
Anche se il caldo opprimente di questi ultimi giorni ha leggermente compromesso la funzionalità delle mie sinapsi, eccomi pronto a postare un nuovo articolo avente come oggetto le considerazioni in breve sulle proiezioni cui ho assistito martedì 24 giugno all’interno del festival Il Cinema Ritrovato (XXXIX Edizione, Bologna, 21-29 giugno). In mattinata, al Cinema Arlecchino, Francesca Comencini ha presentato insieme ad Emiliano Morreale il restauro del film La ragazza di Bube, girato dal padre Luigi nel 1963, adattando piuttosto fedelmente(età dei protagonisti a parte), insieme a Marcello Fondato, l’omonimo romanzo di Carlo Cassola, ambientato nella campagna toscana subito dopo la II Guerra Mondiale.
Qui nasce l’amore tra la contadina Mara (Claudia Cardinale) e il partigiano Bube (George Chakiris), che sarà però ostacolato dal coinvolgimento di quest’ultimo in un duplice omicidio e dal conseguente verificarsi di tutta una serie di alterne vicende. Costruito narrativamente attraverso l’espediente della voce narrante, quella di Mara, a dare vita ad una serie di flashback, La ragazza di Bube può vantare una felice congiunzione tra le scelte scenografiche e la fotografia, luminosa, ariosa, di Gianni Di Venanzo, senza dimenticare, ovviamente, l’interpretazione di Claudia Cardinale, qui per la prima volta non doppiata, che offre densa umanità ad un personaggio femminile in graduale evoluzione, al pari del paese reduce dalle miserie belliche, fino a divenire “padrona del proprio destino”, sia da un punto di vista sociale che sentimentale.
La sensibilità di Comencini nel tratteggiare i personaggi femminili è qui particolarmente evidente, nella capacità di renderli estremamente vivi e autentici, anche sfruttando stilemi registici diversi da quelli finora utilizzati (basti pensare, una su tutte, alla particolare sequenza che vede Bube allontanarsi in auto, “prelevato” dai compagni, mentre Mara cerca inutilmente di rincorrere il veicolo). La confluenza, sempre suggestiva, tra arte e vita, nella predominanza ora dell’una ora dell’altra, si è resa poi protagonista all’interno di una coinvolgente conversazione tra Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, e le sorelle Comencini, Cristina e Francesca, svoltasi nel pomeriggio al Cinema Modernissimo.
Subito dopo è stato proiettato Antologia di film primitivi ritrovati da Luigi Comencini, un filmato di montaggio curato dalla Cineteca di Milano, comprensivo di alcuni dei più significativi titoli depositati dal cineasta nel 1947, all’atto di fondazione della cineteca meneghina. Tre film prodotti dalla francese Pathé Frères, Le Contremaître incendiaire (1909), L’Écrin du Radjah (1906) di Gaston Velle, Tournée électorale (1906) e l’italiano La piccola vedetta lombarda (1915, Vittorio Rossi Pianelli), esaltati nella loro visualizzazione dall’accompagnamento al pianoforte di Daniele Furlati.
In serata, al Cinema Arlecchino, per la sezione Ritrovati e Restaurati, Charlotte Barker della Paramount ha presentato la proiezione in una nuova versione restaurata “intesa a far percepire il fascino del tempo passato pur con i miglioramenti garantiti dalle nuove tecnologie” del classico Sunset Boulevard, film diretto da Billy Wilder nel 1950, che intervenne anche nella stesura della sceneggiatura insieme a Charles Brackett e D.M. Marshman Jr. Caustica commedia ibridata con elementi propri del noir, la pellicola raffigura l’apparentemente dorato mondo di Hollywood come uno squallido museo delle cere, quando non una macabra sfilata di “morti viventi”.
Ecco allora un regista ora relegato al ruolo di maggiordomo (Erich von Stroheim), una diva del muto, Norma Desmond (Gloria Swanson), incapace di reggere il passo con l’avvento del sonoro, che si consola rammentando a piè sospinto la propria grandezza, mentre “il cinema è diventato piccolo”, uno scrittore, Joe Gillis (William Holden), pronto a prostituirsi, umanamente e artisticamente, pur di vedere le proprie sceneggiature, sempre più squallide, trasformarsi in film e il cui cadavere ora galleggia, crivellato dai proiettili, nella piscina di una villa, sul Sunset Boulevard…
Il restauro ha restituito alla fotografia di John F. Seitz l’originario fascino, il rendere percepibile un’atmosfera cupa e opprimente, opposta all’abbacinante e “tradizionale” solarità californiana, un sentore di muffa e decomposizione, all’esterno come all’ interno della villa di Norma Desmond, con il contributo sinergico delle scenografie curate da Hans Dreier, John Meehan, Sam Comer, Ray Moyer. Un film che adoro, per la costruzione complessiva e soprattutto per quel finale indimenticabile, mesto e maestoso al contempo, con la macchina da presa ad accompagnare l’incedere di Norma verso le telecamere dei cinegiornali (“All right, Mr. DeMille, I’m ready for my close-up”), mentre l’obiettivo si stringe sul suo volto, proteso oltre lo schermo, verso quel pubblico chiamato ad assumersi le proprie responsabilità nell’averne accompagnato ascesa e declino.
(Rielaborazione e approfondimento di quanto scritto su Instagram, mercoledì 25 giugno)
Foto di copertina: Francesca e Cristina Comencini, Gian Luca Farinelli (scattata col mio smartphone)






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