Ricevo e pubblico

A un anno dal primo appello, Venice4Palestine torna a rivolgersi alla Biennale di Venezia, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica e ai lavoratori del cinema, dell’audiovisivo e della cultura, chiedendo nuove azioni concrete a sostegno della Palestina. Tra le richieste, trasparenza lungo tutta la filiera cinematografica e sospensione degli accordi con enti e istituzioni legate al governo israeliano, la creazione di strumenti di tutela per i professionisti che scelgono di dissociarsi da tali rapporti e l’esposizione della bandiera palestinese per tutta la durata della Mostra, in occasione della presenza in selezione ufficiale dei due film palestinesi Al Mowaten Osama di Ahmed Hassouna e Hiwar ma’ albahr di Muayad Alayan.

L’appello, già firmato da numerosi esponenti del cinema e della cultura internazionale, è sostenuto anche da associazioni e collettivi italiani e internazionali.Il collettivo invita inoltre i lavoratori e le lavoratrici del cinema e dell’audiovisivo a partecipare al panel Eppure Gaza continua a bruciare – a cosa serve vedere se non ad agire?, in programma martedì 8 settembre alle 17.30 alla Casa degli Autori, nell’ambito delle Giornate degli Autori, con la partecipazione di esperti di diritto internazionale, Global Sumud Flotilla, USB Mare Porti/CALP Genova, per costruire insieme strumenti legali e contrattuali per rifiutare la complicità.

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Alla Biennale di Venezia

Alla Mostra Internazionale d’arte Cinematografica

A lavoratorə del cinema, dell’audiovisivo e della cultura

Eppure Gaza continua a bruciare

È passato un anno…

Un anno fa all’appello di Venice4Palestine si sono unite migliaia di persone per mettere la Palestina sotto i riflettori della Mostra del Cinema e portare la resistenza del popolo palestinese al centro del discorso pubblico: finalmente si è parlato apertamente di genocidio anziché di guerra. Mentre chiedevamo a Biennale e Mostra di prendere una posizione netta e a lavoratorə del cinema di esprimere la propria solidarietà, la visione di Sawt Hind Rajab (La Voce di Hind Rajab), durante il festival, sembrava improvvisamente farsi carico di quelle istanze, generando una commozione e indignazione collettive. Nei giorni e nelle settimane successive, come parte di quel flusso di coscienza popolare che si era creato, siamo scesə a milioni nelle strade e siamo andatə per mare in solidarietà col popolo palestinese.

Un’ondata di partecipazione ci ha fatto sperare che insieme potessimo contribuire a fermare il genocidio. Una nuova normalità, invece, si è imposta – anche grazie a un falso cessate il fuoco. Israele non solo non si è fermato ma ha continuato con le atrocità, ampliando la propria potenza di fuoco verso la Cisgiordania, la Siria, il Libano e l’Iran. Per il popolo palestinese non è cambiato nulla e le lacrime non bastano ad assolverci: sono piuttosto l’evidenza che non riusciamo ad attingere con sufficiente forza al nostro potere d’azione collettivo.

La Palestina ci ricorda che “un altro mondo è possibile”.

Venticinque anni fa abbiamo vissuto il trauma collettivo di Genova 2001. Abbiamo assistito a una delle più gravi sospensioni della democrazia. Le elaborazioni che esprimevano il dissenso furono silenziate con una violenza indicibile. Una macelleria esposta volontariamente come atto dimostrativo, per dettare alla memoria collettiva un ordine preciso per il futuro: ricordare il sangue e dimenticare le idee che una collettività aveva espresso per cambiare il mondo. Quell’enorme laboratorio di repressione lo ritroviamo sempre più applicato oggi in Italia e in molti altri Stati che si dichiarano democratici. Il bullismo oppressivo dei nostri governi, le azioni repressive dei loro bracci armati, le leggi liberticide, le narrazioni mistificatorie diffuse dai media compiacenti, rappresentano un muro dove vanno a infrangersi le richieste di giustizia, equità e reciprocità.

Per quanto tragico e amaro possa apparire, però, la resistenza palestinese ci ha riconnessə con l’idea che “un altro mondo è possibile”. Il popolo palestinese continua a opporsi e a creare, a narrare la realtà presente a rischio della propria vita, a custodire la memoria e a nutrire la possibilità di un domani diverso e più giusto: abbiamo il dovere di accogliere e praticare questo insegnamento. Le città militarizzate e le leggi anticostituzionali che criminalizzano il dissenso tradiscono la paura di un sistema disumanizzante posto di fronte alla forza di una collettività consapevole e determinata. Non dobbiamo quindi lasciare che queste ritorsioni ci paralizzino e ci separino. L’inasprimento della repressione è la prova che le nostre azioni hanno un impatto. Bisogna quindi continuare a insistere.

È già accaduto. Sta accadendo.

I portuali bloccano i carichi d’armi, rivendicando il diritto all’obiezione di coscienza come strumento di protezione da accuse ingiustificate e da provvedimenti disciplinari. Alla Biennale Arte di Venezia, anche grazie all’azione di ANGA (Art Not Genocide Alliance), la giuria internazionale si è dimessa in blocco e i lavoratori hanno contestato l’apertura del padiglione israeliano, scioperando per la prima volta nella storia di questa istituzione. In acque internazionali, la Global Sumud Flotilla ha sfidato l’assedio israeliano, trasformando la solidarietà in un’azione concreta, rivelando il vero volto di uno stato criminale. Sono tutte lotte che si muovono nella stessa direzione: rifiutare di essere ingranaggio della normalizzazione.

