La sposa nel vento

(Sardegna Film Commission)

La sposa nel vento, film scritto e diretto da Giovanni Coda, presentato nei giorni scorsi al Notorius Cinema di Cagliari in anteprima nazionale, rappresenta la conclusione di una trilogia incentrata sulla tematica della violenza di genere, iniziata nel 2013 con Il rosa nudo, ispirato alla vita di Pierre Seel, diciassettenne deportato, marchiato col triangolo rosa in quanto omosessuale, in un campo di concentramento dove assistette alla morte del compagno (nel 1982 denunciò le persecuzioni scrivendo la sua autobiografia con l’attivista e giornalista francese Jean Le Bitoux), proseguita due anni dopo con Bullied To Death, basato sulla storia del quattordicenne Jamey, suicidatosi nel settembre del 2011, martoriato, dopo aver manifestato il proprio orientamento sessuale, dai ripetuti atti di bullismo subiti a scuola e via internet. La visione di quest’ultima realizzazione del regista cagliaritano mi ha sinceramente emozionato, nonché scosso profondamente: Coda, sempre avallando uno sguardo autoriale del tutto personale, tra il documentario e lo sperimentale, nel rendere visivamente, alternando l’interno dei teatri con l’esterno del territorio sardo, un suggestivo ed elegiaco intarsio di immagini, musica, danza, riesce infatti a sostanziare una concreta denuncia sociale, squarciando il fitto velo dell’ipocrisia e dell’indifferenza nell’evidenziare come, in un ambito storiografico e cronachistico, buona parte delle sopraffazioni, materiali o psicologiche, messe in atto dagli uomini nei riguardi delle donne, o di chiunque venga considerato come “diverso”, avvenga spesso tra le quattro mura del “focolare domestico”, nelle forme, manifeste o subdole e striscianti, di una coercizione impositiva nei confronti della volontà altrui, nell’intento di annientare quest’ultima in nome di un’arbitraria egemonia dominatrice dai retaggi atavici.

(Sardegna Reporter, foto di Giorgio Russo)

Le artiste (Serra Yilmaz, Giulia Vacca, Renata Manca, Rachele Montis, Sara Scioni) che si alternano di fronte all’obiettivo, esternano performance di danza (visivamente suadenti le coreografie allestite da Paolo Mohovich), interpretative o volte alla declamazione di toccanti poesie (come la splendida Non ti chiederò di Frida Kahlo*), inframezzate dalla voce over di Lorenzo Balducci nel leggere il racconto di un adulto che rimembra quando bambino assisteva alle violenze alle quali il padre sottoponeva la madre (ricordi traumatici che andranno ad influenzare la sua vita sentimentale), sostenute poi da intriganti sonorità e toccanti esecuzioni canore, cui si congiunge un fluido montaggio (Coda ed Emanuele Malloci). Le loro rappresentazioni vengono declinate da schemi narrativi atipici, utilizzando generi e linguaggi diversi: gli spettatori risultano così permeati da una attiva sensorialità nei confronti di determinati accadimenti, apparentemente distanti nel tempo ma sempre drammaticamente attuali nel ricongiungersi alle toccanti testimonianze di donne a tutt’oggi umiliate ed atterrite dalla brutalità dei mariti o compagni, intente a lottare strenuamente per l’affermazione della propria autonomia, individuale, sociale e lavorativa. Ecco allora il ricordo dell’assassinio della sedicenne orgolese Antonia Mesina, nel 1935, dopo essersi opposta a un tentativo di violenza sessuale, o quello relativo al Massacro del Circeo del 29 settembre 1975, o, ancora e fra l’altro, la storia dell’artista performativa Pippa Bacca, violentata e uccisa il 31 marzo del 2008, nel corso della sua performance itinerante Spose in viaggio, che si proponeva di attraversare in autostop, vestita di un abito nuziale, undici paesi in guerra, a testimoniare la possibilità di abbattere per via dell’amore i tanti muri vacuamente divisivi.

Gli attentati perpetrati contro la vita sociale, il lavoro, lo stesso nucleo familiare, quest’ultimo minato nella possibilità della sua naturale conduzione reciproca, vengono quindi visualizzati attraverso il vissuto di donne appartenenti a diverse generazioni, così da rendere evidente quanto poco o nulla sia mutato nello scorrere del tempo, coltivando quotidianamente l’auspicabile speranza che divenga definitivo l’abbattimento di qualsivoglia negatività volta ad impedire quell’effettiva emancipazione ed autodeterminazione, individuale e collettiva, consona al poter scegliere, con forza e convinzione, la propria essenza vitale, sociale e lavorativa, ergendosi contro subdole sudditanze psicologiche e torture manipolatorie inclini ad annientare autonomia valutativa e capacità di giudizio, che, congiunte alla aberrante violenza fisica, rendono offuscata ogni reale percezione mentale, quando meschinità e doppiezza assumono le sembianze di un tangibile orrore da affrontare. Come sostiene una donna nel corso della narrazione, se è nella famiglia che si formano gli esseri umani del futuro, allora nel suo ambito devono essere coltivati valori e principi che parlino di eticità e moralità, affidando poi alla scuola il compito di rafforzarli e alla società, infine, di concretizzarli all’interno della rituale quotidianità, pur andando incontro ad inevitabili amarezze e a tanti impedimenti, resi possibili quest’ultimi dal non voler assolutamente considerare l’eguaglianza, a parità di diritti e doveri, fondata sulla base di una conclamata diversità, valore condivisibile quindi e non certo discriminante, fino ad esteriorizzare liberamente quell’intimità soffocata da una tetra coercizione impositiva, per poter definitivamente vivere in pieno quel mistero incerto che accomuna ogni essere umano, ovvero conferire un significato alla propria esistenza offrendo e ricevendo amore, senza riserve e senza confini.

Frida Kahlo (Rivista Studio)

*Non ti chiedo di darmi un bacio. Non chiedermi scusa quando penso che tu abbia sbagliato. Non ti chiederò nemmeno di abbracciarmi quando ne ho più bisogno, non ti chiedo di dirmi quanto sono bella, anche se è una bugia, né di scrivermi niente di bello. Non ti chiederò nemmeno di chiamarmi per dirmi com’è andata la giornata, né di dirmi che ti manco. Non ti chiederò di ringraziarmi per tutto quello che faccio per te, né che ti preoccupi per me quando i miei animi sono a terra, e ovviamente, non ti chiederò di appoggiarmi nelle mie decisioni. Non ti chiederò nemmeno di ascoltarmi quando ho mille storie da raccontarti. Non ti chiederò di fare niente, nemmeno di stare al mio fianco per sempre. Perché se devo chiedertelo, non lo voglio più.(Frida Kahlo)


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