
Credo che Eva, film presentato, in concorso, al 43mo Torino Film Festival, secondo lungometraggio diretto da Emanuela Rossi dopo l’esordio nel 2019 con Buio, possa fornire nei suoi pregi essenziali più di una risposta risolutiva alle domande sul come ovviare alle problematiche che affliggono il cinema italiano, distribuzione e taglio dei contributi a parte. In primo luogo l’opera in esame rivela un coraggio non da poco nel mettere in scena una narrazione ad alto tasso metaforico, conciliando più generi, dal dramma al thriller, passando per l’horror e la fantascienza, in un unicum dal notevole impatto visivo. In seconda analisi non è da sottovalutare come, pur con qualche cedimento di scrittura avvertibile in particolare verso il finale, Eva vada a sostanziarsi, almeno a mio avviso, quale realizzazione di ampio respiro cinematografico, incline a suffragare una concreta universalità, varcando quindi i confini del sicuro orticello in cui spesso molte delle nostre produzioni tendono a stanziare.
Coadiuvata nella sceneggiatura da Stella Di Tocco, la regista dà quindi vita a una storia che vede il territorio umbro quale scenario principale, esaltato dalla fotografia di Luca Bigazzi nel rendersi anch’esso personaggio, emblema di qualsivoglia zona incontaminata passibile dell’orda distruttiva propria dell’essere umano. Qui, tra boschi e acque che hanno resistito al passaggio del tempo, si staglia la figura di Eva (Carol Duarte), a farsi tutt’una con la natura circostante, rappresentandone l’armonia creazionale originaria, quel paritario legame con l’umanità la cui misteriosa profondità è stata spesso, e lo è tuttora, minacciata da ignavia e protervia.
Donna sensibile e istintiva, Eva sembra rispondere a un enigmatico richiamo nell’assecondare la quotidianità, guidata da una luce misteriosa da cui provengono voci che la conducono a una precisa missione, salvare i bambini dagli imminenti disastri ambientali. Una crociata che la porterà anche a dare fuoco a un campo di girasoli, contaminato dall’uso di pesticidi, confinante col casolare dell’apicoltore Giacomo (Edoardo Pesce), che vive in volontario ritiro col figlio Nicola (Tommaso Zoppi), dopo la scomparsa della moglie. Fermata dalla polizia, Eva sarà interrogata dal commissario (Antonio Gerardi), così da fornire spiegazione del suo gesto…
Sorretto dalla vivida interpretazione di Carol Duarte nel dare vita al contrasto tra enigmaticità e corporeità proprio del personaggio, già sostenuto dall’attenta regia anche nella combinazione fra toni onirici e realismo, Eva offre visualità emblematica all’elaborato dell’inconscio proprio di una donna che, anche soverchiata dall’arroganza maschile, non è riuscita a impedire un tragico evento. Quest’ultimo ha segnato la propria esistenza e potrebbe interessare altre persone, considerando come sia legato all’inquinamento del nostro pianeta e alla relativa emergenza ambientale. Nel dare seguito alle voci che afferma abbiano ispirato le sue azioni, appare soggiacere a uno stato mentale che la porta a vivere in una “dimensione altra”, nel cui ambito la propria condotta appare giustificata, adeguata alle circostanze, fino a compensare il trauma subito sublimando la visione di una versione alternativa degli eventi ma egualmente minacciata da atti violenti nei riguardi della natura.
Eva si alimenta di un’atmosfera sospesa tra il sogno e l’allucinazione, a cavallo di due mondi contrapposti, quello incontaminato della natura e l’altro corrotto del vivere moderno: le costanti contraddizioni che hanno caratterizzato il passato contaminano il presente e predispongono a un futuro dalle tinte fosche, lontano da una concreta evoluzione umana. Vanno poi a costituire, sempre sulla via dell’allegoria, un ponte proteso verso l’assunzione di una rinnovata e definitiva responsabilità, in nome di una consapevolezza condivisa. Peccato però, riprendendo in chiusura quanto scritto a inizio articolo, che, mano a mano che si procede verso la conclusione, l’incedere narrativo perda un po’ di mistero, offrendo spazio a un certo sentore didascalico nel fornire, a volte confusamente, una serie di risposte, possibili, agli accadimenti di cui abbiamo avuto visione, rompendo la “sospensione magica” nel collegarsi tragicamente alla realtà.
Comunque, a pensarci bene, in fondo è quanto accade nella giornaliera ritualità: anelare a un’esistenza diversa fino a rendere l’immaginazione tangibile, ovviando in tal guisa alle storture cui non si riesce a porre rimedio, comprendendovi quanto subito sulla propria pelle. E poi un’opera imperfetta non sta a significare che ne venga minata la validità complessiva, certo encomiabile per resa visiva e in parte contenutistica, incline a elevarsi al di sopra di una produzione italica a volte asfittica, soffocata da compiacimenti auto celebrativi. Eva, sempre ad avviso dello scrivente, è un film da vedere. Il mio consiglio è di accostarsi alla visione offrendo opportuno spazio alla capacità, istintiva, ma spesso accantonata, di stupirci dinnanzi a quanto idoneo nel farci avvertire ciò che abbiamo dimenticato: il nostro fragile equilibrio di fronte alla natura e l’incanto perduto della nostra più intima identità.
Immagine di copertina: Carol Duarte, Movieplayer






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