Le visioni di Youngabout:Comedy Queen/La traversée

Prosegue la pubblicazione delle recensioni relative ai film visionati all’interno della 16ma edizione di Youngabout International Film Festival (Bologna, 30 novembre-17 dicembre), tra quelli proposti nel corso delle mattinate al Cinema Odeon, destinate ad accogliere gli studenti delle scuole medie inferiori e superiori. Comedy Queen, scritto, adattando l’omonimo romanzo di Jenny Jagerfeld, e diretto da Sanna Lenken, è un film che mi ha sinceramente emozionato e divertito al contempo, in virtù di un concreto amalgama fra ironia e dramma nel mettere in scena un racconto di formazione dal piglio piacevolmente diretto e realistico, senza fronzoli didascalici o compiacimenti ricattatori da un punto di vista propriamente emotivo, anche se a volte mi è sembrato di avvertire una certa lentezza. Ne è protagonista l’adolescente Sasha, ottimamente resa da Sigrid Johnson nel rendere una impostata durezza caratteriale che ne cela la sottesa fragilità emotiva, prossima ai tredici anni, intenta a predisporre, sostenuta dall’amica del cuore Marta (Ellen Taure), una lista di cose da fare quale reazione all’improvvisa morte della madre, tutte volte a differenziarsi dalla sua figura,  così da non incorrere, a suo dire, in quella tragica depressione che l’ha indotta a togliersi la vita. Tagliarsi i capelli a zero in primo luogo, poi non leggere libri e rifiutarsi di prendere in cura un essere vivente, ma soprattutto divenire “la regina della commedia”, prendendo come punto di riferimento gli stand up comedian in stile americano, in modo da far tornare il sorriso al suo papà…

Ellen Taure e Sigrid Johnson (Cineuropa)

Sanna Lenken con sensibilità ed una certa empatia riesce a permeare la narrazione sostenendo il punto di vista di Sasha, focalizzando l’attenzione sulle sue modalità di reazione nei riguardi del doloroso accadimento, del quale veniamo gradualmente a conoscere tutte le circostanze che lo hanno indotto nel tempo, quel protratto, apparentemente inspiegabile, in particolare per quanti non lo vivono sulla propria pelle, “mal di vivere” comportante, ad esempio, lo sgorgare improvviso delle lacrime nel corso del rituale incedere quotidiano o il tendere ad estraniarsi dal contesto familiare, pur nell’amore infinito provato verso il coniuge e la figlia.  Quest’ultima è ora propensa a visualizzare la figura materna in guisa di angelo custode ad indicarle la via, ispirandole, come scritto nel corso dell’articolo,  tutta una serie di comportamenti che le creeranno non pochi problemi relazionali sia nei riguardi dei coetanei, come Marta o John (Adam Daho), primo anelito potenzialmente amoroso, che degli adulti, padre, parenti ed insegnanti, verso i quali il suo agire funge un po’ da cartina di tornasole nell’evidenziarne pregi e difetti comportamentali. Maturazione caratteriale, da intendersi non come qualcosa di definitivo, ovvio, ma quale propensione ad accogliere la vita nella sua inevitabile e turbinosa alternanza di gioie e dolori, ed elaborazione del lutto troveranno sinergico compimento subito dopo l’esibizione di Sasha, con la sua consacrazione a “comedy queen”, sequenza a mio avviso esemplare per il suo impatto concreto e metaforico al contempo: suscitare l’emozionalità del riso e subito dopo, constatando il buonumore elargito ai presenti, familiari compresi, lasciarsi andare alla bellezza del pianto, lacrime equivalenti al vagito del neonato nell’affacciarsi ad una inedita esistenza,  poco prima di volgere il primigenio sguardo al mondo  che gli sta intorno.

