceneggiatura insieme ad Alessandro Padovani, presentato nella sezione Cineasti del Presente al 74mo Festival di Locarno, dove ha conseguito il Pardo d’Oro e poi Californie, che vede registi e sceneggiatori (in tal ultimo caso con Vanessa Picciarelli) Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, in concorso alla 18ma edizione delle Giornate degli Autori nell’ambito della 78ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ottenendo due premi, Europa Cinemas Label e BNL per la Sceneggiatura.

Uzeir e Ibrahim (Cineuropa)

Brotherhood delinea l’iter narrativo per il tramite di uno stile registico rigoroso ed essenziale, volto a ritrarre e a restituire agli spettatori attraverso la mediazione della macchina da presa la percezione diretta e realistica delle situazioni e degli accadimenti in cui si trovano coinvolti tre fratelli bosniaci di differente età, Jabir, maggiorenne, Usama, di poco più giovane ed infine Uzeir, studente di scuola media, che si trova in quell’età a cavallo fra la fanciullezza e l’adolescenza. I tre appaiono propensi a proseguire l’attività di famiglia, volta all’allevamento delle pecore, sotto la ferrea direzione impartita dal padre, Ibrahim, rigido predicatore islamista, severo nel pretendere dalla prole massima obbedienza, tanto nei riguardi della propria persona che dei precetti del Corano. L’uomo però, dopo essersi recato in Siria, viene arrestato con l’accusa di terrorismo e condannato a 23 anni di prigione, per cui i figli si ritroveranno improvvisamente gravati di una maggiore responsabilità nei confronti della gestione familiare e lavorativa, cui andrà ad affiancarsi un inedito senso di libertà, considerando il momentaneo allentamento del giogo paterno: Jabir dovrebbe cercare lavoro e badare alla casa, Usama pensare al gregge e Uzeir completare gli studi, ma le possibilità di sviamento saranno presto assecondate, senza peraltro mai riuscire, soprattutto, ad aiutarsi vicendevolmente, così da fare fronte comune nel percorrere quel tortuoso sentiero che potrebbe condurli ad un’inedita consapevolezza di sé, delle proprie capacità e reali aspirazioni…

(Cineuropa)

Girato assecondando l’incedere temporale di quattro anni, Brotherhood riesce nell’intento di porre in scena una narrazione che, nel visualizzare con realismo e sensibilità l’itinerario formativo dei tre fratelli, dal particolare si muove efficacemente verso l’universale, permeando l’ambiente circostante di un senso di minaccia incombente ed opprimente, tale da ostacolare un qualsivoglia anelito di libertà: l’ombra paterna è infatti incline a palesarsi nel suggerire, anche in sua assenza, i rituali comportamenti quotidiani, schierandosi contro il naturale desiderio di un essere in crescita nel volere circoscrivere attraverso la libertà, fisica e psichica, ogni angolo di mondo che andrà a conoscere, magari anche ponendo in atto degli sbagli, ma per proprio conto, necessario bagaglio esistenziale per dare vita ad un inedito futuro, assecondando la personale indole comportamentale. Assistiamo quindi alla partenza di Jabir, che andrà a lavorare fuori dal villaggio natale, ospitato dalla sua ragazza, mentre Usama ci appare teso ad assecondare, anche quale indissolubile legame al luogo d’appartenenza, il destino di essere pastore e Uzeir invece incorrerà in più di uno sbandamento, svogliato negli studi, che non intenderebbe proseguire, al pari dell’imparare a memoria le preghiere rituali e i versetti del Corano; evidente, in particolare, l’incapacità di condividere fra di loro le descritte fasi di assestamento, sforzandosi di porre in essere quanto necessario per contrapporre una comune volontà all’egemonia paterna, una volta che il genitore farà ritorno.

Uzeir, Jabir, Usama. Ibrahim (Cineuropa)

Nella totale assenza di una vera e propria colonna sonora, costituita essenzialmente dai rumori della natura o comunque da quelli propri della realtà circostante, coadiuvato da una fotografia (Prokop Souček) piuttosto nitida nell’esprimere una certa naturalità ed un montaggio (Valentina Cicogna) idoneo a ricondurre nella cadenza realistica quanto riportato nella sceneggiatura, Montagner fa sì che la macchina da presa sia sempre “a filo” dei tre protagonisti, così da offrire una concreta immedesimazione riguardo la loro descritta ricerca d’identità, cogliendone il senso di smarrimento provato nel muoversi fra il simbolico microcosmo agreste, quasi arcaico, in cui vivono e i tentativi di cogliere l’illusorietà di un divertimento nella discoteca di una vicina città, avvertito subitamente come loro estraneo, per poi ritrovarsi a “giocare alla guerra”, nel vivido ricordo di un conflitto che si sovrappone allo strascico di una fanciullezza negata, quest’ultima pronta a riproporsi quale impeto primario. Il tutto ponendo sì un accento di ricerca antropologica ma senza però esprimere un qualsivoglia giudizio morale, preferendo piuttosto palesare la realistica crudezza di una realtà che verrà rimarcata nel finale dal ritorno a casa di Ibrahim, il quale non rinverrà alcun ostacolo nel riportare in vita il personale ordine, costituito dal rispetto dei compiti assegnati e delle regole da seguire: Jabir, Usama e Uzeir probabilmente, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo, non andranno mai a conoscere il senso proprio della parola “fratellanza”, sia nell’ambito dei reciproci rapporti, sia in quello sociale, restando del tutto delimitati da un contesto prettamente individualistico, nella mancanza di un opportuno confronto con i propri simili, perpetrando una unilaterale verità.