Un appello alla Mostra e ai nostri colleghi:

Come lavoratorə del cinema, dell’audiovisivo e del settore della cultura crediamo sia tempo di organizzarsi in azione collettiva per incidere concretamente sui meccanismi di complicità e di normalizzazione.

1- Tracciare la filiera, spezzare la complicità

Il cinema, come molti altri settori dell’arte e della cultura, si avvale di filiere: finanziamenti, coproduzioni, accordi di distribuzione, vendite, festival e rassegne, partnership con festival e sponsor. Ognuno di questi passaggi può contribuire alla normalizzazione della barbarie in atto o può invece opporvisi e interromperla. È necessario allora pretendere trasparenza in tutte le fasi della filiera, sospendendo ogni accordo con enti e istituzioni legate al governo israeliano. L’eccezionalità del momento storico che viviamo ci impone di isolare Israele sul piano diplomatico, culturale ed economico. Il boicottaggio, come strumento di pressione sulle istituzioni e come forma di resistenza (rispondendo all’appello lanciato nel 2005 dalla società civile palestinese attraverso PACBI e BDS*), non prende di mira l’identità in quanto tale ma agisce proprio sui meccanismi di complicità. Questo fino a quando il governo israeliano non si conformerà al diritto internazionale e accetterà almeno le tre condizioni principali espresse nell’appello originale di BDS:

– porre fine all’occupazione e alla colonizzazione della Palestina;

– riconoscere i diritti fondamentali dei cittadini arabo-palestinesi di Israele;

– rispettare il diritto dei rifugiati palestinesi di tornare alle loro proprietà come stabilito dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite.

2- Dalla presa di coscienza alla prassi condivisa

Chiediamo a tutte le soggettività e alle realtà associative del cinema, dell’informazione e della cultura di unirsi per costruire una struttura di tutela che difenda i lavoratori del settore dai rischi professionali di un impegno concreto contro il genocidio, spezzando così il ricatto occupazionale che oggi scoraggia la disobbedienza. Dalla necessità di un’azione comune, abbiamo elaborato insieme a una squadra legale un primo strumento che permetta a ogni lavoratorə del cinema di dissociarsi dalla complicità con i crimini che Israele continua a commettere impunemente. Questo documento coniuga Costituzione italiana, Diritto internazionale e Diritto d’autore, in risposta alla recente controversia sulla retrospettiva di cinema italiano in Israele e a quel senso di impotenza espresso dagli autori coinvolti riguardo la gestione e lo sfruttamento delle loro opere e della loro immagine.

3– La Palestina non si dimentica

Per onorare la presenza dei due film palestinesi, Al Mowaten Osama di Ahmed Hassouna e Hiwar ma’ albahr di Muayad Alayan, chiediamo alla Mostra di issare per tutta la durata del festival anche la bandiera della Palestina a fianco di tutte le altre bandiere che rappresentano i film presenti nella selezione ufficiale, come da prassi e come già riconosciuto dalle fonti d’informazione ufficiali della Mostra. Lo scorso anno avevamo espresso la necessità che durante le cerimonie di apertura e chiusura della Mostra fosse dato risalto alle voci di artistə palestinesi.

Richiesta accolta dalla presidenza della Biennale e dalla direzione artistica della Mostra non dando spazio a voci palestinesi ma invitando chi operava in Palestina ed era testimone di quanto accadeva Le recenti dichiarazioni del cardinale Pizzaballa, già testimone sul palco della Mostra un anno fa, ci portano a chiedere, oggi con ancora più urgenza, di rinnovare nella stessa occasione quella testimonianza, dando voce a chi resiste accanto al popolo palestinese e continua a raccontare quella distruzione incessante che l’Unione Europea e gli Stati che la compongono ancora non intendono contrastare.

Esortiamo infine ogni lavoratorə del cinema e della cultura a continuare a portare, con ogni mezzo a sua disposizione, la Palestina sotto i riflettori della Mostra e al centro della pubblica conversazione, invitando tuttə al panel Eppure Gaza continua a bruciare, che terremo martedì 8 settembre alle ore 17.30 presso la Casa degli Autori, Via Pietro Buratti 1, Lido di Venezia, dove saremo ospiti delle Giornate degli Autori, per illustrare insieme al nostro team legale il documento su cui stiamo lavorando e confrontarci con attivistə di PACBI, BDS, Global Sumud Flotilla, CALP USB, ANGA, CRED, Artisti #NoBavaglio e Gaza International Festival for Women’s Cinema, per costruire insieme nuovi percorsi di azione concreta.

Gaza continua a bruciare: a cosa serve vedere, se poi non si agisce?

*(BDS: Boycott Divest Sanction, PACBI: Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel)

Per aderire a questo appello andare su: https://cryptpad.fr/form/#/2/form/view/g68i6HvBxeY8oTlSq94LleykGda8pF4tWnC WO9SXjKM/ oppure scrivere a: venice4palestine@gmail.com

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