Piuttosto emozionante e coinvolgente, tanto per l’impatto visivo, quanto per l’afflato complessivo proprio di un concreto ed accorato apologo, La traversée, film d’animazione diretto da Florence Miailhe, autrice  anche della sceneggiatura insieme a Marie Desplechin, è dedicato, come da didascalia sui titoli di coda, alla memoria della nonna, che un giorno del 1905, per scampare ai pogrom, dovette fuggire da Odessa con i suoi dieci figli, e a quanti “un giorno o l’altro lasciano il proprio paese, nella speranza di trovare un futuro migliore altrove“. Tramite la suggestiva tecnica della pittura ad olio su lastre di vetro, ispirandosi visivamente alle opere pittoriche di artisti quali Gauguin e Chagall, Miailhe mette in scena la storia di due fratelli, Kyona, 13 anni, ed Adriel,12, costretti a lasciare il villaggio natio insieme ai propri familiari, dopo il violento assalto alla comunità perpetrato da parte di uomini armati, “bisognosi di avere un nemico“, per poi, una volta giunti ad un posto di controllo, doversi separare dai genitori e i tre fratelli più piccoli,  vivendo così tutta una serie di esperienze, dalla vita in una comunità che vive di espedienti ai margini della società, alla vendita come ” figli” ad una facoltosa famiglia, fino a conoscere la tragicità dei campi di concentramento ed infine riuscire a fuggire oltre confine, andando incontro ad un domani forse migliore, dove ci si augura che la belva umana, citando Guccini, possa essere sazia del sangue versato pugnando contro se stesso.

Kyona ed Adriel

Appare certo mirabile nel corso della narrazione come i mutamenti di colore, in guisa di rapidi schizzi, riescano ad evidenziare l’evolversi del dramma nell’ambito delle varie situazioni ed accadimenti, egualmente al delinearsi delle caratterizzazioni caratteriali dei personaggi, in particolare dei due fratelli protagonisti, rimarcandone la mutevole emozionalità, propria di due personalità in crescita, quest’ultima imposta, resa necessaria, dall’incalzare degli eventi, fino a divenire gradualmente consapevoli di doversi lasciare alle spalle la relativa spensieratezza propria dell’infanzia e farsi forza vicendevolmente per guardare avanti con un senso di inedita speranza, rafforzando la propria individualità,  nella possibilità di una auspicabile condivisione di quanto passa l’ordinarietà giornaliera. Del tutto apprezzabile, poi, la scelta d’inquadrare la vicenda all’interno di una metaforica atemporalità (volutamente ben visibili, ad esempio, telefonini e computer), perché se é vero, come scriveva Umberto Eco nella ormai famosa lettera al nipote, che quanto successo ieri aiuta a comprendere molte cose riscontrabili oggi, lo è altrettanto che “chi dimentica il proprio passato é costretto a riviverlo” (Primo Levi). 

Ieri come oggi, infatti, serpeggia subdola l’idea che ogni malessere sociale, sovente reso tale dall’impotenza gestionale di quanti avrebbero possibilità di porvi rimedio, richieda un capro espiatorio al quale addossare le proprie colpe, la mancata assunzione delle debite responsabilità, andando così a minare le fondamenta proprie di un’ ancora resistente solidarietà,  volta ad abbattere le sempre più spesse barriere dei calcolati oblii, costruite mattone su mattone da pressanti  negazionismi e revisionismi, cementando il tutto con la sempre viva tentazione di sentirsi più uguali degli altri, non potendo colmare in altro modo la propria mediocrità nel non riuscire a percepire nell’altro, nel “diverso”, una proiezione di sé. Ecco allora che un’opera come La traversée, ammaliante nella sua resa visiva e pregnante nella portata contenutistica volta dal particolare all’universale, con lo scorrere quasi fiabesco dei ricordi (la circolarità narrativa raffigurata dall’apertura di un albo da disegno, le cui pagine scorrono dall’inizio alla fine, dando vita alle vicende che si materializzano sullo schermo), assume la concretezza, anche, ma non solo, pedagogica, di un’ umana compartecipazione rivolta alle vittime dei tanti, troppi, crimini perpetrati contro l’umanità, passati e, purtroppo, tuttora presenti ed incombenti verso un futuro dove l’umanità tutta appare smarrita fra i meandri di un individualismo materiale ed ideologico.


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