(MyMovies)

Andando ora a scrivere di Californie, il soggetto prende vita da una costola del precedente lavoro di Cassigoli e Kauffman, il documentario Butterfly, incentrato sulla storia di Irma Testa, prima pugile italiana a qualificarsi per le Olimpiadi di Rio, conseguendo nel 2019 il titolo di campionessa europea dei pesi piuma: all’inizio del film vediamo infatti, all’interno della palestra Boxe Vesuviana, una bambina, circa 9 anni d’età, incrociare lo sguardo della boxeur, mentre l’allenatore spiega come la ragazzina intenderebbe seguirne le orme. Jamila (Khadija Jaafari), questo il nome della piccirilla, originaria del Marocco, vive con la famiglia, padre, madre, fratello e sorella, più grandi di lei, a Torre Annunziata e l’iter narrativo ne accompagna il percorso formativo fino ai 14 anni, visualizzando con piglio documentaristico il soprassalto emozionale proprio di una personalità in crescita, lambendo i confini di quel “mondo a parte” che è la preadolescenza, quando tutto ciò che ti circonda sembra contrastare col tuo modo d’essere e con la volontà, inconscia o meno, di conferire all’esistenza un significato del tutto permeato dalle tue necessità e dai tuoi desideri. Il lavoro di regia, che tramite l’impiego del formato 4:3 restringe il campo visuale intorno la figura di Jamila, interpretata con vivida naturalezza da Khadija Jaafari, permea la realtà periferica e disagiata di Torre Annunziata di un simbolismo universale, rimarcando quanto verrà messo in atto dalla ragazzina, fra contrastati adattamenti in corso d’opera e sofferti tentativi di smarcarsi da un ambiente sociale a lei non confacente.

Khadija Jaafari (Spettacolo.eu)

La vediamo infatti dapprima intenta a perseguire l’idea di tornare in Marocco, raggranellando la somma necessaria per il biglietto coltivando l’arte d’arrangiarsi, fra lavoretti ed imbrogli vari (uno dei quali comprometterà l’impiego della madre) e poi, venuta a sapere di come sia indispensabile il consenso genitoriale per mettersi in viaggio, manifestare tutta la sua insofferenza nei confronti della scuola, refrattaria allo studio e riottosa nei confronti dei professori, ma anche riguardo i rapporti con le coetanee, improntati al reciproco conflitto. La forte determinazione e il desiderio di sentirsi responsabile nel padroneggiare l’andamento della propria esistenza la porteranno presto ad abbandonare gli studi, trovando soddisfazione nel lavorare come parrucchiera all’interno del salone di Jasmine (Marilena Amato), Californie (involontario “tocco esotico”, dovuto ad un errore di chi ha realizzato l’insegna), potendo acquistare coi guadagni dei beni da possedere in esclusiva, dallo smartphone al motorino, anche se non tarderà a rendersi conto di come in fondo venga sfruttata la sua abilità lavorativa e relazionale, in particolare quando interverranno i servizi sociali, che intenderebbero ricondurla al naturale percorso scolastico. Ma Jamila, ora 14enne, ha ormai preso la strada di una sofferta individualità, coltivata negli anni trascorsi fra l’ indifferenza familiare e sociale, ed è in procinto di partire verso Cosenza, dove lavorerà come badante…

Suddiviso in quattro capitoli, corrispondenti al susseguirsi degli anni inerenti la vita della protagonista, Californie nel suo iter narrativo accompagna Jamila sui vari campi di battaglia in cui si troverà a lottare per la propria affermazione esistenziale, con la macchina da presa ad assecondare nei suoi movimenti una messa in scena, riprendendo quanto già scritto, pregna di un vivido realismo, dalla consistenza documentaristica. Si offre dunque congruo e sensibile risalto alle vicissitudini nei riguardi dell’ambiente, delle situazioni e delle persone con cui Jamila andrà a relazionarsi, catturandone ogni emozionalità in virtù di incisivi primi piani, riuscendo ad evidenziarne con lucidità il passaggio verso le varie età, andando a toccare comunque le consuete tappe proprie di ogni coetaneo (la scoperta dei sentimenti, la fragilità caratteriale), anche se queste perderanno gradualmente la loro potenziale purezza espressiva, quello slancio spensierato e gioioso proprio dell’età (il possibile sentimento fra Jamila ed Emanuele, ad esempio), soffocati dai miasmi del contatto quotidiano con la precarietà vitale. Evitando le trappole della facile sociologia, il lavoro congiunto di sceneggiatura e regia fa sì che Californie, andando a concludere, riesca a visualizzare la tematica certo universale di un’adolescenza impossibilitata a manifestarsi in quanto tale, ove risulti mortificata da una condizione sociale dominata dalla disgregazione silente  di qualsiasi valore umano cui fare riferimento, un indefinito limbo al cui interno non si sarà mai propriamente adulti così come non si è mai stati propriamente fanciulli, incatenati ad un eterno presente che smorza qualsiasi prospettiva verso il futuro.


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