
Roma, giorni nostri. Federico Landi Porrini (Sergio Castellitto), regista teatrale che ha visto l’apice della sua carriera negli anni ’80, non conosce ormai da tempo l’apprezzamento del pubblico e della critica. Attraversa una fase di stasi creativa, comunque ravvivata dal florido egocentrismo ad assecondare vanità ed eccentricità, sopportato a fatica, in nome dell’amore incondizionato, dal compagno Lori (Maurizio Lombardi).
L’idea che gli sovviene per risollevare la propria sorte è quella di mettere su un inedito allestimento della nota tragedia di William Shakespeare Giulietta e Romeo, da presentare al Festival di Spoleto, quale degna conclusione di carriera.
Prendono il via i provini, con Federico a dare sfoggia del suo carattere cinico ed arrogante, umiliando a piè sospinto soprattutto coloro che si presentano per i ruoli principali. E’ il caso della trentenne Vittoria (Pilar Fogliati), che coltiva il sogno di divenire un’ affermata attrice, seguendo le orme della nonna, Clara (Margherita Buy), anche se è inseguita dai fantasmi di un passato non propriamente limpido, essendosi appropriata di un testo altrui per dare vita ad uno spettacolo teatrale.
Dietro suggerimento del produttore Giovanni Festa (Alessandro Haber), verrà dunque scartata proprio per la “brutta fama” e identica sorte toccherà al suo compagno, Rocco (Domenico Diele), presentatosi per impersonare Romeo. Il ruolo di Giulietta verrà assegnato, in considerazione della trainante popolarità che andrà ad assicurare, alla regina dei social Gemma (Serena De Ferrari), mentre le sembianze del giovane Montecchi saranno infine assunte proprio da Vittoria, che nei panni del tenebroso Otto Novembre, grazie all’aiuto dell’amica truccatrice Gloria (Geppi Cucciari), ha conquistato Federico…
Diretto da Giovanni Veronesi, autore della sceneggiatura insieme a Pilar Fogliati e Nicola Baldoni, il film Romeo è Giulietta si è rivelato nel corso della visione una piacevole sorpresa, anche perché ero entrato in sala piuttosto prevenuto, temendo di assistere alla consueta “confezione ridanciana” propria di certe commedie italiche, tra gag e doppi sensi in “composito miscuglio”. Fortunatamente, invece, mi sono dovuto ricredere, andando ad apprezzare in primo luogo l’attento lavoro di scrittura, a parer mio piuttosto ricercato relativamente alla cura dei dialoghi e alla caratterizzazione dei personaggi, anche secondari, fino ad offrire alla narrazione complessiva il senso proprio di una compiuta coralità.
Mi hanno poi convinto le modalità registiche nel porre in essere una evidente suddivisione tra arte e vita, rendendo più dinamiche le sequenze che si svolgono all’interno del teatro, mentre quelle in esterni appaiono permeate da una certa staticità, andando così a rimarcare la necessarietà di imbastire differenti recite, quella profusa nel quotidiano (“Tutto il mondo è un palcoscenico e gli uomini e le donne sono soltanto attori”*) e l’altra tra le luci della ribalta, obbedendo sempre e comunque alla lettera del testo, che ci obbliga a rispettare il ruolo assegnatoci, anche nella considerazione di come non sempre l’improvvisazione paghi.
Ma se, ricordando ciò che sosteneva Oscar Wilde, “La vita imita l’arte molto più di quanto l’arte imiti la vita”, ecco che le maschere solitamente indossate possono essere messe via in nome del recupero precipuo della propria identità, della propria essenza vitale, nell’assecondare finalmente quell’intima ispirazione che rappresenta l’anima inerente ad ogni atto creativo.
E’ quanto sublimato, riporto la mia primaria sensazione, nell’intenso finale, che ribalta infatti il tragico assunto proprio dell’opera del Bardo (“E così con un bacio io vivo!”).
Romeo è Giulietta, andando a riprendere quanto scritto nel corso dell’articolo, è adeguatamente sostenuto anche, se non soprattutto, dalle ottime interpretazioni dell’intero cast: se Castellitto è certo in gran spolvero nel raffigurare un regista dispotico e lunare, compendio satirico delle gesta di vari cineasti (“con sciarpa o senza”, come ha dichiarato l’attore in molte interviste), non gli è certo da meno una smagliante Pilar Fogliati nel conferire al personaggio di Vittoria un piglio trainante, vivido di ironia e soffusa malinconia, assecondando un pregnante fregolismo ed una emozionante naturalità espressiva (splendida al riguardo la sequenza in cui il primo piano evidenzia il passaggio dall’ombrosità di Otto Novembre al sorriso di Vittoria, una volta messa alle strette da Rocco).
Da evidenziare poi l’intensità di Mauro Lombardi nel conferire una sentita emozionalità alla figura del compagno di Federico, sorta di cartina di tornasole nel rimarcarne i limiti caratteriali ed artistici, ponendolo di fronte a determinate responsabilità su entrambi i fronti, così come le battute, ora ciniche ora attraversate da un certo disincanto, esternate da Geppi Cucciari nei panni di Gloria e la toccante Margherita Buy nelle vesti di un’attrice “che tiene più al ruolo che all’orgoglio” nel dare comunque proseguo alla propria attività, cui si deve una fulminante descrizione, in forma di efficace sintesi, del personaggio di Giulietta (“Non ha mai visto il ca**o e teme la morte…”).
Volendo fare i sofistici e rinvenire dei difetti, al di là degli ovvi rimandi a titoli come, tra gli altri, Tootsie (Sydney Pollack, 1982) o Victor Victoria (Blake Edwards, 1982), ho trovato le musiche a volte invadenti e avvertito un minimo di cedimento narrativo poco prima del finale, ma nulla che infici più di tanto la validità di una pellicola che, invitando noi spettatori a stare al gioco nel sorvolare su qualche implausibilità, ponendo in scena la percorrenza del doppio binario identità di genere/identità artistica, rivela una “delicatezza del tocco” per certi versi insolita nell’ambito della nostra commedia, sviluppata per il tramite dell’apporto sinergico di sceneggiatura, recitazione e regia, che a tratti mi ha fatto sovvenire in mente la profondità lieve, mi si perdoni l’ossimoro, delle migliori realizzazioni di Francesco Nuti, alla cui memoria il film è dedicato.
*William Shakespeare, As You Like It, 1623






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